Coronavirus: un milione di morti e tante domande senza risposta

I numeri spaventano e raccontano, ma vanno interpretati e capiti. Come si spiega l'estrema variabilità geografica dei tassi di mortalità per COVID-19?

I decessi legati al coronavirus nel mondo hanno superato il milione secondo il bilancio fornito dalla France Press sulla base di dati ufficiali. Gli Usa restano il Paese con il più alto numero di morti seguiti da Brasile, India, Messico e Gran Bretagna. L'Oms ha avvertito che senza un'azione collettiva a livello globale, è "molto probabile" che si arrivi a due milioni di morti.  "Abbiamo perso un milione di persone in nove mesi - ha detto il direttore per le Emergenze Michael Ryan - e potrebbero volerci altri nove mesi prima di avere il vaccino. Siamo pronti a fare ciò che è necessario per evitare queste vittime? Il momento di agire per frenare la strage è adesso. Altrimenti arriveremo a quel numero".

Un milione di morti nel mondo

"Un milione di persone hanno perso la vita per il Covid in tutto il mondo. E' un numero impressionante e purtroppo ancora in crescita", commenta lunedì il ministro della Salute, Roberto Speranza. Iniziamo col dire che i Paesi con più abitanti hanno più casi e più vittime: ovvio. E le vittime del nuovo coronavirus sono state soprattutto nei primissimi mesi dell'epidemia con ogni probabilità decisamente superiori rispetto al numero di morti effettivamente registrate. I numeri vanno interpretati, l'Italia ha potuto farlo quando è stata pubblicata dall'Inps un’analisi sulla mortalità effettiva in Italia nel periodo gennaio-aprile 2020, rilevando una differenza evidente tra i numeri ufficiali della pandemia e le morti in eccesso rispetto alla media degli anni precedenti. 

Il 20 per cento del milione di morti è stato pianto negli Stati Uniti, dove le vittime hanno ormai superato quota 200mila; 141mila i decessi in Brasile, 95mila in India, 76mila in Messico; il primo Paese del "vecchio continente" in questa tragica classifica è il Regno Unito, con più di 42mila morti. Non si può non notare come Usa, Brasile e Messico siano stati molto restii (per usare un eufemismo) nell'introdurre misure di contenimento del contagio nella prima fase di diffusione del Sars-CoV-2: servirà però più tempo per fare collegamenti certi tra scelte di politica sanitaria e mortalità da COVID-19. Ma è un dato di fatto che ad esempio Grecia e Vietnam, che hanno imposto tempestivamente restrizioni, siano riusciti a contenere i contagi in maniera netta. I soli 1.074 casi in Vietnam - che confina con la Cina primo epicentro - dove il numero di decessi da inizio pandemia è 35, hanno attitrato l'attenzione di molti scienziati.

L'Italia è al sesto posto con i suoi 35mila decessi. La Cina è soltanto 30esima, con meno di 5mila morti complessivi nonostante tutto sia iniziato a Wuhan, dove probabilmente per mesi il virus si era fatto strada sottotraccia già nel 2019: nell'Hubei a gennaio il virus fece la sua prima vittima. Era l'11 gennaio 2020 quando vi davamo notizia della polmonite "misteriosa" in Cina provocata da un "nuovo tipo di coronavirus". COVID-19 e Sars-CoV-2 allora erano termini ancora ignoti. In poche settimane il mondo sarebbe cambiato, forse per sempre.

I numeri spaventano, raccontano, illustrano, ma vanno interpretati e capiti. Lo possono fare solo gli esperti. The Conversation è un sito di informazione a cui collaborano accademici e ricercatori da tutto il mondo. Un articolo di Stephen Harris ospita le opinioni di alcuni studiosi su alcuni temi chiave della pandemia. Ci ha particolarmente colpito quello che ha scritto Derek Gatherer, docente e membro dell'Institute for Social Futures, Lancaster University, a proposito dell'estrema variabilità geografica dei tassi di mortalità per COVID-19. Come si possono spiegare?

"I decessi da COVID-19 per milione di abitanti (dpm) sono distribuiti in modo molto diseguale in tutta Europa: si va dai 7 in Slovacchia agli 856 del Belgio. Una striscia di paesi relativamente poco colpiti si estende dalla Finlandia a sud fino ai Balcani settentrionali". L'immagine seguente lo esemplifica. I Paesi con i numeri in nero son quelli con la mortalità più bassa, quelli con i numeri in rosso hanno una mortalità molto più alta.

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Morti per milione di popolazione in Europa e nei paesi limitrofi, a metà settembre 2020. Immagine in licenza Creative Commons: Fonte: San Jose

Le sacche geografiche con bassa mortalità: immunità crociata?

"Esistono - continua Gatherer - sacche simili di bassa mortalità per COVID-19 in altri continenti, in particolare nei paesi del sud-est asiatico". Le popolazioni dei paesi a bassa mortalità potrebbero avere una certa immunità crociata al Sars-CoV-2 generata dalla recente esposizione a un altro coronavirus: questa è l'ipotesi messa in campo dallo studioso: "I candidati ovvi sono i coronavirus del raffreddore comune, più miti: 229E, NL63, OC43 o HKU1".

Nella storia recente "poca attenzione è stata prestata ai coronavirus stagionali, anzi, alle infezioni respiratorie stagionali non influenzali, in generale, al punto che i dati clinici rilevanti sul campo sono estremamente scarsi e spesso vecchi". Servono molti più studi di laboratorio per capire quanta immunità crociata i coronavirus si conferiscono a vicenda, così come servono tanti più studi sulla popolazione per determinare la prevalenza degli anticorpi contro i vari coronavirus. "La sierologia, lo studio della prevalenza degli anticorpi - è stata a lungo la Cenerentola della virologia rispetto al mondo più affascinante del sequenziamento del genoma - dice Gatherer su The Converstaion -  ma il significato e le conseguenze del suo abbandono stanno ora diventando evidenti".

A sostegno della tesi dell'immunità crociata, c'è un precedente da ricordare. In occasione della pandemia d’influenza A(H1N1) del 2009 le persone anziane, a differenza dei giovani, erano meno soggette a sviluppare una forma grave della malattia. Ci si interrogò parecchio su questo dettaglio. Come era possibile? Oggi si ritiene probabile che il loro organismo avesse conservato memoria di una risposta citotossica acquisita contro altre famiglie del virus influenzale di tipo H1N1 circolate decenni prima. Altre ricerche hanno mostrato l’esistenza di una protezione crociata dal Sars-cov-2 nelle persone che erano state infettate dal Sars-cov nel 2003. Tuttavia i meccanismi di immunità crociata sono ancora poco conosciuti.

Ci vorranno anni per capire meglio le modalità di diffusione dell’attuale coronavirus, e per comprendere se l'analisi della distribuzione geografica del primo milione di morti per COVID-19 possa darci risposte utili per il futuro.

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