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Venerdì, 24 Maggio 2024
il fronte contro Pechino

Una vecchia nave arenata sta facendo litigare Cina e Filippine (e gli Stati Uniti intervengono)

Il "fronte unito" anti cinese su cui lavora da tempo Biden ha trovato il sostegno del premier giapponese Kishida e del presidente filippino Marcos. L'obiettivo è lanciare un messaggio chiaro alla Cina: l'Indo-Pacifico deve essere libero e aperto

"La storia del mondo moderno verrà scritta nell'Indo-Pacifico", ha detto il presidente americano Joe Biden. E a scriverla non vuole che sia solo la Repubblica popolare cinese. Perché nelle acque che bagnano le coste di Cina, India, Taiwan, Vietnam, Filippine e Giappone passa il 60 per cento del commercio marittimo globale. È quindi chiaro che la sicurezza di questa zona calda sia un prerequisito per la prosperità del commercio e della catena di approvvigionamento mondiale.

Sicurezza che però vacilla quando la seconda potenza al mondo, la Cina, arriva a rivendicare la sua sovranità territoriale nel Mar cinese meridionale colpendo le navi della guardia costiera filippina con laser o acqua sparata da cannoni. Non è un fatto nuovo. Pechino e Manila hanno una lunga storia di controversie territoriali marittime e negli ultimi mesi si sono verificati ripetuti scontri tra le loro navi vicino alle barriere coralline contese al relitto della Sierra Madre. Anche il Giappone ha dovuto affrontare incursioni nelle acque contese, con Tokyo che ha accusato Pechino di installare boe vicino alle Senkaku (Diaoyu in cinese), una catena di isole disabitate sotto il controllo giapponese nel Mar cinese orientale ma rivendicate da Pechino. 

Di fronte a queste minacce e tensioni nel Mar cinese meridionale, gli Stati Uniti fanno quadrato con gli storici alleati per scrivere insieme la storia dell'Indo-Pacifico. E in questo senso devono essere letti i movimenti della e nella Casa Bianca, che negli ultimi giorni ha ospitato due diversi vertici storici. Il primo, quello tra Stati Uniti e Giappone. Il secondo, il trilaterale tra Filippine, Giappone e Stati Uniti.

Il trilaterale in difesa dell'ordine internazionale

Cominciamo da quest'ultimo. Da Washington, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden si è impegnato a difendere le Filippine in caso di "attacco" nel Mar Cinese Meridionale, facendo scattare l'applicazione del "trattato di mutua difesa" Usa-Filippine del 1951. Il riferimento va alla Cina, che è stata protagonista del summit trilaterale senza precedenti dell'11 aprile del presidente americano con il leader filippino Ferdinand Marcos Jr. e il primo ministro giapponese Fumio Kishida. Non è la prima volta che il leader filippino mette piede nella Casa Bianca. Già lo scorso anno, Biden ha accolto Marcos nella residenza presidenziale per ricucire i rapporti tra i due Paesi, che si erano logorati durante la presidenza filippina di Rodrigo Duterte, più vicino alla Cina.

Se i confini vengono difesi con i cannoni. Ad acqua

A preoccupare gli Stati Uniti è la presenza dei marines statunitensi sul territorio filippino. A Palawan - l'isola che dista poche centinaia di chilometri dall'atollo dove è arenata la Sierra Madre - c'è una delle quattro basi militari a cui il governo delle Filippine ha recentemente concesso l'accesso alle forze armate statunitensi per l'addestramento congiunto, lo stoccaggio di attrezzature e la costruzione di strutture, come piste e alloggi (in base all'Accordo di cooperazione rafforzata per la difesa, siglato a febbraio 2023 da Manila e Washington). 

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Nella dichiarazione congiunta rilasciata dai leader dei tre Paesi, che hanno definito il trilaterale come incontro "storico", si esprime "seria preoccupazione" per le azioni "pericolose e aggressive" di Pechino nel mar Cinese meridionale. Immediata la risposta della Cina. Con una protesta formale presentata all'incaricato d'affari giapponese, il governo cinese ha definito il vertice una minaccia ai suoi interessi nella regione dell'Asia Pacifico e, in generale, un complotto internazionale contro il Paese.

Pechino ha quindi criticato duramente il trilaterale tra Stati Uniti, Filippine e Giappone, definendo "legittime" le sue azioni nel Mar cinese meridionale. E questo nonostante nel 2016 la Corte permanente di arbitrato, un tribunale internazionale con sede all'Aia, nei Paesi Bassi, abbia stabilito che la Cina non ha alcuna legittima pretesa di sovranità sulla barriera corallina. Sentenza che non è mai stata rispettata da Pechino, che continua a sostenere di avere diritto a controllare le acque che si trovano all'interno della "linea dei nove tratti", tracciata dal governo della Repubblica Popolare attorno ai territori rivendicati e che passa a ridosso delle coste di tutti i Paesi che si affacciano sul Mar cinese meridionale. 

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Dal summit però sono arrivate altre rassicurazioni per Manila. Le guardie costiere di Stati Uniti, Filippine e Giappone porteranno avanti dei pattugliamenti congiunti nell'Indo-Pacifico, e verrà creato un centro logistico per l'assistenza umanitaria e di soccorso in caso di catastrofe in una delle nove basi militari filippine a cui gli Stati Uniti hanno accesso garantito in base all'accordo di cooperazione rafforzata per la difesa. C'è poi una risposta tutta americana alla Belt and Road cinese, con un progetto infrastrutturale noto come PGI Luzon Corridor o Partenariato per le infrastrutture e gli investimenti globali, che collegherà nelle Filippine Subic Bay con Clark, Manila e Batangas attraverso porti, ferrovie, impianti di energia pulita e catene di approvvigionamento di semiconduttori.

Il Giappone rafforza "fronte unito" anti cinese 

Il "fronte unito" anti cinese su cui lavora da tempo Biden ha trovato il sostegno del premier giapponese Kishida, arrivato il 10 aprile negli Stati Uniti per rafforzare i legami economici e di sicurezza nell'Indo-Pacifico con l'alleato americano. La paura di Kishida è che l'Asia possa essere la futura Ucraina. Soprattutto per il timore del crescente allineamento tra Cina, Russia, Iran e Corea del Nord, cioè gli attori che promuovono un nuovo ordine multipolare.

Il presidente americano Joe Biden e il premier giapponese Fumio Kishida a Washington il 10 aprile 2024 (LaPresse)Difesa e sicurezza sono stati il tema centrale dell'incontro tra Biden e Kishida, che ha portato alla firma di un pacchetto record di oltre settanta accordi, costituendo la più grande "riforma" della cooperazione bilaterale dal 1960 in chiave anti-Pechino. Del resto, Biden si è trovato di fronte un premier nipponico che è intenzionato a rendere il Giappone un protagonista pronto a rispondere alle minacce regionali.

Il leader giapponese, per abbracciare questo obiettivo, ha rilanciato un tema considerato tabù fino a qualche decennio fa: raddoppiare, fino al 2 per cento, la spesa militare nazionale per l'acquisto di armi d'attacco e non solo di autodifesa entro il 2037. Una cifra che rientra nei parametri di spesa di ogni paese membro della Nato.

La Nato vuole guardare all'Asia, ma c'è chi si oppone (per non infastidire la Cina)

Nell'incontro con Biden è stato predisposto un cambiamento nella struttura delle forze statunitensi in Giappone per integrarsi meglio con quelle giapponesi e quindi arrivare a una ampia interoperabilità dei due eserciti. Previste anche l'istituzione di un "consiglio industriale militare" per valutare dove i due Paesi possano coprodurre armi per migliorare la cooperazione e la creazione di un sistema di difesa antimissile tra Stati Uniti, Australia e Giappone. Per le alleanze militari, Tokyo resta l'interlocutore perfetto proprio per l'attenzione che sta dedicando all'espansione del budget militare su progetti come quelli ipersonici.

Per questo, in futuro, il Giappone potrebbe giocare un ruolo decisivo nel patto di sicurezza dell'Aukus (che coinvolge Stati Uniti, Regno Unito e Australia), aderendo al "secondo pilastro" dell'alleanza per lo sviluppo congiunto di nuove tecnologie militari. Accordi che sono un messaggio chiaro alla Cina: l'Indo-Pacifico deve essere libero e aperto.

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