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Giovedì, 30 Maggio 2024
Il caso / Moldavia

La Moldavia teme di finire come l'Ucraina, dietro le proteste nel Paese un oligarca filo russo

La presidente del Paese punta il dito contro la Russia, accusata di fomentare le agitazioni che hanno portato alla caduta del governo pro Ue

Mentre in Ucraina infuria la battaglia di Bakhmut, con la Russia che sembra stia per apprestarsi a dare il via a una nuova e massiccia campagna militare, c'è un altro Paese che teme di poter diventare il prossimo centro delle mire espansionistiche di Mosca: la Moldavia. La nazione, che è alle prese con tutta una serie di problematiche esacerbate dall'invasione avvenuta ai suoi confini, ora si starebbe confrontando anche con i tentativi di ingerenza di Vladimir Putin, che sarebbero messi in atto da un oligarca vicino al Cremlino.

L’ex repubblica sovietica continua ad accogliere migliaia di rifugiati ucraini ogni giorno, secondo i dati dell’Unhcr se ne contano quasi un milione, equivalenti a più di un terzo dei suoi 2,6 milioni di abitanti. Alla crisi migratoria si aggiunge quella energetica, peggiorata dalla drastica riduzione delle forniture di gas provenienti dalla Russia, una decisione presa da Gazprom che ha comportato un’immediata impennata dei prezzi, con conseguente aumento del malcontento generale. In questo clima incandescente, la presidentessa Maia Sandu, dopo aver preso atto delle dimissioni della premier filo-Ue, Natalia Gavrilita, si è scagliata contro Mosca accusandola di aver tentanto di destabilizzare la nazione, sostenendo azioni violente mascherate da proteste dell'opposizione.

La presidente ha poi parlato esplicitamente di “ricatto energetico” riferendosi alla manovra di Gazprom di bloccare le forniture di gas, che ha generato una rapida spirale inflazionistica all’interno del Paese, arrivando a superare il valore del 34% nei giorni successivi all’avvenimento, la cifra più alta in Europa. Sandu ha poi dichiarato che le autorità locali avrebbero confermato il presunto complotto denunciato per la prima volta la scorsa settimana dal presidente ucraino, Volodymyr Zelenskiy. Kiev sostiene di aver intercettato una serie di comunicazioni dei vertici militari russi contenenti un piano segreto per l’occupazione, sul modello del Donbass, della Transnistria che è una sorta di avamposto filorusso al confine tra Moldavia e Ucraina. 

La Transnistria è una piccola enclave separatista, con capitale a Tiraspol, non riconosciuta da nessuna delle nazioni dell'Onu (nemmeno da Mosca) nata da un'insurrezione armata avvenuta dopo la caduta dell'Unione sovietica nel 1992. Al momento ci sono 1.500 soldati russi di stanza sul suolo di quello che è uno Stato indipendente de facto. Questi militari furono inviati dopo l'insurrezione come contingente di pace, anche con il consenso di Chisinau (la capitale della Moldavia), ma con l'impegno di lasciare il Paese dopo un anno. Ne sono passati 30 e sono ancora lì.

Questa striscia di terra poco popolata e inferiore ai 200 chilometri di lunghezza risulta cruciale nell’ottica del Cremlino sia da un punto di vista geografico, perché si inserisce nella via più breve di collegamento tra il Mar Baltico ed il Mar Nero, che strategico dal momento che contiene al suo interno, precisamente nella località di Cobasna, come riportato da Geopop, il più grande deposito di armi e munizioni dell’Europa orientale, un residuo dell’epoca sovietica che conta un numero di esplosivi superiore alle 20 mila tonnellate. L’annessione della Transnistria potrebbe consentire alla Russia di tenere in scacco Moldavia e Romania oltre che dar vita ad una testa di ponte per ulteriori eventuali espansioni nell’area. Per Mosca è utile in quanto la sua esistenza impedisce a Chisinau di avanzare una richiesta di ingresso nella Nato visto che lo statuto dell’organizzazione prevede che i futuri membri non soffrano di questioni territoriali al loro interno.   

Stando a quanto rilevato dall’intelligence ucraina e americana, il cavallo di Troia del Cremlino nello scacchiere moldavo porterebbe il nome di Ilan Shor, un’oligarca di origine ebraica molto attivo nel Paese, tra televisioni, vendita di beni duty-free, compagnie d’assicurazione e squadre di calcio. L'uomo è stato autore nel 2014 della cosiddetta “frode del secolo”, una colossale truffa da un miliardo di dollari ai danni di tre banche nazionali, crimine per il quale è stato condannato a un periodo agli arresti domiciliari. Una volta scontata la pena Shor è entrato nel mondo della politica fondando il Sor Party, una formazione partitica fortemente populista nata con lo scopo di attrarre una grossa fetta dell’elettorato filorusso ed alimentare il malcontento nei confronti della guida del Paese che si sta sempre più avvicinando alla sfera occidentale, soprattutto dopo aver ricevuto o status di candidato dall'adesione all'Ue nel giugno scorso.

A Shor non solo viene imputato di avere stretti legami con il Cremlino, ma di essere proprio sul libro paga del Servizio di sicurezza federale russo con la finalità di erodere il consenso verso la presidenza Sandu e riportare Chisinau sotto l’ala di Mosca. I sospetti intorno alla figura dell’oligarca sono stati ulteriormente alimentati dopo una sua visita alla Duma di Stato russa dello scorso settembre, durante la quale Shor ed il suo partito sono stati definiti come “partner affidabili” da parte del presidente della commissione per gli affari internazionali, Leonid Slutsky, drizzando le orecchie del Dipartimento del tesoro americano che, nel giro di un mese, è arrivato a comminare una sanzione a carico di Shor dopo averlo inserito in capo ad una lista contenente i nomi di 12 individui accusati di sostenere “le campagne destabilizzanti di matrice russa in Moldavia”, come riportato da Radio Free Europe.

Secondo il Tesoro americano “Shor ha lavorato con personalità russe con la finalità di dar vita ad un’alleanza politica capace di condurlo al vertice del parlamento moldavo”, una volta raggiunto questo obiettivo l’oligarca avrebbe ricambiato “promulgando diversi atti legislativi nell’interesse della Federazione russa”. Se nella prima fase del mandato della presidentessa Sandu, 2020-2021, questo tentativo è scemato sotto i colpi del consenso della maggioranza dell’elettorato verso l’avvicinamento alle istituzioni europee, le crisi innescaste dal conflitto ucraino hanno dato nuovo vigore al fronte affine all’influenza di Mosca.

"L’unica via percorribile per il nuovo governo moldavo è quella di sganciarsi dalle fonti energetiche russe" e "trovare nuove fonti energetiche da partner europei affidabili", ha detto Dionis Cenusa, visiting fellow presso l’Eastern Europe studies center di Vilnius. Per riuscirci sostegno a Chisinau è arrivato dalla Romania, che ha fornito l'equivalente del 30% del fabbisogno energetico e del 70% di quello elettrico della nazione, messo a rischio dalla collocazione geografica delle due maggiori centrali elettriche del Paese, in Transnistria. Questo ha permesso a Sandu di prendere tempo e alleggerire la spesa delle famiglie moldave per l’energia, arrivata sul finire del 2022 al 75% del reddito disponibile. All'ancora lanciata da Bucharest va sommato il piano di finanziamento da oltre 145 milioni di euro programmato dall'Ue, una soluzione di medio-lungo periodo capace di far ripartire l'economia moldava che, tuttavia, è ancora in fase di approvazione.  

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