Domenica, 21 Luglio 2024
L'intervista / Israele

Cosa significa nel quotidiano l'apartheid in Palestina

Israele viene accusata di "segregazione razziale" nei confronti dei palestinesi. Una ricercatrice ci spiega le restrizioni alla libertà di movimento, le violenze e l'impossibilità a coltivare

Dopo l'attacco di Hamas ad Israele sferrato all'alba del 7 ottobre, è emerso il tema delle condizioni in cui vivono da decenni i palestinesi, in particolare nella Striscia di Gaza, ma non solo. Una situazione definita dalle principali organizzazioni internazionali che si occupano di diritti umani come un vero e proprio "Apartheid", cioè una politica di segregazione razziale per certi versi non dissimile da quella istituita nel 1948 dal governo di etnia bianca del Sudafrica, e rimasta in vigore fino al 1991, per separare e discriminare la popolazione di colore. Per capire meglio in cosa consiste nel quotidiano l'apartheid del governo israeliano nei confronti dei palestinesi, Today.it ha contattato F. P. *, ricercatrice italiana affiliata presso l'Università Libre di Bruxelles (Ulb), specializzata in politiche di cooperazione internazionale e sviluppo agricolo in Medio Oriente. La studiosa si è recata molto spesso in Cisgiordania in questi anni e la sua ultima visita risale allo scorso settembre, poche settimane prima dell'attacco sferrato da Hamas dalla Striscia di Gaza nei confronti di Israele.

Quale situazione ha riscontrato durante il suo ultimo viaggio in Palestina a settembre?

"Ho notato che la questione della mobilità è quella peggiorata maggiormente. In quanto europea ho la possibilità di muovermi attraverso giurisdizioni e territori diversi, quindi atterrare e ripartire dall'aeroporto di Ben Gurion, attraversare Gerusalemme Est, recarmi a Ramallah e in altri villaggi della Cisgiordania (nota anche come West Bank, ndr). Già di norma questo diritto alla mobilità non è riconosciuto alla stragrande maggioranza dei palestinesi. Seppur residenti a Gerusalemme (dotati di carta d’identità blu, ndr) i palestinesi comunque non hanno la nazionalità israeliana, quindi sono privi di tutta una serie di diritti ma godono comunque di una certa libertà di movimento a differenza di quelli della West Bank (con carta di identità verde, ndr). Questi ultimi per poter entrare a Gerusalemme e in Israele hanno bisogno di un permesso che è dato – a discrezione israeliana - solo per motivo di lavoro, malattia, e in poche altre occasioni tipo festività musulmane" spiega F. P. *.

"Durante il mio ultimo viaggio ho attestato che i movimenti nella West Bank sono resi ancora più difficili dai check-point, sia fissi che mobili, presenti all'esterno ormai di tutte le cittadine e dei villaggi, cui spetta il controllo di tutti i passaggi di persone, veicoli e merci. Lì l'esercito israeliano effettua le verifiche dei documenti, che avvengono molto lentamente. Possono volerci ore per superare i controlli, dopodiché si finisce in un sistema di strade che è stato pensato e realizzato solo per servire le colonie israeliane e i loro abitanti, mentre le strade per i movimenti dei palestinesi sono fatiscenti e isolate. Infine ci sono le strade condivise. In un caso specifico a Gerusalemme c'è una vera e propria "strada dell'apartheid" dove un muro alto otto metri è stato edificato lungo tutto il percorso per impedire a israeliani e palestinesi di entrare in contatto. È una situazione così surreale che mi risulta difficile anche solo spiegarla".

Potrebbe farmi un esempio pratico che le è successo?

"Un giorno dovevo spostarmi da Ramallah verso un villaggio della West Bank. Un tratto per il quale occorre di norma un'ora per tratta col trasporto pubblico. Invece ne ho impiegate nove tra andata e ritorno perché tutti i check-point intorno a Nablus erano chiusi e ho trascorso ore in coda su un bus. Al ritorno poi è stato impossibile prendere il trasporto pubblico, quindi sono dovuta andare sul Mar Morto e da lì rientrare a Ramallah. Se per me è stata un'eccezione, per i palestinesi è il loro quotidiano e incide su tutte le loro scelte di vita. Questo è solo uno dei tanti segni dell'apartheid realizzato dal governo israeliano in Palestina, una definizione che è stata codificata grazie a numerosi report realizzati da Human Rights Watch, Amnesty International come pure da un'organizzazione israeliana che si occupa di diritti umani nei territori occupati e nota come B'Tselem".

In cos'altro si traduce questa segregazione ?

"Una mole inaudita di violenza, con un'escalation da parte dell'esercito israeliano. Mentre ero lì a settembre, nelle ultime settimane in Cisgiordania sono stati bruciati numerosi villaggi e campi profughi, tra cui quello di Jenin, dove case e mezzi sono stati bombardati con droni telecomandati. Oltre alla violenza dell'esercito, c'è stato un aumento degli attacchi anche da parte degli abitanti delle colonie israeliane, che sono state dichiarate illegali dal diritto internazionale. Le colonie sono vere e proprie città fortificate abitate esclusivamente da ebrei israeliani, che contribuiscono alla pulizia etnica volta ad eliminare i palestinesi".

Cosa intende per "pulizia etnica"?

"La sera prima dell'attacco sferrato da Hamas nei confronti di Israele c'è stato ad esempio uno dei tanti "pogrom" condotti dai coloni israeliani nelle zone rurali palestinesi in Cisgiordania, durante il quale sono state bruciate case, mezzi di trasporto e ulivi. Altre volte c'è direttamente un utilizzo di armi e di pietre lanciate per attacchi sulle strade comuni condivise coi palestinesi. La situazione, che si è deteriorata nell'ultimo anno, creata sia dall'esercito che dai coloni, ha messo i palestinesi in una condizione di insicurezza, caratterizzata da una violenza fisica e genocidaria. Solo nella West Bank sono stati uccise oltre 250 persone dall'esercito israeliano nell'ultimo anno".

L'attacco di Hamas è partito dalla Striscia di Gaza. Quali sono le condizioni in quella zona dei territori palestinesi?

"Il 70% della popolazione di Gaza proviene dai villaggi distrutti nel 1948 da Israele. In appena 41 chilometri di lunghezza e 10 di larghezza risiedono oltre due milioni di persone sotto blocco aereo, terrestre e navale controllato da Israele. Gran parte della popolazione ha meno di 18 anni. Si tratta di ragazzi e ragazze cresciuti sotto assedio e che hanno già vissuto numerose guerre, come quella del 2008, del 2014 e del 2021. Significa che nei primi anni di vita hanno vissuto già vari eventi traumatici, oltre ad essere impossibilitati ad uscire da Gaza. Le Nazioni Unite avevano predetto che nel 2020 le condizioni di vita nella Striscia sarebbero state "invivibili" ed è effettivamente così. Israele controlla ogni bene di prima necessità – cibo, elettricità, acqua – che viene razionato in modo tale da garantire solo la sopravvivenza dei palestinesi".

Per quale motivo non è mai stata nella Striscia di Gaza e concentra i suoi studi in Cisgiordania?

"Come ricercatrice internazionale non mi è possibile entrare nella Striscia, così come per gran parte dei ricercatori. L'autorizzazione deve essere rilasciata dal governo di Israele ed è rarissimo ottenerla. La restrizioni per gli studiosi credo siano dovute alla volontà di impedire che documentino le condizioni inumane in cui vivono le persone a Gaza. Potrebbero raccontare di un popolo che vive sotto occupazione e sotto un blocco fisico. Le testimonianze di occhi indipendenti accreditati a livello univeristario potrebbero creare problemi alla narrazione che Israele propone ai media occidentali".

Lei è un'esperta di questioni rurali in Palestina. Cosa è accaduto in questi anni nelle aree agricole dei territori occupati?

"Con gli accordi di Oslo le zone rurali nella West Bank sono rientrata nella cosiddetta Zona C, che si trova sotto il totale controllo di Israele, il cui obiettivo è quello di costruirci nuove colonie di ebrei. Sono le uniche zone fertili di un'area molto arida, che potrebbero garantire la sicurezza alimentare dei palestinesi. Di fatto invece viene impedito loro di costruire o utilizzare qualunque infrastruttura agricola, come trattori, serre, capanni per gli attrezzi. Anche le sorgenti d'acqua risultano cementificate da Israele. Poi ci sono gli atti di violenza, come gli incendi agli ulivi dei palestinesi. Anche il muro in Cisgiordania è stato costruito prevalentemente in zone rurali. Tutte queste azioni fanno parte di un piano che impedisce lo sviluppo agricolo, rendendolo insostenibile sia sul piano economico che umano".

"Se la terra non viene coltivata per tre anni Israele può reclamarla e offrirla ai coloni. In sostanza l'obiettivo del governo di estrema destra al potere in Israele è quello di far scappare i palestinesi affinché queste terre possano essere sfruttate da nuove colonie totalmente prive di presenza palestinese. La dimostrazione che questo piano è apertamente rivendicato dal governo si è avuta nelle scorse settimane a New York, dove Benjamin Netanyahu ha presentato una mappa di Israele che dal Giordano arriva al Mediterraneo, poi dalle Alture del Golan raggiunge il Sinai. Questo progetto di Grande Israele, presentato pubblicamente, prevede di fatto la "cancellazione" dei palestinesi da quei territori".

Il violento attacco contro Israele è stato condotto da Hamas, che governa politicamente e militarmente la Striscia di Gaza. Quale ruolo gioca invece in Cisgiordania ?

"Dalle testimonianze raccolte sta guadagnando sempre più simpatie anche in Cisgiordania. Presso l'Università di Bir Zeit, ad esempio, il Blocco islamico affiliato a Hamas ha vinto le elezioni annuali del consiglio studentesco (sconfiggendo i rivali sostenuti da Fatah, ndr). Questo risultato dà il polso della situazione".

Cosa potrebbe spiegare, senza voler giustificare, l’attacco di Hamas ad Israele?

"Negli ultimi mesi, se non anni e decenni, i palestinesi hanno tentato in vari modi di ottenere un cambiamento politico. Dopo che sono falliti numerosi tentativi pacifici di ottenere se non risultati, almeno attenzione sulla loro esistenza, la popolazione palestinese è disillusa, umiliata e privata di dignità, oltre che di diritti fondamentali. Questo spiega, almeno in parte, gli eventi degli ultimi giorni".

* Il nome della ricercatrice è indicato solo con le iniziali per ragioni legate alla privacy e per evitare che subisca restrizioni alle sue attività accademiche in seguito a controlli effettuati dal governo israeliano.

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