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Mercoledì, 5 Ottobre 2022
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L'incubo del Myanmar dopo il golpe: oppositori uccisi e donne nel mirino dei militari

Da quando l'esercito birmano ha preso il potere con un colpo di Stato interrompendo bruscamente la fragile transizione del paese verso la democrazia, sono cambiate molte cose. E in peggio. 

Al Palazzo di Vetro di New York, prima dell'inizio della 77ma sessione dell'Assemblea generale dell'Onu, il Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, era sopraffatto dai dubbi. Il portoghese era afflitto dal grattacapo sulla presenza dei rappresentanti del Myanmar, il paese del sudest asiatico finito in mano ai militari dopo il colpo di Stato del 1° febbraio del 2021. Per sollevarsi da qualsiasi imbarazzo e polemiche, le Nazioni Unite lo scorso dicembre 2021 avevano comunicato di voler rinviare la decisione sulla rappresentanza del Myanmar durante i lavori dell'Assemblea generale, salvo poi lasciare il seggio a Kyaw Moe Tun, l'ambasciatore allineato alla forza democratica del National Unity Government (NUG).

Il Comitato per la verifica delle credenziali dell'Assemblea generale dell'ONU – l'organo incaricato di procedere, all'inizio di ogni sessione dell'Assemblea, alla verifica delle credenziali dei delegati che dovranno partecipare ai lavori - non si è fatto sopraffare dalle pressioni della giunta, che è ansiosa di sostituire Kyaw Moe Tun con un nuovo ambasciatore più vicino ai militari. 

L'Onu è già nel mirino delle critiche internazionali per non aver preso delle decisioni concrete sul Myanmar. Il dossier sarà al centro dei lavori di questa 77esima sessione dell'Assemblea generale, che non si concentrerà solo sull'Ucraina e sulla crisi climatica, ma concederà attenzione anche alle guerre globali meno mediatizzate. Perché dal 2021, cioè da quando l'esercito birmano ha preso il potere con un colpo di Stato interrompendo bruscamente la fragile transizione del paese verso la democrazia, sono cambiate molte cose. E in peggio. 

Dal colpo di Stato a oggi

Il 1° febbraio 2021, le forze armate del Myanmar (in birmano, Tatmadaw) hanno messo in atto un colpo di Stato, arrestando la leader de facto Aung San Suu Kyi e tutti i vertici della Lega nazionale per la Democrazia (LND), vincitrice delle elezioni, con le accuse di frodi elettorali. Accuse che contrastano con le rilevazioni degli osservatori indipendenti, che non hanno individuato elementi per giustificare le affermazioni di brogli elettorali.

La tornata elettorale aveva dimostrato al partito guidato dal premio Nobel per la pace un ampio consenso popolare, consegnando all’LND 920 seggi del parlamento su 1170. Dopo le elezioni, Suu Kyi e l’LND avrebbero dovuto guidare il paese per una seconda volta, dopo essere stati democraticamente eletti nel 2015. 

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Aung San Suu Kyi, leader de facto del Myanmar e premio Nobel per la pace 

Il colpo di Stato dei militari ha fatto fare però un passo indietro al paese. Tatmadaw, a capo del Myanmar dal 1962, aveva allentato la presa nel 2011, così da consentire al paese di avviare un percorso democratico: la giunta militare è stata sciolta, sono stati liberati molti dissidenti – fra cui Aung San Suu Kyi – e si è insediato un governo “civile”.

La convivenza tra istituzioni democraticamente elette e forze armate prevede comunque che queste ultime detengano ampi poteri. In base alla Costituzione del 2008 scritta dai militari, il 25% dei seggi in parlamento spetta per legge al Partito dell’Unione della Solidarietà e dello Sviluppo (USP), espressione delle forze armate, e queste ultime controllano anche i ministeri più importanti: Interni, Difesa e Controllo delle frontiere.

La Carta prevede allo stesso tempo che una riforma costituzionale debba essere votata da oltre il 75% dei deputati, consegnando quindi all’esercito un effettivo potere di veto su eventuali riforme. C’è inoltre il limite della Legge Fondamentale che impedisce a ogni birmano, con figli che hanno cittadinanza straniera, di accedere al ruolo di Presidente e Vice-presidente. La norma è stata scritta e pensata  espressamente per impedire a Suu Kyi – che ha due figli entrambi di nazionalità britannica – di accedere ai vertici dello stato. A causa delle varie accuse dei militari - che la comunità internazionale definisce scuse politiche - il premio Nobel per la Pace è condannata a 17 anni di carcere e tre anni di lavori forzati.  

La lunga scia di sangue

Dopo il golpe del 2021, l’esercito ha imposto lo stato di emergenza per la durata di un anno (prorogato lo scorso 1° agosto fino al 2023) assicurando alla popolazione “elezioni libere e regolari”. Nelle settimane successive al colpo di Stato, i cittadini birmani sono scesi in strada per protestare contro la presa del potere dei militari guidati dal generale Min Aung Hlaing (ormai primo ministro dall’agosto del 2022).

L’esercito ha così avviato un violenta e brutale repressione che ha portato all’arresto di oltre 15mila persone e l’uccisione di oltre 5.650 civili dal febbraio 2021, secondo gli ultimi dati l’Institute for Strategy and Policy del Myanmar. Questo numero però esclude il dato degli oppositori e attivisti uccisi e delle persone decedute durante il periodo di detenzione arbitraria nelle carceri controllate dall’esercito. 
 

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Le donne stanno pagando il prezzo più alto della repressione della giunta. I lunghi e faticosi progressi per l’emancipazione femminile, portati avanti da organizzazioni come il Gender Equality Network e la Women's League of Burma, sono stati cancellati nell’arco di poche ore.

Le attiviste però non vogliono arrendersi, nonostante le donne bimane stiano subendo violenze da parte dei militari. Secondo una stima dell’attivista May Sabe Phyu, le donne costituiscono circa il 60% della forza degli oppositori. La prima vittima della protesta è stata Mya Thwe Thwe Khaing, una ragazza di 20 anni colpita alla testa dalla polizia durante una protesta pacifica a Naypyidaw, la capitale del paese. E finora, più di 600 donne sono state arrestate. 

A scendere in campo al fianco di attivisti e donne che si oppongono al potere della giunta sono le Nazioni Unite, che invitano la comunità internazionale a porre fine all'apparente indifferenza per le violenze che colpiscono la popolazione birmana, nonché a offrire sostegno completo, anche finanziario, agli oppositori del regime.

C’è chi però non si è voluto arrendere al potere della giunta militare. In diverse regioni del paese, molti birmani hanno abbracciato le armi per opporsi all’esercito, formando forze di difesa popolare, a loro volta supportate da organizzazioni etniche armate che hanno combattuto contro i militari per decenni.

I preoccupanti dati di una guerra senza fine

Alla crisi politica si aggiunge quella sociale. Quasi 700 mila persone sono state costrette ad abbandonare le loro case a causa del conflitto dopo il colpo di stato, il che significa che oltre 1,2 milioni sono attualmente sfollate; a questi si aggiunge circa un milione di Rohingya costretti a vivere in condizioni disumane nello stato di Rakhine, al confine con il Bangladesh.

L'economia è in crisi e i servizi pubblici sono crollati. Secondo la Banca Mondiale, l’economia ha perso circa il 30% della crescita: il dato si spiega guardando l’impennata dei prezzi di beni di prima necessità, il crollo della valuta nazionale, il kyat, e la dilagante disoccupazione.

Anche i servizi pubblici sono in difficoltà. I medici e gli insegnanti hanno scelto la via della disobbedienza, rifiutandosi di lavorare sotto la giunta militare. La loro posizione ha però portato il sistema sanitario e quello dell’istruzione al collasso, la cui condizione è stata peggiorata dalla pandemia di Covid-19. Secondo Save the Children, le iscrizioni per gli anni scolastici sono calate dell'80%, con almeno 7,8 milioni di bambini che non vanno a scuola. Gli studenti sono anche spaventati dai continui attacchi agli istituti scolastici: ci sono stati almeno 260 episodi violenti contro le scuole tra maggio 2021 e aprile di quest'anno. A peggiorare il quadro c’è anche il diffuso rischio di denutrizione e malattie. 

La condanna internazionale e il ruolo di Pechino e Mosca

Sul fronte internazionale il Myanmar è sempre più isolato. Alla giunta non resta che corteggiare Vladimir Putin e Xi Jinping, che non hanno mai condannato ufficialmente le azioni brutali dei militari. Anche l’Asean, l’Associazione del sud est asiatico di cui il Myanmar fa parte, ha ammorbidito i toni nei confronti di Naypyitaw.

Dopo lunghi negoziati interni, i membri dell'Asean - Indonesia, Malesia e Singapore - erano riusciti a stipulare un’intesa di cinque punti per esercitare una pressione politica sul Myanmar, partendo dall’esclusione del leader militare Min Aung Hlaing dai vertici Asean. Ma a causa degli interessi economici dei diversi paesi dell’Associazione, l’intesa si è risolta in un nulla di fatto. Durante il vertice del prossimo novembre, l’Asean dovrà decidere se far attuare il piano di cinque punti oppure cestinarlo e sostituirlo con una nuova intesa.

Le critiche all’Onu

L'ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha affermato all'inizio di quest'anno che le azioni dei militari potrebbero equivalere a crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Ma l’Onu, con l’avvio dei lavori dell’Assemblea generale, deve rispondere a diverse critiche. Attivisti e ong affermano anche che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non ha fatto quasi nulla per affrontare la crisi in Myanmar.

L’Onu deve ancora chiedere un embargo sulle armi contro il Myanmar e il Consiglio di sicurezza non presenta una risoluzione sul Myanmar dal 2007. La speranza è che qualcosa verrà fatto durante la 77esima sessione dell’Assemblea generale dell’Onu, per aiutare un paese che festeggiava già la conquista della democrazia. 
 

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