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Domenica, 23 Giugno 2024
Confini d'Europa

Migranti, chi sono i trafficanti che sfidano Salvini

"Non ci potranno fermare". Ma nei fiumi tra Bosnia e Croazia i morti annegati sono decine. Cosa accadrà lungo la rotta che porta in Italia

“Sono scomparsi sotto i miei occhi, inghiottiti dal fiume”. Ali K.Z. è iraniano. Ha tra i trenta e i quaranta anni ed è sulla rotta balcanica da qualche settimana. Aveva il sogno di raggiungere l’Europa, dove aveva già vissuto per molti anni. Ma l’ennesimo drammatico episodio di cronaca, avvenuto a metà gennaio lungo il confine tra Bosnia e Croazia, gli ha fatto cambiare meta: “La polizia ci ha preso i soldi e ci ha rimandato indietro. Da oggi in poi non mi interessa dove andrò, ora voglio solo aiutare i miei fratelli a partire. Radunerò tante persone, andremo verso il confine, non ci potranno fermare”.

Quando parla dell’ennesimo respingimento compiuto alla frontiera croata si agita. “Dogs man, they used dogs”, ripete con rabbia in inglese, hanno usato i cani. Le forze che pattugliano la frontiera sfruttano anche i droni e strumenti di rilevamento termico. Non vanno tanto per il sottile, di fronte a chi è alla ricerca di un futuro migliore. Conoscono i varchi dove i migranti decidono di oltrepassare il confine. Li aspettano dall’altra parte e li ricacciano indietro. Per chi racconta questa migrazione, i push-back (respingimenti) firmati da Zagabria non rappresentano una novità, ma sono denominatore comune per una tragedia che si consuma con cadenze inimmaginabili. Tra le pagine dei giornali, infatti, la vita di chi muore dimenticato non lascia traccia.

Due migranti in un campo profughi vicino a Bihać (foto Giovanni Aiello-TriestePrima)-2

Ad oggi nessuno possiede un numero preciso di quanti siano i migranti morti lungo la rotta balcanica. Alcuni report indipendenti, compilati da volontari nel corso degli anni, disegnano una frontiera dove le voragini non si contano. Secondo Dead and missing in the Balkans, pagina social gestita da alcuni giovani bosniaci che tiene il conto di vittime e dispersi, nell’ultimo ventennio i morti registrati nei Balcani sono stati 339, di cui 300 negli ultimi dieci anni. In questo decennio la curva è un’iperbole e, tranne che per il biennio segnato dal covid, non sembra destinata a frenare. Se nel 2014 c’era stato “solo” un morto, un ventottenne gambiano trovato senza vita a Belgrado, otto anni dopo sulla rotta che dalla Turchia conduce all’Europa si muore almeno una volta ogni settimana.

I morti senza nome

“La responsabilità è dell’Unione Europea e della Bosnia – racconta Nihad Sulijić, uno degli amministratori della pagina social -, ma alla fine è il concetto di Fortezza Europa che conta. Aprono le porte per un tipo di rifugiato, mentre altri non hanno neanche il diritto di essere chiamati tali”. Ogni confine ha una storia a sé, ogni frontiera si porta dietro una scia di morti violente. “Giocano con le vite di queste persone”, sostiene Sulijić. Per Nidzara Ahmetasevic, l’altra amministratrice della pagina, sulla rotta le violazioni dei diritti umani sono continue. “L’Europa criminalizza le migrazioni e ha trasformato i Balcani nell’inferno”. Con l’ingresso di Zagabria nell’area Schengen, secondo Nihad non cambierà nulla. È più probabile che “ciò che la Croazia faceva contro i migranti fino a ieri diventerà ora l’obiettivo di Bosnia e Serbia”.

Dei cinquanta decessi registrati nel 2022, in tredici casi la morte è avvenuta proprio in Bosnia. Undici in territorio croato. Trentuno migranti, più del 50 per cento di chi non ce l’ha fatta, non ha neanche un nome. “Quanti stanno morendo? - si chiede Silvia Maraone di Ipsia, rete di volontari cattolici che opera nei Balcani da oltre vent’anni –. Perché non se ne parla?”.

L’anno scorso lungo la rotta sono annegate 29 persone. Molti di loro non sapevano nuotare. Muoiono a causa delle gelide piene della Sava, ma anche lungo le rive dei fiumi Kolpa e Korana, o sulle sponde della Mrežnica, della Glina e dell’Una. In tre casi, sempre secondo quanto riportato dal dossier, non si è mai trovato il corpo, inghiottito dai vortici, trasportato chissà dove dalla corrente, nell'indifferenza delle istituzioni locali ed europee.

Sepolti nel cimitero di Bihać, di migranti deceduti lungo la rotta ce ne sono una ventina. Le lapidi sono quasi tutte di colore smeraldo. Sopra la mezzaluna bianca si leggono “no man” o “nn lica”, in bosniaco “persona sconosciuta”. Poche lettere bianche, incise nel tentativo di restituire ad una umanità invisibile la poca dignità rimasta.

Il sogno è Trieste

L’entrata della Croazia nello spazio Schengen non sembra avere la forza di stravolgere il tragico bilancio. Il problema per i richiedenti asilo e i migranti economici rimangono sempre le frontiere. Quella tra Bosnia e Croazia non fa eccezioni. Ma qualcosa è cambiato, si dice, rispetto a prima. “L’altro giorno è partito un gruppetto di ragazzi, dovrebbe essere andato tutto bene”, racconta un giovane volontario. I mezzi della polizia pattugliano la zona e se non ti blocca il fiume, lo fa il furgone bianco che ti sta seguendo da qualche minuto. Tanti migranti chiedono un aiuto all’oscurità, nascondendosi nel buio della notte. Chi non ha soldi va a piedi. Chi li ha, invece, dopo essersi conquistato la fiducia di qualche trafficante si “gioca” un car game, passaggi in auto tanto rapidi quanto rischiosi. Per tutti, il porto sicuro dove attraccare è Trieste. “Il sogno è Trieste, una volta in Italia è fatta”, spiega un migrante iraniano. “Ho molti amici a Trieste, tanti hanno già un lavoro, ci sentiamo una, due volte la settimana”, dice un giovane indiano che, nonostante il forte desiderio di raggiungere la Francia, è nel campo di Lipa da quattro anni. Divide un container con Irfah, un suo compagno di viaggio afghano. Anche lui, a Lipa, è di casa: vive in Bosnia dal 2017.

Migranti lungo la rotta balcanica (foto di Giovanni Aiello)

Per viaggiare lungo la rotta balcanica si possono usare le mappe o andare con chi conosce gli itinerari. “I miei amici a Trieste mi dicono quale strada è meglio fare e quale evitare”, racconta Irfah. “I trafficanti rimangono nei campi per anni. Fanno strada a chi vuole oltrepassare la frontiera e, contemporaneamente, fanno gli informatori della polizia”, rivela un volontario da molti anni in Bosnia. Il problema è di dimensioni epocali e destinato a non avere fine. La rotta balcanica assomiglia ad una bolgia stracolma di schiavi e gabellieri.

Il meccanismo è molto più complesso di quanto non si pensi. Per venire in Europa, chi parte contrae debiti di migliaia di euro. I boss dei trafficanti stanno a Karachi o a Kabul. Ogni loro cliente promette di restituire il prestito. Il problema è che per farlo, una volta in Europa, le strade non sono molte. Soprattutto quelle legali. È in questo modo che un migrante si trasforma in passeur: accompagna altri come lui, per poter guadagnare a sua volta e spedire i soldi al vertice della piramide. Qualunque linea dura, come i provvedimenti che hanno reso famoso il leader della Lega, Matteo Salvini, si ferma ai confini europei: cioè punisce le vittime della tratta, non i boss che se ne stanno lontani. Ma per quanti non riescono a restituire il debito, la punizione è spietata. “La regia dell'organizzazione in Asia conosce la tua famiglia – spiega Silvia Maraone – e se non onori la tua parola, allora li stermineranno tutti”.

La catena dei soldi

Segui i soldi, si dice in questi casi. Infatti nella nuova tratta, vicino agli schiavi, troviamo garanti, trafficanti e molte figure che fanno da tramite. Può essere il gestore di un centro Western Union a Milano, come pure un off licence nel nord di Londra, una bottega che offre molti servizi, aperta 24 ore su 24, sette giorni su sette, oppure un centro telefonico a Trieste. Ormai, anche per i migranti il prezzo lo fa il libero mercato. Nell’Istria croata alcuni imprenditori agricoli hanno pagato un’agenzia locale per far arrivare un gruppo di braccianti nepalesi: dopo due settimane, i braccianti sono svaniti nel nulla. “I pakistani ti dicono 750 euro a testa per attraversare il confine, non è niente. Ma a un amico hanno chiesto seimila euro”, ammette un giovane iraniano. I soldi vanno tutti alla regia. La rotta balcanica è l’itinerario fotocopia della via dell'eroina e delle armi: dall’Afghanistan al mercato centro-europeo. “Se finisci nelle mani dei trafficanti sbagliati, allora ti troveranno morto senza un rene, senza gli occhi, o schiavo nel mercato della pedofilia o della pedopornografia. Tentano di prendere le persone a Islamabad, ma ovunque è un casino”, aggiunge Silvia Maraone.

I signori delle armi ora investono sui profughi

Il problema è che all’opinione pubblica, di chi muore lungo la rotta interessa poco o nulla. “Ho lasciato Cuba un anno e mezzo fa. Sono arrivato in Russia, poi a Dubai, poi in Serbia, da lì mi hanno deportato di nuovo a Dubai, poi sono riuscito ad arrivare di nuovo in Serbia e da lì sono finito qui in Bosnia – racconta un giovane che dice di chiamarsi Kedir –. Dove voglio andare? Ho uno zio in Spagna, il mio destino è lì”. Le cose sono cambiate, sì, ma la rotta si autoalimenta e non fa fatica a rimpiazzare le sue pedine. “Morto un driver se ne fanno altri cento”, si dice a Bihać.

Condannata la polizia

Ma nemmeno la morte è la soluzione alle sofferenze. Una volta trovato il corpo, infatti, cominciano altri problemi. Bisognerebbe avvisare la famiglia e dare la possibilità a qualcuno di piangere quella vita. Ma il rimpatrio di un morto può costare migliaia di euro, quanto un game, un viaggio di sola andata in Europa. Eppure, nell’inferno della rotta, ogni tanto, la legge si ricorda di essere al di sopra degli uomini.

Oltre la guerra, i terremoti: chi parte verso l'Italia

È di qualche giorno fa la sentenza del tribunale di Strasburgo che ha condannato le autorità ungheresi per la morte di un ragazzo siriano di 22 anni, annegato nel fiume Tisza nel 2016. Le ragioni del decesso, secondo quanto stabilito dalla magistratura europea, sono da ricondurre agli abusi e all’estorsione forzata messa in atto dalla polizia di Budapest. “Crudele e disumana”, così è stata definita la condotta dei militari nei confronti di un “giovane che stava fuggendo dalla guerra civile”. Quando l’Europa inizierà a interessarsi davvero dei Balcani, per molti sarà troppo tardi. Delle loro vite rimangono file di tombe senza nome, nell’eterno silenzio di questi campisanti così lontani da Bruxelles.

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