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Martedì, 18 Giugno 2024
Diritti umani

L'Iran a un anno dall'omicidio di Mahsa Amini

La giovane era stata arrestata per aveva indossato in modo "inappropriato" il velo. Il regime di Teheran è accusato di centinaia di omicidi, arresti ed esilii forzati contro manifestanti ed attiviste

A un anno dal brutale omicidio della giovane Mahsa Amini, uccisa dalla polizia per aver indossato il velo in modo "inappropriato", la repressione in Iran non ha cessato di mietere vittime. Nel mirino delle autorità dello Stato islamico sono finite attiviste, attrici, giornaliste, artisti, come anche semplici adolescenti e madri di famiglia. Nonostante l'ayatollah Ali Khamenei e i suoi seguaci abbiano provato a stritolare le proteste con altri omicidi, arresti, censure e rinvii a cure psichiatriche, una parte della popolazione iraniana non si è lasciata intimidire e prosegue nella sua lotta per una maggiore indipendenza e per divincolarsi dai lacci del patriarcato in salsa islamica.

L'omicidio e le proteste

Originaria di una regione periferica curdo-sunnita in un Paese che si proclama sciita, Mahsa Amini è morta a soli 22 anni il 16 settembre del 2022 in circostanze mai chiarite mentre era in custodia presso un commissariato di polizia. Era stata arrestata il 13 settembre dalle Gasht-e-Ershad iraniane, note come pattuglie di guida o anche come la "polizia della moralità", rea di aver indossato "impropriamente" l'hijab obbligatorio. L'omicidio ha provocato un'ondata di proteste in tutto l'Iran provocando la reazione furiosa delle autorità, che hanno risposto in modo brutale ai manifestanti, con arresti, omicidi o costringendoli all'esilio. Numerose donne scese in strada al grido di " Zan, Zendegi, Azadi " (Donne, Vita, Libertà) hanno "osato" mostrarsi col capo scoperto o si sono tagliate in pubblico i capelli. Un gesto diventato poi virale anche sui social media da parte di attiviste e personaggi pubblici occidentali. Il movimento aveva ricevuto anche il sostegno della squadra di calcio maschile, impegnata pochi mesi dopo l'omicidio ai Mondiali in Qatar. Dopo che la vicenda è esplosa a livello internazionale, si è fatto credere che il Gasht-e-Ershad fosse stato sospeso, ma da metà luglio le squadre della polizia morale sono tornate ad operare nelle strade iraniane. Secondo un rapporto pubblicato ad aprile dalla ong Iran Human Rights con sede a Oslo, sarebbero almeno 537 i manifestanti uccisi dalle forze di sicurezza, la maggior parte nei primi mesi delle proteste. Una missione d'inchiesta internazionale indipendente, nominata dalle Nazioni Unite, ha rilevato che almeno sette uomini sono stati giustiziati in relazione alle proteste a seguito di "procedimenti affrettati".

Nuove tecniche di repressione

Nel suo primo rapporto orale presentato a luglio, il team della missione d'inchiesta ha osservato : "Ancora oggi, dieci mesi dopo gli eventi, non sono disponibili al pubblico dati ufficiali riguardanti le persone arrestate, detenute, accusate o condannate in relazione alle proteste". La repressione sprezzante non è nuova per il regime iraniano, ma in questa occasione ha deciso di colpire personaggi precisi con tecniche ritenute "nuove" dagli osservatori per i diritti umani. A fronte di un numero crescente di donne, soprattutto giovani, che non portano il velo, sono state trascinate in tribunale personaggi in grado di "espandere" sui social la portata del dissenso. La giornalista iraniana Elaheh Mohammadi, una delle due reporter iraniane accusata di cospirazione contro la sicurezza nazionale, è stata processata in un tribunale a porte chiuse per aver garantito copertura mediatica al funerale di Mahsa Amini.

L'insofferenza delle giovani donne

Giornaliste e note attrici, oltre al carcere sono state condannate a sottoporsi a cure psichiatriche. Una scelta dei giudici pesantemente contestata dai medici specializzati in materia che hanno denunciato lo "sfruttamento" della psichiatria da parte della magistratura per fini politici. All'università di Teheran sono stati cancellati graffiti con il volto di una donna in lacrime e la scritta Donna, libertà, Vita. Tutti segnali della debolezza di un sistema di potere che dopo la rivoluzione del 1979 ha stravolto l'esistenza della sua popolazione, impedendole in tutti i modi di evolversi. Una condizione a cui è diventata insofferente soprattutto la Generazione Z (nati dal 1997 al 2010), con le giovani donne che non sono più disposte a "tollerare" le imposizioni di Khameini & co. come in passato avevano fatto le loro madri e nonne, che vedevano un valore nella tolleranza e nel lento progredire delle lotte.

Castità di regime

Nonostante l'Iran sia alle prese con la delicata questione del nucleare dopo le accuse lanciate dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica, all’inizio di agosto il presidente Ebrahim Raisi ha promesso in video che "la rimozione dell'hijab finirà definitivamente", annunciando un nuovo disegno di legge noto col nome di "Hijab e castità". Si tratta di un pacchetto di misure repressive, che prevedono una maggiore sorveglianza della polizia e multe elevatissime per chi trasgredisce. Se il regime non ha intenzione di fare passi indietro, appare evidente che l'anniversario della morte di Mahsa Amini spaventa il governo. Al punto che è stato impedito ai familiari dei manifestanti uccisi di riunirsi presso le tombe dei propri cari. Un impedimento che merita di essere definito "crudele". Ci sono poi stati gli arresti preventivi di diverse attiviste per i diritti delle donne, che secondo Human Rights Watch sono state messe in galera perché il regime ipotizza il loro coinvolgimento in manifestazioni e riunioni commemorative.

Il regime fragile

Quella del velo è diventata ormai un'ossessione per il governo iraniano. Costringere le donne ad indossarlo si sta trasformando in un atto di forza sproporzionato, utile solo a far credere che il pugno duro sia ancora una soluzione efficace per tenere a bada una popolazione inquieta e delusa. Alle ultime elezioni del 2021 appena il 49% del popolo iraniano è andato a votare. In cima alla lista delle preoccupazioni c'è l'inflazione dilagante, la difficoltà di accesso al cibo e le conseguenze delle sanzioni internazionali che si ripercuotono su tutti gli strati della popolazione fuorché sulle élite al potere. L'incapacità di gestire questioni primarie del quotidiano, accompagnata ad una repressione brutale, sta rendendo sempre più impopolare il governo iraniano e potrebbe rivelarsi fatale per un regime che vuol mostrarsi duro ma è sempre più impregnato di fragilità.

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