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Giovedì, 20 Gennaio 2022
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Morto Ieng Sary, il "numero 3" del sanguinario regime di Pol Pot

L'ex ministro della Cambogia ha spesso frustrato i procuratori col suo atteggiamento. Sul quadriennio 1975-1979 manca la volontà politica di fare piena luce

E’ morto Ieng Sary, ex ministro degli Esteri dei Khmer Rossi, che negli Anni ’70 instaurarono una feroce e spietata dittatura in Cambogia, che all'epoca era guidata dal sanguinario Pol Pot, di cui era cognato. Negli anni in cui i Khmer Rossi furono al potere, 1975 al 1979, furono sterminate 1,7 milioni di persone secondo le stime più attendibili. Lo stesso Ieng Sary era sotto processo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità presso il tribunale dell’Onu a Phnom Penh, capitale della Cambogia.

Ieng Sary era un esponente di spicco del regime dei Khmer Rossi, aveva 87 anni e da circa dieci giorni era ricoverato in ospedale. Il “fratello numero tre” , così era chiamato, non aveva mai mostrato segnali di pentimento davanti ai giudici, ai quali aveva negato la sua collaborazione. Come tutti gli altri ex leader dei Khmer rossi, i vent’anni di guerra civile successivi al regime avevano contribuito a rimuoverli dalla realtà; e dopo circa 10 anni in libertà, grazie a un patto col governo, furono arrestati da un tribunale dell’Onu di cui non riconoscevano l’autorità.

L'ex ministro della Cambogia ha spesso frustrato i procuratori col suo atteggiamento. Inoltre il triunale naviga in cattive acque. Ha finora speso ben 170 milioni di dollari ed è perennemente a corto di fondi. Come se non bastasse, la comunità internazionale sembra essersi dimenticata del processo, e i Paesi donatori hanno perso la pazienza di fronte agli scarsi risultati. Restano sotto processo nel procedimento numero 002 “il fratello numero due” Nuon Chea e il capo di Stato del Kampuchea Democratico, Khieu Samphan. Ieng Thirith, moglie di Ieng Sary ed ex ministro degli affari sociali, è malata di Alzheimer.

Sary, come tanti altri, non pagherà mai per i crimini commessi. Le procedure macchinose, la carenza di fondi, il disinteresse quasi totale della comunità internazionale (a parte qualche Paese donatore) pesano sulla vicenda. Ma ancora di più pesa la mancanza di una vera volontà politica di fare luce sul periodo più tragico della storia cambogiana.

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