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Giovedì, 18 Aprile 2024
La crisi

Cosa sta succedendo in Libano

Israele bombarda obbiettivi di Hamas nel Sud del Libano, come rappresaglia per un massiccio lancio di razzi. E la crisi si inserisce in un contesto finanziario e sociale fragilissimo

La drammatica situazione militare in Libano, dopo 17 anni di cessate il fuoco e di pace, rischia di mettere in secondo piano la crisi economica, finanziaria e sociale che attanaglia e blocca il Paese. Nelle scorse ore, le milizie palestinesi nella Striscia di Gaza hanno lanciato 44 razzi verso Israele, dopo i bombardamenti di rappresaglia israeliani sia nell'enclave palestinese che contro obiettivi del movimento islamista Hamas nel sud del Libano. Del numero totale di missili sparati, ha riferito l'esercito, nove sono stati lanciati male, 12 hanno colpito il Mar Mediterraneo e 23 hanno attraversato il territorio israeliano.

Già giovedì si era registrato un forte aumento delle tensioni con 36 razzi lanciati dal Libano - il più grande attacco proveniente da quel Paese dal 2006 - e sette da Gaza. Israele ha incolpato i gruppi palestinesi per il lancio dal Libano e ha avvertito che non permetterà ad Hamas di "operare dall'interno" del Libano. Il portavoce dell'esercito israeliano ha dichiarato che l'attacco di ieri non poteva essere ignorato dal gruppo sciita libanese Hezbollah, e che  "lo Stato del Libano è responsabile di ogni aggressione proveniente dal suo territorio".

Missione italiana in Libano (foto Salvatori)-2

Il tutto si inserisce in un contesto socioeconomico di grande instabilità e fragilità. In Libano la classe media è quasi sparita e la pubblica amministrazione è al collasso. La svalutazione della lira libanese è così alta che un euro vale 85mila lire, le famiglie non hanno i soldi per la benzina (9-10 euro al litro) e per accompagnare i figli a scuola e questo vale pure per gli insegnanti. Nelle strade spuntano i cambiavalute, che acquistano soprattutto euro e dollari. Il risultato è che molte scuole pubbliche restano chiuse, la sanità, prima pubblica, ora è a pagamento, i servizi pubblici sono in ginocchio. I cittadini si arrangiano e chiedono spesso aiuto alla missione Onu (Unifil) che da quarant’anni tiene separati Israele e Libano. “C’è una responsabilità collettiva che spiega questa situazione - spiegano fonti dell’ambasciata italiana a Beirut - e alla politica vengono chieste riforme, che, però, non ci sono. Da tre anni sono in atto colloqui con il Fondo monetario internazionale, ma senza riforme e senza l’elezione di un presidente, non ci sarà assistenza”. Basti pensare che un dipendente pubblico, insegnante, militare o di Enti locali, ora ha uno stipendio che equivale al 10% di quello precedente.

La missione Onu

Nel sud del Libano, dal 2006, l’ordine e la tranquillità sono state fatte rispettare dalla risoluzione Onu 1701, e dalla missione Unifil (che ha invitato ad evitare un’escalation), applicata da numerosi contingenti, tra cui quello italiano è uno dei principali. Ora sono tutti in stato di allerta e al momento del fuoco nelle basi è scattato l’ordine di ripararsi nei bunker. In questo momento il Settore Ovest è a guida italiana, con la Brigata paracadutisti Folgore al comando del generale Roberto Vergori, che dispone di 3.600 caschi blu di varie nazionalità. Il contingente italiano è formato da 1.300 soldati di tutte le Armi, 800 dei quali parà. Il comando vede 5 Battaglioni: Italia, Malesia, Ghana, Corea del Sud e uno formato da irlandesi e polacchi. Monitorano il cessate il fuoco stabilito dalla 1701 (una vera pace non è stata firmata), assistono il governo libanese e le Forze armate (Laf, Lebanese armed forces) e supportano la popolazione. Uno dei punti caldi del Medio Oriente è la blue line, la linea di demarcazione tra Israele e Libano, dove oltre a una recinzione antirazzi e sistemi di videosorveglianza Tel Aviv ha già costruito 17 chilometri di muro sui 170 previsti. Il timore è quello di passaggi di terroristi o nemici o lanci di razzi, anche se la Blue line è ben presidiata dai caschi blu e finora si erano rilevate solo piccole violazioni.

Crisi economica

Da ottobre dello scorso anni il Paese è paralizzato sul piano costituzionale: non c’è un presidente (per liti interne ai partiti) e il governo è ad interim, cioè regola solo gli affari correnti. Le cariche politiche sono assegnate in base a divisioni religiose: il presidente è un cristiano maronita, il premier un musulmano sunnita, il presidente del Parlamento un musulmano sciita, il vicepresidente del Parlamento e il vice primo ministro cristiani greco-ortodossi. La regione è importante, ma nel Paese non ci sono divisioni religiose fra gli abitanti ed è comune che musulmani e cristiani frequentino le stesse scuole, o vedere nelle città chiese vicino alle moschee o edicole con le madonne nei piccoli villaggi del Sud. Il premier Najib Mikati - che ha espresso “grande apprezzamento per il contributo italiano alla missione Unifil e all’addestramento delle Forze armate libanesi” - è stato ricevuto tre settimane fa dalla premier Giorgia Meloni. I due leader hanno approfondito i temi della collaborazione nei settori dell’energia e della cooperazione allo sviluppo, nonché delle politiche migratorie nel Mediterraneo. “Nel corso del colloquio, sono stati affrontati anche gli ultimi sviluppi nel Medio Oriente, con particolare riferimento alla Siria e alla questione dei rifugiati siriani in Libano” si legge sul sito governo.it. E l’immigrazione è uno dei nuovi scogli che il piccolo paese del Mediterraneo si trova ad affrontare. La Banca mondiale ha affermato che questa situazione di stallo è “una gestione deliberata” da parte di una classe politica rimasta inerte. Una inerzia che ha fatto perdere al sistema bancario 70 miliardi di euro, costi che pagano i cittadini. Il Fmi vuole equità, la gestione dei conti correnti, dei depositi ritenuti però intoccabili da molti) sintetizzano fonti diplomatiche. Il default è all’orizzonte, senza una ristrutturazione del debito e senza una decisione sui depositi. Ogni anno, i libanesi che hanno fatto fortuna all’estero inviano diversi miliardi di rimesse, ma non bastano. “E’ triste parlare del Libano, Paese anni fa molto ricco, che sopravvive ora grazie agli aiuti umanitari. Il Paese ha risorse naturali, capitale umano, turismo, ma non ha un modello di sviluppo” sostengono in ambasciata. Il turismo potrebbe essere una miniera d’oro con siti archeologici e naturali, spiagge, un mare da sogno. Ma tutto questo è maltenuto, non sfruttato e senza investimenti.

Campi profughi

Da sempre, in Libano esistono campi profughi, quelli palestinesi in primis, tra cui quello bersaglio della reazione israeliana vicino a Tiro e quelli più tristemente famosi di Sabra e Shatila a Beirut. A questi, si sono aggiunti quelli siriani, dopo la guerra civile esplosa nel 2011, a cui hanno partecipato anche le milizie sciite di Hezbollah. I rifugiati siriani non sono ben visti dalla popolazione. Riuniti nei campi si arrabbiano come possono e nelle città si vedono molti mendicare. Tutti i libanesi chiedono alla comunità internazionale di aiutarli a tornare a casa loro. I numeri sono, come la solito incerti, ma se ne stimano due milioni. L’Unhcr, ricordano fonti diplomatiche, non li registra più, perché il Libano non vuole.

Resti di un razzo intercettato dalla difesa aerea israeliana (foto LaPresse)

Immigrazione

E qui entra in campo l’emigrazione. Dalle bellissime coste libanesi, tra il 2020 e il 2022 sono partite almeno 1.500 persone. Ci sono sì i siriani che fanno rotta verso l’Europa - l’Italia è il Paese di approdo - ma dietro di loro si accodano palestinesi e anche libanesi. Un fenomeno che potrebbe essere destinato ad aumentare, vuoi per la tensione in atto, vuoi se non si trova al più presto una stabilità prima politica e poi economica. Il recente accordo tra Israele e Libano per lo sfruttamento di un giacimento di gas in mare potrebbe portare un po’ di sollievo a Beirut, anche se i tempi non sono brevi. Così come un gruppo di contatto guidato da Francia e Usa, Qatar, Arabia Saudita e Iran si è detto disposto ad aiuti finanziari: ma senza riforme o un presidente, non se ne farà nulla. E a gettare nuove ombre sul Paese dei fenici c’è l’accordo tra Arabia Saudita e Iran (cioè tra sunniti e sciiti), di cui nessuno si sente di prevedere sviluppi che potrebbero coinvolgere l’intera regione. Di certo, al tavolo a Pechino, che ha visto i colloqui tra gli ambasciatori di Arabia Saudita e Iran si è parlato anche di questa improvvisa crisi.

Import Export

Infine, L’Italia, da sempre in prima fila nelle missioni di peacekeeping, ha ricevuto un colpo notevole per l’export, pur restando il primo esportatore. Si sta cercando di risalire la china con i partenariati. Oltre alla richieste di fotovoltaico, il Paese dei cedri deve puntare all’agricoltura (ortofrutta in particolare), all’industria, alla farmaceutica. Altre Paesi hanno acquisito le quote di mercato prima italiane e ai primi posti ci sono Turchia e Cina. Il nostro Paese si distingue per la cooperazione civile e militare, con costruzione di reti idriche, trattamento di acque reflue, sanità, patrimonio archeologico, progetti sociali ed energie rinnovabili. L’Italia, sottolineano dall’ambasciata, resta comunque sempre fra i primi dieci donatori di aiuti.

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