Giovedì, 26 Novembre 2020
Siria

Per i curdi Ras al-Ain è la nuova Kobane, ma ora in Siria l'ago della bilancia è Putin

Nel Nordest della Siria salgono a oltre 1 milione e 650mila le persone che necessitano di assistenza umanitaria. Fallita la mediazione statunitense, con l'Europa più preoccupata del petrolio cipriota che della difesa dei curdi, Mosca si è presa la scena

La linea del fronte a Ras al Ein visto dal confine turco FOTO EPA/ERDEM SAHIN

Dopo Kobane e Afrin è Ras al-Ain la città di frontiera che resterà nei libri di storia del popolo curdo del Rojava. Il presidente turco Erdogan ne annunciava la caduta già al secondo giorno dell'offensiva militare turca nel Nordest siriano ma nella notte i combattenti dello Ypg hanno respinto l'avanzata delle milizie sunnite addestrate da Ankara, in quella che più fonti identificano come il più violento scontro dall'inizio della seconda guerra siriana. 

Oggi il governo di Ankara ha respito la proposta di mediazione lanciata dal presidente degli Stati Uniti che invierà in Turchia il segretario di Stato Mike Pompeo. Al contrario il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha chiesto il ritiro immediato delle milizie curde ad almeno 35 chilometri dal confine.

I curdi denunciano: "A Ras Al-Ain usate armi non convenzionali"

Fallita la mediazione statunitense, con l'Europa più preoccupata del petrolio cipriota che della difesa dei curdi affidata a vaghe prese di coscienza dei singoli Stati, chi si è preso la scena sul conflitto in Siria è invece il presidente russo Vladimir Putin.  Il Cremlino vorrebbe prevenire un conflitto tra unità turche e l'esercito regolare siriano schierato ora nella Siria settentrionale dopo l'accordo stretto tra il regime di Assad e i rappresentati della regione autonoma del Rojava.

"Il Cremlino rispetta il diritto della Turchia di garantire la sicurezza dei suoi confini, ma si aspetta che la sua offensiva nel Nord della Siria sia proporzionata" ha detto oggi il portavoce della presidenza russa, Dmitry Peskov, citato dall'agenzia Ria Novosti.

Tenendo a bada quelle componenti più legate al vecchio Pkk dello storico leader curdo Ocalan, il Cremlino può limitare l’avanzata turca a poche zone di confine, posando inoltre la prima pietra della soluzione finale del conflitto siriano iniziato nel 2011 e costato già oltre 400mila morti. Dopo il ritiro dal conflitto di Qatar e Arabia Saudita (da cui partivano militanti e sostanziosi sovvenzionamenti ai miliziani dell'Isis guidati da Al Baghdadi), da più parti si fa presente che se la Turchia accetterà di riprendersi i miliziani della costola siriana di Al Qaida - che ancora controllano vaste aree della provincia di Idlib - Bashar Assad potrà avviare un processo di riconciliazione nazionale accettando il ritorno dei 3 milioni e 600mila rifugiati siriani presenti in Turchia .

Intanto sale il conto dei civili rimasti vittime di questa "seconda fase" della guerra in Siria: dal 9 ottobre, quando è scattata l’offensiva turca, 1.220 chilometri quadrati del nordest siriano sono costati oltre 70 morti tra i civili e - secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani - tra questi vi sarebbero almeno 21 bambini.

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Nel vicino Kurdistan iracheno sarebbero inoltre già approdati circa 500 curdi siriani fuggiti negli ultimi quattro giorni dal Rojava. I profughi siriani hanno trovato rifugio negli stessi campi per sfollati installati nel Nord-Ovest dell'Iraq nel 2014 durante la guerra all'Isis.

Molte le organizzazioni non governative che operano nel Kurdistan iracheno, tra questi anche la ong italiana "Un ponte per..." che lancia un appello al governo italiano.

Non lasciare soli i curdi, nuovi "Davide contro Golia", o l'instabilità si estenderà nel resto della Siria già devastata da una guerra che prosegue dal 2011 e rinfocolerà le tensioni in Medio Oriente.

Angelica Romano, co-presidente di Upp, invoca il dialogo con Ankara per fermare gli attacchi, lo stop alla vendita degli armamenti, la creazione di una "no fly zone" sul nord-est e il ritiro dell'esercito italiano in Turchia.  "Non lontano dal confine con la Siria l'Italia è presente con una missione di 130 militari, con il mandato di proteggere i cieli turchi. Un peso politico che l'Italia deve sfruttare in sede Nato e Ue"

Stando ai dati raccolti dall'ong, la popolazione "mai come adesso ha bisogno di aiuto". Un milione e 650 mila persone, secondo stime Onu, nell'intero nord- est della Siria hanno bisogno di assistenza umanitaria.

L'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) ha riferito di 200mila sfollati. Nel rapporto si denunciano poi i due attacchi di sabato e domenica scorsi. Nel raid di domenica sono morti invece 11 civili, tra cui due giornalisti internazionali, mentre nel primo attacco è stata uccisa la segretaria generale del Partito futuro siriano, Hevrin Khelelf, assieme ad altre nove persone.

"Il modo in cui è stata uccisa Hevrin Khelelf (violentata e poi lapidata, ndr) dimostra ciò che aspetta le donne curde se i miliziani islamisti che sostengono Ankara riusciranno a raggiungerle. Aiutiamole".

A margine della presentazione del rapporto dell'ong Yilmaz Orkan, dell'Ufficio d'informazione del Kurdistan in Italia (Uiki), ha spiegato all'agenzia Dire il compromesso trovato dai curdi con il governo siriano per ottenere sostegno militare contro l'avanzata turca.

"Il Rojava ha creato un'esperienza federalista democratica e chiede a Damasco l'autonomia nella Siria nord orientale. Ora abbiamo chiesto sostegno all'esercito di Bashar Al-Assad, tuttavia in questi anni di guerra al presidente abbiamo sempre contestato l'autoritarismo. Noi siamo curdi, ma anche siriani. Va difesa la Siria unita e chiediamo un Paese democratico e federale. Se la Turchia entra, non ne uscirà mai, quindi Damasco deve intervenire per proteggerla".

La guerra in Siria: le parole per capire gli schieramenti

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L'esercito turco ha lanciato mercoledì scorso una vasta operazione militare ad est del fiume Eufrate nel Nord-est siriano. Nelle intenzioni di Ankara si vuole ripulire la regione dalle milizie YPG, le Unità di Difesa del Popolo, una formazione curda che domina le Forze Democratiche siriane (SDF), un'alleanza curdo-araba con cristiani e turcomanni, costituita nell'ottobre del 2015 che - sostenuta dagli Usa - ha contribuito in modo decisivo alla sconfitta dell'Isis.

Equipaggiati principalmente di armi leggere e RPG, i curdi costituiscono con 11mila miliziani la colonna portante delle Sdf. Le forze turche contano su una potente aviazione e sull'artiglieria pesante a coprire l'avanzata sul campo di otto battaglioni di miliziani sunniti riuniti sotto l'epiteto di "Esercito Nazionale Siriano", 18.000 effettivi addestrati e finanziati da Ankara con uno stipendio mensile di "550 lire turche", l'equivalente di circa 85 dollari. La maggior parte dei miliziani facevano parte del disciolto "Esercito Libero siriano", milizie jihadiste provenienti prevalentemente dalla provincia di Idlib, grande enclave ribelle nel Nord-ovest della Siria dominate dalla ex filiale siriana di al Qaida del Fronte al Nusra, oggi chiamato Hayat al Tahrir.

Alcuni miliziani del battaglione "Ahrar al Sahrqiya" si sono resi responsabili dell'uccisione di Hevrin Khalaf, una delle più conosciute attiviste per i diritti delle donne e segretaria generale del partito Futuro siriano. Le immagini dell'imboscata tesa sull'autostrada tra Manbij e Qamishlo circolano sui social network ma non ve le mostreremo. 

È notorio che al battaglione appartengano miliziani islamisti del Governatorato orientale di Deir Ezzor, fuoriusciti dell'ex filiale siriana di al Qaida, Fronte Al Nusra tra cui Abu Maria Al Qahtani già in predicato di alleanza con il disciolto Stato Islamico.  Oggi ha cambiato il suo logo originario sostituendo lo storico vessillo di al Qaida ricamato con la scritta "Non vi è altro Dio che Allah", con la bandiera nazionale siriana.

Perché la Turchia attacca i curdi

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La Turchia vuole creare una sorta di 'cuscinetto' per evitare di trovarsi le Ypg al di là del confine. Un 'cuscinetto' profondo oltre 30 chilometri, al cui interno costruire 140 villaggi in cui ricollocare almeno due milioni di rifugiati siriani che attualmente vivono in Turchia.

La Turchia, che può contare sull'appoggio di gruppi ribelli siriani che si oppongono ad Assad, considera le Unità di protezione del popolo (Ypg) il braccio siriano del partito dei lavoratori curdi Pkk e quindi un'organizzazione terroristica. Lo scorso anno Amnesty International ha denunciato attacchi indiscriminati da parte dell’esercito turco e dei gruppi armati alleati nelle città di Afrin e Azaz, a nord di Aleppo, in cui sono state uccise decine di civili.

Dall’inizio della guerra in Siria, nel 2011, la Turchia combatté il regime siriano di Bashar al Assad, con l’obiettivo di instaurare in Siria un regime islamista sunnita opposto a quello sciita degli Assad. Nel 2014, però, il governo turco cominciò a concentrarsi sempre di più sui curdi siriani, visti come una minaccia alla propria sicurezza nazionale mentre diventavano sempre più forti in Siria grazie alle vittorie ottenute contro l’ISIS anche grazie all'appoggio degli Stati Uniti d'America.

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 In verde le forze alleate della Turchia, in giallo i territori del Rojava controllati dai curdi siriani, in rosso le aree controllate da Damasco.

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