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Giovedì, 9 Dicembre 2021
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Il medico italiano che salva (gratis) malati e feriti a Beirut

La storia di Luciano Griso, a Beirut dalla comunità di Sant'Egidio

Mercoledì 27 ottobre avrebbe dovuta essere una giornata di grandi mobilitazioni a Beirut. Invece il Governo ha chiesto a forze politiche, movimenti e associazioni, di fare un passo indietro fino a quando non sarà chiaro chi è stato, a sparare sulla folla, lo scorso 14 ottobre, quando morirono nove persone e ne rimasero ferite sette. La popolazione ha perso fiducia non solo nel Governo ma nelle istituzioni tutte, soprattutto nella Magistratura perché, a distanza di un anno mezzo, non c’è una sola persona indagata. Il Governo ha chiesto massima collaborazione a quelli di Kowat Lebnaneye, l’ultra destra radicale alla quale tutti pensano quando si parla di quel giorno, ma nessuno nomina mai. E’ da edifici abbandonati della zona da loro controllati che sono partiti i colpi dei cecchini. I suddetti comunque sono stati gli unici a sfilare, con le loro moto e vessilli neri, in una Beirut deserta dalla tanta paura che questa giornata destava in tutti i cittadini. Quelli di Kowat Lebnaneye si sono però sentiti offesi del fatto che solo a loro è stata chiesta massima collaborazione. Per questo si sono presentati con le loro moto di grande cilindrata e jeep ma l’improvvisato corteo è durato pochissimo e si è ben guardato dal superare la linea, ora immaginaria, che divideva la città ai tempi della guerra civile.

La green line che divideva in due la città, a Beirut, è durata fino al 1990. Chi stava da una parte si guardava bene dall’andare dall’altra. Oggi le chiese e le moschee sono quasi sempre attigue e le persone si frequentano e in certi casi addirittura si sposano, a prescindere dal credo religioso. Faceva comunque uno strano effetto Beirut mercoledì 27 ottobre. In una città dove il traffico è davvero a tratti incontrollabile e anche chi viaggia su una Bugatti da milioni è costretto a stare fermo anche un’ora. Attorno a super car, centinaia di veicoli, fermi anch’essi, che da noi non si vedono neppure nei raduni degli appassionati del vintage e delle auto d’epoca.

In questa strana giornata c’è però stata l’occasione di conoscere la straordinaria esperienza dei giovani della Nation Station, una vecchia stazione di servizio abbandonata, dove, all’indomani della tragedia del porto, dell’esplosione del 4 agosto 2020 e di tutto quello che sappiamo, hanno messo insieme questa incredibile esperienza. Giovani, soprattutto libanesi ma non solo, ogni giorno cucinano e distribuiscono pasti, come spiega il portavoce che ci guida, Johnny. Lo fanno ogni giorno, grazie a donazioni sia di cibo ma anche di denaro. E riescono a offrire a chi dopo l’esplosione è rimasto senza nulla, non solo il vitto, ma anche supporto medico. A offrire questo gratuito servizio un medico italiano, il dottor Luciano Griso.

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Griso fa qui con la comunità di Sant’Egidio, ma è anche medico di Meditrannean Hope e si prende cura dei profughi siriani, tantissimi, che si sono riparati qui in Libano. L’altra parte del suo tempo la dedica ai sopravvissuti dell’esplosione, che segue con costanza. Il servizio è una eccellenza se si pensa allo stato di salute della sanità qui, dove anche il Coronavirus qui fa la sua parte. 500 i nuovi casi nella sola Beirut registrati il 28 ottobre. Eppure qui c’è anche chi cura non solo le ferite fisiche, ma anche quelle del cuore e dell’anima perché quell’evento ha cambiato per sempre la storia di questa città. In peggio, come ha spiegato benissimo l’operatrice di Meditrannean Hope, Irene Vlad. “Tutti hanno bisogno di avere un sostegno anche psicologico perché quello che hanno subito è un trauma che segna per sempre, bisogna affrontare per forza anche questo problema se vogliamo davvero che queste persone possano vivere la propria vita”, racconta.

Samir Shamas, che è uno degli attori più famosi del Libano, incontrato nel quartiere di Hamra in un bar che è un po’ il ritrovo degli intellettuali locali, quel giorno lo spiega così: “Il 4 agosto 2020 è stato come una esplosione atomica. Il nostro 11 settembre. È stato orribile e ancora non è finita. L’onda d’urto non ha terminato ancora il suo corso”.

Il poeta Paul Shaghory, che è con lui seduto al tavolo intento a fermare su carta, con la sua belle penna, va oltre l’esplosione del 2020 per spiegare perché il suo Paese, dopo i fasti degli anni sessanta, interrotti dalla guerra del 1975, oggi vive questa grande crisi: “Ci sono Paesi che son venuti qui a compiere le barbarie che mai vorrebbero accadessero nel loro. La gente prega? Qui abbiamo un nuovo Dio ogni giorno. Ieri erano tredici? Oggi ci sarà di certo un quattordicesimo”.

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