L'ipocrisia dello stop alle armi alla Turchia: "Ne hanno già abbastanza per ucciderci tutti"

Mascherata da operazione anti terroristica, l'esercito turco fa strage delle milizie curde sprovviste di artiglieria e copertura aerea. Il portavoce del Rojava punta il faro sull'ipocrisia europea mentre Damasco invia le truppe a protezione della regione autonoma

Un bambino siriano in un campo profughi di Taftanaz Foto Unicef

Il Consiglio Europeo ha delegato ai singoli Stati membri la possibilità di imporre restrizioni all'esportazione di armi in Turchia in conseguenza alle operazioni militari condotte da Ankara nel nordest della Siria. Una decisione presa per evitare di scomodare i paesi membri della Nato che - in primis il Regno Unito - si erano opposti ad un embargo formale europeo alla vendita di armi ad un loro alleato. "Inoltre procedendo per via nazionale le misure sono più rapide" ha spiegato l'Alto Rappresentante dell'Ue per gli Affari Esteri Federica Mogherini.

Armi, export e migranti: sulla Turchia l'Ue è divisa, ecco perché

Peccato che anche se tutti i paesi europei smettessero di armare la Turchia, l'esercito di Ankara non avrebbe di che risentire. L'ipocrisia della decisione presa dai paesi europei diventa lampante nelle parole di Emced Osman, portavoce del Consiglio democratico siriano, il braccio politico delle Forze democratiche siriane (Fds), alleanza curdo-araba dominato dalle Unità di protezione del popolo curdo (Ypg).

"Ankara ha già abbastanza armi per uccidere il nostro popolo"

Osman pur esprimendo l'apprezzamento per tutti quei Paesi europei che hanno mostrato rispetto per i "sacrifici" fatti "dai combattenti delle Fds" nella lotta all'Isis, chiede all'Unione europea di esercitare una maggiore pressione per fermare l'aggressione turca e il disastro umanitario.

"Riteniamo che la situazione necessiti di una pressione diretta sulla Turchia per fermare questi crimini. Gli Stati Uniti ci hanno aiutato nella guerra contro l'Isis, ma poi hanno buttato via tutto quello che è stato fatto ritirandosi dal Rojava. Le forze curde stanno facendo tutto il necessario per proteggere la sicurezza della regione e impedire il ritorno dell'Isis".

Guerra in Siria, l'esercito di Assad con i curdi contro la Turchia

Se contro la guerra dall’Ue c'è soltanto la "condanna", a Bruxelles si è deciso di adottare "misure restrittive nei confronti delle persone fisiche e giuridiche responsabili o coinvolte in attività perforazione di idrocarburi nel Mediterraneo orientale". Tutto nasce dai giacimenti di petrolio a largo di Cipro, oggetto di una lunga contesa tra Ankara e uno dei più piccoli stati dell'Unione. Non è la prima crisi in quel mare. I turchi hanno occupato parte di Cipro nel 1974, dando vita a un'autoproclamata repubblica autonoma del Nord: è il più antico conflitto irrisolto d'Europa, con l'isola divisa in due da un lungo muro. La scoperta dei giacimenti però è molto più recente ed ha riaperto quella ferita.

Intanto unità dell'esercito fedele al governo di Damasco sono entrate a Manbij, nel nord della Siria. Qui si scontreranno con l'esercito dei ribelli, composto da vari gruppi armati siriani - tra cui elementi già sostenitori delle milizie jihadisti - che compongono la "fanteria" dell'azione militare turca che proprio a Manbij ha dato il via alla "fase successiva" dell'operazione 'Fonte di Pace' con l'obiettivo di ripulire la città dai "terroristi".

"Siamo determinati a continuare l'operazione fino alla fine" ha detto il presidente turco Erdogan durante un discorso a Baku denunciando l'Unione europea e la Lega araba per le loro critiche della Turchia e ha chiesto fondi internazionali per i piani di "zona sicura" di Ankara nel nord-est della Siria.

In Grecia è di nuovo emergenza migranti, campi profughi al collasso

I contraccolpi dell'invasione turca nel Nordest siriano si sentiranno presto anche in Europa. In Grecia la situazione dei campi profughi è di nuovo esplosiva a causa di sbarchi record nel mesi di agosto e settembre. Sulle isole del Nord dell'Egeo sono arrivate oltre 18 mila persone, soprattutto famiglie siriane e afghane, più del doppio di quelle arrivate nello stesso periodo un anno fa.

In alcuni campi, come quello di Moria a Lesbo, 13mila migranti sono costretti a vivere in condizioni disumane in una struttura con una capienza di soli 3mila posti. Per il 42% si tratta di minori tra i 7 e 12 anni, tra cui quasi 1mila non accompagnati.

Sul campo di battaglia il bilancio si fa di ora in ora più drammatico: secondo il ministero della Difesa di Ankara sarebbero salito a 560 il numero dei curdi del Pkk/Pyd-Ypg uccisi, arresi o catturati.

Secondo il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres almeno 160.000 persone sarebbero in fuga dal Rojava. Guterres "chiede una de-escalation immediata e esorta tutte le parti a risolvere pacificamente i loro problemi". 

Una speranza vana in assenza di provvedimenti da parte della comunità internazionale. Intanto su Twitter è di tendenza l`hashtag #NoFinaleChampionsaIstanbul con numerosi appelli ai leader del pallone continentale per non restare immobili e silenziosi davanti alla guerra in atto al confine con la richiesta di firmare una petizione affinché si revochi la finale di Champions alla capitale turca.

La guerra in Siria: le parole per capire gli schieramenti

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L'esercito turco, sostenuto dalle milizie ribelli siriane prevalentemente jihadiste, ha lanciato mercoledì scorso una vasta operazione militare ad est del fiume Eufrate nel Nord-est siriano. Nelle intenzioni di Ankara si vuole ripulire la regione dalle milizie YPG, le Unità di Difesa del Popolo, una formazione curda che domina le Forze Democratiche siriane (SDF), un'alleanza curdo-araba con cristiani e turcomanni, costituita nell'ottobre del 2015 che - sostenuta dagli Usa - ha contribuito in modo decisivo alla sconfitta dell'Isis.

Equipaggiati principalmente di armi leggere e RPG, i curdi costituiscono con 11mila miliziani la colonna portante delle Sdf. Fino a ieri hanno potuto fare uso a mezzi, armi e attrezzature sofisticate messe a loro disposizione dagli Stati Uniti per combattere gli uomini del Califfato. E non è chiaro se ad oggi i curdi sono ancora in possesso di questo arsenale o se sia stato trattenuto dagli americani.

Le forze turche contano su una potente aviazione e sull'artiglieria pesante a coprire l'avanzata sul campo di otto battaglioni ribelli e jihadisti siriani riuniti sotto l'epiteto di "Esercito Nazionale Siriano", 18.000 effettivi addestrati e finanziati da Ankara con uno stipendio mensile di "550 lire turche", l'equivalente di circa 85 dollari.

La maggior parte dei miliziani facevano parte del disciolto "Esercito Libero siriano", milizie jihadiste provenienti prevalentemente dalla provincia di Idlib, grande enclave ribelle nel Nord-ovest della Siria dominate dalla ex filiale siriana di al Qaida del Fronte al Nusra, oggi chiamato Hayat al Tahrir.

Alcuni miliziani del battaglione "Ahrar al Sahrqiya" si sono resi responsabili dell'uccisione di Hevrin Khalaf, una delle più conosciute attiviste per i diritti delle donne e segretaria generale del partito Futuro siriano. Le immagini dell'imboscata tesa sull'autostrada tra Manbij e Qamishlo circolano sui social network ma non ve le mostreremo. 

È notorio che al battaglione appartengano miliziani islamisti del Governatorato orientale di Deir Ezzor, fuoriusciti dell'ex filiale siriana di al Qaida, Fronte Al Nusra tra cui Abu Maria Al Qahtani già in predicato di alleanza con il disciolto Stato Islamico.  Oggi ha cambiato il suo logo originario sostituendo lo storico vessillo di al Qaida ricamato con la scritta "Non vi è altro Dio che Allah", con la bandiera nazionale siriana.

Sul campo del Rojava, il Kurdistan siriano, fino ad oggi erano presenti anche 2mila marine degli Stati Uniti inviati nel Nord-est siriano per sostenere i curdi nella loro guerra contro l'Isis.

Grazie alla mediazione delle Russia - alleata di Damasco - sul risiko del Rojava sono intervenuti anche le unità dell'esercito regolare siriano in virtù dell'accordo stretto con il vecchio nemico, il regime del presidente Bashar al Assad.

Perché la Turchia attacca i curdi

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La Turchia vuole creare una sorta di 'cuscinetto' per evitare di trovarsi le Ypg al di là del confine. Un 'cuscinetto' profondo oltre 30 chilometri, al cui interno costruire 140 villaggi in cui ricollocare almeno due milioni di rifugiati siriani che attualmente vivono in Turchia.

La Turchia, che può contare sull'appoggio di gruppi ribelli siriani che si oppongono ad Assad, considera le Unità di protezione del popolo (Ypg) il braccio siriano del partito dei lavoratori curdi Pkk e quindi un'organizzazione terroristica. Lo scorso anno Amnesty International ha denunciato attacchi indiscriminati da parte dell’esercito turco e dei gruppi armati alleati nelle città di Afrin e Azaz, a nord di Aleppo, in cui sono state uccise decine di civili.

Dall’inizio della guerra in Siria, nel 2011, la Turchia combatté il regime siriano di Bashar al Assad, con l’obiettivo di instaurare in Siria un regime islamista sunnita opposto a quello sciita degli Assad. Nel 2014, però, il governo turco cominciò a concentrarsi sempre di più sui curdi siriani, visti come una minaccia alla propria sicurezza nazionale mentre diventavano sempre più forti in Siria grazie alle vittorie ottenute contro l’ISIS anche grazie all'appoggio degli Stati Uniti d'America.

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 In verde le forze alleate della Turchia, in giallo i territori del Rojava controllati dai curdi siriani, in rosso le aree controllate da Damasco.

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La situazione sul territorio con indicazione delle forze in campo, dei campi profughi e delle prigioni in un'infografica realizzata da Ansa-Centimetri, Roma, 12 ottobre 2019. ANSA/CENTIMETRI

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