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Lunedì, 6 Dicembre 2021
L'escalation degli scontri a Beirut / Libano

Il Libano è di nuovo una polveriera ma tre uomini possono disinnescarla

Torna l'incubo guerra civile a Beirut. Un giudice, un miliardario e un leader sciita possono decidere le sorti del Paese

Un giudice tutto d’un pezzo deciso a processare i corrotti del paese. Un magnate con un patrimonio da 2,7 miliardi di dollari. Un leader sciita in grado di fomentare la strategia della tensione. Tre personaggi e tre fili che conducono a un intreccio terribilmente complicato: la polveriera su cui siede il Libano da ormai troppo tempo.

Gli scontri avvenuti giovedì a Beirut - con un bilancio di sei vittime e oltre trenta feriti - hanno riportato il clima indietro di 30 anni, al periodo buio della guerra civile (1975-1990). Ma in realtà il paese dei Cedri ha iniziato la sua discesa negli inferi da oltre due anni tra bancarotta, impasse politica, clientelismo, povertà dilagante e l’innata fragilità di un sistema confessionale.

All’origine del male, l’esplosione di Beirut

L’enorme deflagrazione che devastò la capitale libanese il 4 agosto 2020 è, in qualche modo, la radice dell’attuale crisi. Tutti ricordano le scioccanti immagini della colonna di fumo che oscurava la città: 218 morti, 7 mila feriti e il mistero di quelle 2.750 tonnellate di nitrato d’ammonio stipate da chissà chi in un magazzino del porto. Dopo più di un anno, nessuna verità è ancora venuta a galla anche se le famiglie delle vittime continuano a invocare giustizia.

Il giudice che fa tremare l'establishment

E qui arriviamo al 47enne Tareq Bitar, certamente l’uomo più esposto del Paese, al momento. Chi lo conosce sa che sorride poco, prende il suo lavoro come una missione e, soprattutto, è incorruttibile. Nessun invito a cena, nessun regalo, addirittura nessuna telefonata se dall’altro capo del filo c’è qualcuno che chiede un favore. Di fede cristiana, Bitar non ha affiliazioni partitiche: “ecco perché i politici hanno tanti problemi con lui, non hanno mezzi per fargli pressione”, spiega chi lo conosce bene.

Da quando è stato incaricato dell’inchiesta sull’esplosione, Bitar ha fatto tremare l’establishment libanese, indagando ex membri del governo, deputati, potenti 007. Finché, nei giorni scorsi, ha emesso un mandato d’arresto nei confronti dell’ex ministro sciita Ali Hassan Khalil, dopo che quest’ultimo si era rifiutato di comparire per essere interrogato. Quando è arrivata la notizia che la Cassazione aveva respinto un ricorso dello stesso Khalil contro il magistrato, di fatto dando mano libera all’inchiesta, la protesta è stata prontamente organizzata. Pacifica solo sulla carta visto che alcuni manifestanti impugnavano lanciarazzi. In strada c’erano i seguaci dei due partiti armati sciiti, Amal e Hezbollah, che hanno accusato i cristiani maroniti di averli attaccati con cecchini dai tetti. Per lunghe e drammatiche ore gli scontri hanno fatto rivivere la violenza settaria che in Libano nessuno dimentica.

Lo sciita Nasrallah e la strategia della tensione

Ma perché gli sciiti ce l’hanno col giudice Bitar? Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, lo ha più volte accusato di voler politicizzare l’inchiesta, chiedendone la sostituzione con un giudice “trasparente e onesto”. Ma è evidente che il gruppo teme l’avanzare dell’indagine e un suo coinvolgimento diretto: vuoi perché sono stati chiamati in causa molti esponenti sciiti, vuoi perché i miliziani del Partito di Dio controllano quella zona del porto e i relativi traffici. Di qui la mossa di Nasrallah, abile nel fomentare quella strategia della tensione che, facendo saltare il banco, eviterebbe un grande processo di delegittimazione della classe politica. 

Ma conviene davvero soffiare sul fuoco? Uno scontro coi cristiani farebbe perdere al potente leader sciita la strategica allenza col presidente libanese, il maronita Michel Aoun, e porterebbe tutti i cristiani a unirsi contro il suo partito, che rimarrebbe isolato. Dunque, a nessuno fa comodo l'escalation.

Un miliardario per salvare un paese allo sbando

"Assicuro i libanesi che l'orologio non tornerà indietro. Il governo c'è e va avanti". Tutti gli occhi sono ora puntati su di lui: il primo ministro Najib Miqati, arrivato al governo lo scorso settembre dopo ben 13 mesi di stallo istituzionale e vuoto politico. Il 66enne sunnita Miqati non è un novellino: è già stato premier due volte, dal 2004 al 2005 e dal 2011 al 2014. Soprattutto è un magnate noto in tutto il Medio Oriente, patron delle telecomunicazioni e secondo uomo più ricco del Libano col suo patrimonio netto di 2,7 miliardi di dollari. Negli ultimi anni è stato accusato di clientelismo e corruzione ma il Paese conta su di lui - e sul suo gabinetto di 24 ministri cristiani e musulmani - per uscire da una crisi sempre più profonda.

Il Libano come il Titanic

Ben prima della pandemia, il Libano era già alla deriva. "Siamo sul Titanic", fu l'icastica previsione del presidente del Parlamento, Nabih Berri. Il debito pubblico supera il 100% del Pil da decenni, e oggi sfiora il 180% (a marzo 2020 Beirut ha dovuto dichiarare bancarotta). La recessione ha spazzato via il 40% del reddito pro capite, l'inflazione si attesta al 90% e i prezzi dei beni sono aumentati del 220% nell'ultimo anno. Mancano le medicine, il sistema sanitario è collassato e la corruzione s'infiltra senza limiti. La crisi energetica - causata dalla ripresa post Covid - ha dato il colpo di grazia finale: il carburante non c'è più, a stento lo Stato fornisce due o tre ore di energia al giorno e i black-out si succedono a ripetizione.

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