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Domenica, 19 Maggio 2024
Ancora repressione / Iran

I tribunali obbligano a cure psicologiche le donne che non vogliono indossare il velo

I tribunali infliggono anche pene umilianti come quella di lavare i morti al cimitero. Per gli esperti si tratta di un'ammissione di debolezza da parte dello Stato iraniano

Le autorità iraniane non sanno più come frenare l'ondata di donne che non intendono indossare il velo e che, anche sui social network, decidono di mostrare il capo scoperto. L'ultima risorsa a cui si sono aggrappate è quella di condannare a "cure psicologiche" le donne che si sono rifiutate di rispettare la legge sul velo obbligatorio. Soluzione non gradita alle associazioni di cura, che ritengono questa scelta una manipolazione della psichiatria da parte della magistratura. Nonostante abbia ripreso ad intensificare le misure repressive, lo Stato iraniano di matrice islamica non riesce a far rispettare la sua legge sul velo, mostrando così tutta la sua intrinseca debolezza. Il rischio però è quello di arrivare a misure giudiziarie repressive ancora più estreme.

Repressione per chi disubbidisce

Dopo la morte di Mahsa Amini  nel settembre 2022, uccisa mentre era in custodia presso la polizia per aver indossato l'hijab "in modo scorretto", molte più donne in Iran hanno iniziato a mostrarsi in pubblico senza velo. Al movimento hanno aderito diverse personalità, tra cui sportive e attrici che in segno di solidarietà si sono tolte il velo rivendicando la propria libertà di scelta. La ribellione diffusa irrita sempre di più il potere iraniano, che è alla ricerca di nuovi metodi per costringere le donne a coprire il capo e i capelli. Oltre a reprimere nel sangue le manifestazioni seguite all'uccisione della giovane, nel tempo ha fatto ricorso a multe e ha inviato sms alle donne avvistate senza velo al volante, sequestrando anche il veicolo. Ci sono state poi le pressioni sui datori di lavoro, anche nel settore privato, per chiedere il licenziamento delle "disubbidienti". Oppure la chiusura di negozi che ammettevano donne prive di velo. L'elenco delle pressioni messe in atto dalle autorità si sta allungando a dismisura, ma la sua efficacia traballa. Di recente è la magistratura a contribuire, condannando a "cure psicologiche" coloro che si rifiutano di indossare l'hijab.

Le condanne per "disturbo mentale"

Tra le figure simbolo di questa "trasgressione" spicca l'attrice Afsaneh Bayegan, 61 anni, che su Instagram è apparsa più volte a capo scoperto e più di recente anche durante una cerimonia pubblica. Un tribunale ha appena condannato la star a due anni di reclusione con sospensione della pena e all'obbligo di recarsi una volta a settimana in un "centro psicologico" per "curare il suo disturbo mentale della personalità antifamiliare", secondo quanto annunciato a metà luglio dall'agenzia di stampa Fars. Afsaneh Bayegan non è la sola ad essere stata condannata a una pena di questo tipo. Sorte simile è toccata ad Azadeh Samadi, un'altra attrice famosa in Iran, a cui i giudici hanno diagnosticato un "disturbo antisociale di personalità". L'attrice aveva indossato in pubblico, durante un funerale, un cappello, anziché il velo. Anche a lei toccherà recarsi in un "centro psicologico" per sottoporsi ad una terapia una volta alla settimana. A un'altra donna un tribunale di Teheran ha diagnosticato un "disturbo psicologico contagioso che si traduce in promiscuità sessuale".

Afsaneh Bayegan a capo scoperto su Instagram

La reazione degli psichiatri

Afronte dell'aumento di queste pene, che proliferano anche per punire donne comuni oltre che celebrità, sta iniziando a reagire anche il settore psichiatrico, Il 23 luglio i presidenti di quattro associazioni di salute mentale hanno indirizzato una lettera aperta al capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Ejei, accusando la magistratura di "abuso della psichiatria" per altri scopi. Nella denuncia, secondo quanto riferisce France 24, si legge: "La diagnosi dei disturbi mentali è responsabilità di uno psichiatra, non di un giudice". Il ricorso alla "cura psicologica" è un metodo a cui il governo iraniano ha fatto ricorso anche per i più piccoli. Gli scolari arrestati nel corso delle proteste nell'ottobre 2022, dopo la morte di Mahsa Amini, sono stati detenuti in "centri medico-psicologici" per sottoporli a "  re -educazione" per evitare che diventino "antisociali", secondo quanto ammesso dal ministro dell'Istruzione iraniano Youssef Nouri. La decisione era stata criticata dal sindacato degli insegnanti iraniani, timorosi che "i centri di rieducazione diventassero campi militari”.

Il fallimento delle autorità iraniane

Secondo Azadeh Kian, professore di scienze politiche all'Università di Parigi VII Diderot e specialista in Iran, la decisione di ricorrere alle cure psichiatriche "mostra soprattutto il disordine del potere", come ha dichiarato a France24. "[Le autorità] hanno provato di tutto e non ha funzionato. Sono sempre più indebolite, costrette a prendere misure come il ricorso a questi centri psicologici", ha sostenuto il docente. A settembre cadrà il primo anniversario della morte di Mahsa Amini. In vista di possibili manifestazioni forze dell'ordine e servizi segreti si starebbero preparando a soffocare qualsiasi protesta, ha ipotizzato Kian. Il professore teme un'escalation anche sul piano della repressione normativa e giudiziaria. A fine luglio è stato presentato un disegno di legge che prevede sanzioni ancora più dure per le donne che si rifiutano di rispettare l'obbligo di velo o le sanzioni già comminate. Oltre a perdere i diritti civili, coloro che più si sono esposte a capo scoperto potrebbero subire delle condanne a morte, ha supposto Kian. Nel frattempo la repressione giudiziaria è già arrivata al punto di torturare psicologicamente le "ribelli". Una donna è stata condannata da un tribunale di Varamin, nella provincia di Teheran,  a lavare i cadaveri per un mese in un obitorio della capitale. La sua colpa è stata quella di guidare l'auto senza velo.

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