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Mercoledì, 17 Aprile 2024

Serena Console

Giornalista

Le 'vecchie' minacce nordcoreane in un mondo cambiato

Non solo la minaccia nucleare di Vladimir Putin. Adesso si aggiunge anche quella di Kim Jong-un. Dopo il quinto test missilistico nordcoreano in dieci giorni è arrivata la ferma risposta di Corea del Sud e Stati Uniti. L'esercito sudcoreano e quello statunitense la mattina del 5 ottobre hanno lanciato sei missili terra-terra nel Mar del Giappone contro bersagli simulati. Uno di questi, un missile Hyunmoo-2 testato da Seul, poco dopo il lancio si è schiantato all'interno della base dell'aeronautica militare nella periferia della città di Gangneung, senza provocare vittime.

Lo schianto e il seguente incendio hanno indotto molti a credere che potesse trattarsi di un attacco nordcoreano, scatenando il panico della popolazione che non è stato immediatamente contenuto dal governo sudcoreano. L'incidente è stato tenuto nascosto per diverse ore, probabilmente perché la notizia delle esercitazioni congiunte era - come si dice in gergo giornalistico - sotto embargo, ossia i notiziari non potevano darne conto prima di un termine temporale stabilito. 

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Doveva essere una dimostrazione di forza di fronte alle provocazioni nordcoreane, e invece l'esercitazione a fuoco vivo di Corea del Sud e Usa si è conclusa con un imbarazzante incidente e con un pessimo messaggio di deterrenza inviato alla Corea del Nord. La base aerea dove è caduto l’Hyunmoo-2 è infatti una delle più importanti in Corea del Sud perché è la più vicina alla linea di confine con la Corea del Nord ed è opposta alla costa dove si trova la capitale Seul. 

L'ira di Kim per le esercitazioni congiunte

Le acque attorno alla penisola coreana tornano a ospitare la portaerei statunitense USS Ronald Reagan, che ha fatto marcia indietro per dimostrare la "ferma volontà degli alleati di contrastare le continue provocazioni e minacce del Nord”. Si alza la tensione nella regione dell’Asia orientale. Il leader Kim Jong-un, che ha ufficialmente sancito il diritto di effettuare un attacco nucleare preventivo su un Paese che si ritiene rappresenti una minaccia imminente per la Corea del Nord, non gradisce le manovre di chi considera suoi nemici.  

Dopo cinque anni di stop, la scorsa settimana, Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud sono tornati a condurre delle esercitazioni militari congiunte per rispondere a un eventuale attacco missilistico sottomarino. Sebbene sulla carta non compaia un riferimento alla Repubblica Popolare Democratica di Corea (nome ufficiale della Corea del Nord), le manovre e gli attori coinvolti indicano quanto alta sia l’attenzione rivolta al regime di Pyongyang.

La frequenza dei test missilistici nordcoreani indica anche un cambio di passo nella retorica provocatoria di Pyongyang: nel 2022, le provocazioni missilistiche della Corea del Nord sono diventate così frequenti – 25 test, di cui quattro la scorsa settimana e due la mattina di oggi 6 ottobre – al punto che gran parte della comunità internazionale ha smesso di prestare attenzione. 

Kim continua così ad alzare il tiro. Il 4 ottobre, per 22 minuti, il missile balistico a raggio intermedio Hwasong 12 ha volato per circa 4,500 km, sorvolando per qualche minuto lo spazio sulla prefettura di Aomori, a nord del Giappone, prima di cadere nelle acque del Pacifico a poca distanza dall’isola di Guam, il minuscolo territorio americano che la Corea del Nord minacciava di attaccare cinque anni fa.

Gli ultimi test nordcoreani dimostrano quanto Pyongyang stia portando avanti gli sviluppi del suo arsenale. Diversi analisti, inoltre, sottolineano come Kim abbia scelto di far partire i vari missili nelle precedenti esercitazioni da diverse località e piattaforme di lancio, comprese ferrovie e aeroporti, per simulare un conflitto reale e rendere più complicato per i nemici individuare e distruggere i vettori.

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Un mondo diverso

Le attuali minacce nordcoreane ricordano quelle del 2017. Ma il panorama internazionale è cambiato notevolmente da allora. Alla Casa Bianca non siede più Donald Trump, che aveva definito Kim il “rocket man” impegnato in una missione suicida, per poi avviare un dialogo con il leader nordcoreano sulla denuclearizzazione risoltosi in un nulla di fatto. L’attuale presidente statunitense, Joe Biden, insieme ad altri leader del mondo, osserva con preoccupazione la guerra russa in Ucraina e le mosse del presidente russo Vladimir Putin, che minaccia di usare armi tattiche. Inoltre Washington sembra aver ripreso in mano il “Pivot to Asia” di obamiana memoria per contenere l’assertività cinese nel quadrante asiatico. Per un po’, il regime di Pyongyang è uscito dai radar statunitensi. 

Anche nei consessi internazionali non va meglio. La Cina e la Russia, che hanno potere di veto nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, bloccano qualsiasi tentativo statunitense di imporre sanzioni alla Corea del Nord. La motivazione? Tutelare la popolazione nordcoreana e avviare un dialogo con Kim. 

Con l’attenzione posta su quanto accade in Europa, Pyongyang ha così subito meno sanzioni nonostante i suoi continui test missilistici. E nel frattempo corteggia Mosca ideologicamente. Kim e Putin condividono, insieme al leader cinese Xi Jinping, l’opposizione all’ordine internazionale a guida democratica e occidentale, attraverso la retorica antiamericana.

I test missilistici dovrebbero essere letti perlopiù come un messaggio politico rivolto agli attori regionali. Il premier giapponese Fumio Kishida, sempre più vicino a Biden (basti pensare al Quad e all’Ipef, solo per citarne alcuni), punta all’aumento del budget militare al 2% del Pil, uguale a quello dettato dalla Nato. Nella politica giapponese queste spese non hanno mai superato l’1%, soglia alla quale il governo di Tokyo si è attenuta dal dopoguerra. L’aumento della spesa militare permetterebbe al Giappone di allinearsi agli impegni dei paesi Nato e, di conseguenza, potersi sedere al tavolo degli alleati.

C’è poi il “cugino sudcoreano”, il presidente falco Yoon Suk-yeol. Dopo aver messo nel cassetto la ‘Sunshine Policy’ del suo predecessore democratico Moon Jae-In, Yoon ha fatto delle dimostrazioni di forza militare un punto cruciale per rispondere alle minacce nordcoreane, promuovendo la recente strategia dei “tre assi”: la piattaforma di attacco preventivo Kill Chain, il sistema Korea Air and Missile Defense e il programma Korea Massive Punishment and Retaliation. Seul sta quindi portando avanti una corsa agli armamenti per occupare una posizione di potenza regionale: la scorsa settimana, il governo sudcoreano ha diffuso un video del missile Hyunmoo-5 a raggio intermedio sviluppato a livello nazionale, in grado di trasportare la testata più pesante del mondo. 

All’americano Biden, al giapponese Kishida e al sudcoreano Yoon non resta altro che portare avanti un coordinamento trilaterale per dare una risposta immediata e a lungo termine alle minacce nordcoreane. La loro collaborazione, segno di una maggiore intesa, non piace però al leader Kim: un nuovo test nucleare nordcoreano, il primo dal settembre del 2017, diventa quindi sempre più probabile. 

Il Center for Strategic and International Studies (Csis), think tank basato a Washington, ha recentemente diffuso un report sulle immagini satellitari ad alta risoluzione di Airbus Neo raccolte tra il 19 e il 29 settembre scorso sul sito di Punggye-ri che ha finora ospitato le detonazioni atomiche. Secondo fonti di intelligence, Pyongyang potrebbe effettuare un test nucleare a cavallo tra il XX Congresso del Partito Comunista Cinese (al via il 16 ottobre) e il voto dell’8 novembre per il midterm negli Usa.

In un quadro di incertezza, c’è solo una sicurezza: i tempi del settimo test nucleare rimangono solo ed esclusivamente nelle mani di Kim Jong-un. A lui, la decisione se premere o meno il tasto rosso. Agli altri, quella di avviare un dialogo. 
 

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