Venerdì, 26 Febbraio 2021
Libia

Migranti in fuga dai trafficanti feriti a colpi d'arma da fuoco: in Libia inferno senza fine

Impossibile sapere quante persone siano detenute nelle carceri clandestine

Venticinque migranti sono stati feriti a colpi di arma da fuoco esplosi dai trafficanti mentre cercavano di fuggire dal luogo in cui erano detenuti a Bani Walid, 170 chilometri a Sud-Ovest di Tripoli.

Più di 20 feriti

"Decine di migranti hanno tentato di scappare dal luogo di detenzione alle porte della città di Bani Walid - ha raccontato un funzionario del dipartimento di polizia locale, Salim Bin Dalla, all'agenzia di stampa cinese Xinhua - mentre stavano uscendo sono stati colpiti dai trafficanti, che ne hanno feriti più di 20. Altri 50 migranti sono riusciti a scappare e sono venuti da noi. Li abbiamo accolti e abbiamo dato loro del cibo". 

Bin Dalla ha quindi riferito di un'imminente operazione nel luogo indicato dai migranti: "Dalle nostre informazioni si tratta di una fattoria situata 12 chilometri a Sud della città".

"A un anno dall'accordo con la Libia ancora migliaia di persone intrappolate nei centri" 

Ci sarebbero anche delle vittime, ma la notizia non è stata confermata. Un funzionario dell'ospedale locale ha confermato il ricovero di 25 feriti di diverse nazionalità africane, i quali hanno raccontato che diversi compagni di detenzione sono rimasti uccisi.

Migranti in Libia

Bani Walid è uno dei principali punti di transito dei migranti in arrivo dal Sud della Libia e diretti verso la costa, con la speranza di partire alla volta dell'Europa. Lo scorso febbraio 21 migranti morirono in un incidente stradale, quando un camion si ribaltò lungo la strada a Sud di Bani Walid.

Bani Walid si trova nell’ovest della Libia, a 180 chilometri da Tripoli ed è considerata una città-snodo per i trafficanti di esseri umani. Nei dintorni sono "spuntati" negli ultimi anno numerosi centri di detenzione illegali gestiti dai trafficanti. 

Mohammed al Yaqoubi, attivista politico locale, ad "Agenzia Nova ha riferito che "le forze di sicurezza locali sono intervenute tardivamente e sono riuscite a salvare la vita dei migranti dopo l’inizio della sparatoria portando i feriti in ospedale per essere curati. Ora le autorità locali stanno cercando di trasferire questi migranti in centri di detenzione regolari che fanno capo al governo di accordo nazionale libico per procedere al rimpatrio". 

L'inferno libico dei migranti

Traffico di esseri umani e prigioni clandestine, sono solo alcuni dei pericoli che i migranti e rifugiati devono affrontare in Libia. Se le condizioni di vita nelle carceri “ufficiali” sono oggi meno insostenibili per via dei rimpatri volontari, la cui natura deve comunque essere messa in discussione, in quelle clandestine le torture sono probabilmente in aumento. Medici Senza Frontiere non ha accesso alle prigioni clandestine ma assiste le persone che riescono a fuggirne: "I migranti che incontriamo hanno le gambe rotte in diversi punti, bruciature e riportano ferite da percosse".

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Dalla fine del 2017, si sono moltiplicate le dichiarazioni per porre fine alla sofferenza subita dai migranti e rifugiati in Libia da parte delle autorità europee, africane e libiche. Ne è scaturito qualcosa?

La misura principale, facilitata dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM), è consistita principalmente nel rafforzare i cosiddetti ritorni "volontari" di persone dalla Libia verso i Paesi di origine. Va poi fatta una distinzione tra due diverse situazioni che riscontriamo nel contesto attuale. Da una parte ci sono i detenuti nei centri “ufficiali”, dall’altra coloro che vengono rapiti e trattenuti nelle carceri clandestine. Nella prima categoria, al novembre 2017, rientrano quasi 17.000 detenuti. Le operazioni di “evacuazione di emergenza” sono in corso da mesi per chi si trova nei centri “ufficiali” e, dal novembre 2017, sono circa 15.000 le persone rimpatriate. Tuttavia si tratta di uno sviluppo positivo solo quando le persone intrappolate in Libia desiderano veramente tornare a casa.

Dobbiamo comunque mettere in discussione la natura volontaria di questi rimpatri, considerata la natura arbitraria delle detenzioni che non lascia alcuna alternativa. L’UNHCR ha evacuato circa 1.000 rifugiati, i casi considerati più vulnerabili. La maggior parte è stata portata in Niger dove aspettano che gli venga concesso asilo da un altro Paese. Ci sono più di 50.000 persone, registrate dall’UNHCR in Libia, principalmente originarie della Siria, bloccate nel Paese. Ma ci sono molti altri rifugiati e richiedenti asilo invisibili, che vengono rapiti, rinchiusi e a volte persino uccisi. È difficile stimarne il numero ma, secondo alcuni osservatori, il numero dei migranti, rifugiati e richiedenti asilo in Libia arriverebbe a 700.000. 

Cosa è cambiato?

Il principale cambiamento che abbiamo osservato è una diminuzione del numero dei detenuti nei centri di detenzione “ufficiali”, attualmente tra le 4.000 e le 5.000 persone. Questo ha reso le condizioni di prigionia meno insostenibili rispetto a sei mesi fa, in particolare riguardo i problemi legati al sovraffollamento. Tuttavia devono ancora essere affrontati molti problemi che le pochissime organizzazioni internazionali presenti nel Paese, concentrate quasi esclusivamente a Tripoli, non vedono. Le nostre équipe forniscono assistenza medica e supporto in diversi centri di detenzione, dove le persone raccontano di aspettare che qualcuno prenda in mano la loro situazione, mentre continuano a vivere nell’incertezza. I graffiti sui muri delle loro celle riflettono fin troppo bene la loro precarietà.

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In particolare, non si fa nulla per porre fine al calvario subito da migranti e rifugiati al di fuori dei centri di detenzione ufficiali. Inoltre, le persone che rischiano la vita attraversando il Mediterraneo per fuggire dalla Libia vengono ancora, con l'aiuto degli Stati europei, riportate indietro in un Paese in cui sono esposti a ogni tipo di violenza.

Facciamo l'esempio di un giovane uomo o una donna che attraversa il Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l'Europa e la sua imbarcazione è intercettata dalla Guardia Costiera libica. Cosa accade?

Le persone intercettate in mare dalla Guardia Costiera libica sono sbarcate sulla costa e portate nei centri di detenzione. I team di UNHCR e IOM si sono suddivisi i 12 siti di sbarco cui hanno accesso e lì conducono delle consultazioni mediche. I sopravvissuti sono quindi, in teoria, condotti nei centri di detenzione. Non esiste una disposizione specifica per i più vulnerabili che, a questo punto, dovrebbero ricevere un trattamento particolare e non essere soggetti a detenzione arbitraria, che mette a repentaglio ancora di più la loro salute. Ancora ci sono bambini piccoli che dalle barche intercettate in mare sono portati nei centri di detenzione. Va anche detto che la distinzione tra reti ufficiali e clandestine non è sempre così chiara. Tutto può succedere. Qualcuno che è tornato dal mare in Libia può fin troppo presto finire di nuovo nelle mani dei trafficanti di esseri umani e il circolo può ricominciare da capo.

Per molte persone, essere rimandati nel Paese di origine non è una possibilità e le reti criminali sono la loro unica alternativa per trovare rifugio e una vita migliore in Europa. Queste reti, che l'Europa afferma di smantellare, hanno il monopolio sulla gestione dei movimenti delle persone più vulnerabili che non hanno altra alternativa. Perché gli eritrei - il 90% delle cui richieste di asilo sono accettate in Europa - sono obbligati a intraprendere viaggi così pericolosi e faticosi? Fare di tutto per bloccare o riportare in Libia le persone che cercano di fuggire, genera ancora più sofferenza.

Quanto è diffusa la tratta? Si è parlato di un'industria di rapimenti e torture in Libia. È ancora così?

Non abbiamo modo di dire quante persone siano detenute nelle carceri clandestine, ma il rapimento di migranti e rifugiati e l'uso della tortura per ottenere riscatti, non solo sono pratiche diffuse, ma probabilmente sono in aumento. Sostituiscono le entrate delle economie locali colpite dalla mancanza di liquidità nelle banche libiche. Chi sopravvive alle prigioni clandestine è finanziariamente, fisicamente e mentalmente rovinato e avrà bisogno di tempo e supporto per riprendersi, se ne avrà la possibilità.

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MSF non ha accesso alle prigioni clandestine ma assiste le persone che riescono a fuggirne. Ad esempio, collaboriamo con una ONG locale per fornire assistenza sanitaria di base in un rifugio per migranti a Bani Walid. Alcuni migranti hanno le gambe rotte in diversi punti, bruciature e riportano ferite da percosse. I libici che lavorano insieme a noi sono scioccati quanto noi. È impossibile dire quanti migranti e rifugiati arrivino in Libia, passino per Bani Walid e sopportino questo incubo: noi al momento stiamo trattando altrettanti sopravvissuti quanti ne abbiamo visitati l'anno scorso. Proprio la scorsa settimana un sopravvissuto che era arrivato il giorno precedente ci ha detto: “ho sopportato 2 mesi, 3 settimane, 1 giorno e 12 ore di inferno”. Anche se la loro salute spesso richiederebbe il ricovero, le ammissioni in ospedale sono spesso ritardate perché le strutture pubbliche ci obbligano a fornire preventivamente i risultati dei test sui pazienti per le malattie infettive. Ogni mese forniamo 50 sacchi per sepoltura a una ONG locale che cerca di seppellire dignitosamente i migranti e i rifugiati trovati morti nell'area di Bani Walid. Ci hanno detto di aver seppellito oltre 730 cadaveri dall'anno scorso. Ma non possiamo affermare che questo sia il numero di persone morte a causa delle atrocità e dei pericoli subiti passando attraverso questa zona. Il bilancio delle vittime è decisamente molto più alto.

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