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Domenica, 23 Giugno 2024
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Le mani di Pechino sul Niger

Miniere di uranio e pozzi di petrolio: il golpe in Niger è un nuovo grattacapo per la leadership cinese che vede i propri investimenti in Africa già minacciati dai colpi di Stato in Burkina Faso, Guinea, Mali, Ciad e Sudan

La Cina da tempo è approdata in Niger diventando il secondo più grande investitore straniero del Paese africano dopo l'ex potenza coloniale francese. Ma da quando c'è stato il colpo di Stato, con i leader militari che hanno arrestato il presidente Mohamed Bazoum e istituito un governo militare, la Cina osserva con preoccupazione la situazione in Niger. In ballo ci sono gli importanti investimenti in infrastrutture per l'estrazione di fondamentali combustibili e minerali.

Si aggiunge così un ulteriore grattacapo per la leadership cinese che già negli anni scorsi ha visto con preoccupazione gli sviluppi politici scaturiti dai colpi Stato in Burkina Faso, Guinea, Mali, Ciad e Sudan: questi sono tutti paesi in cui la Cina ha ampi interessi economici soprattutto nelle industrie minerarie e petrolifere e dove sta cercando di estendere i progetti che rientrano sotto l'ombrello della Belt and Road Initiative, la cosiddetta nuova Via della Seta.

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D'altronde gli investimenti di Pechino sono stati accolti con favore dai leader dei diversi Paesi africani, che non devono affrontare la condanna sulla violazione dei diritti umani o la richiesta di rispetto della democrazia, che spesso arriva dalla comunità occidentale. Sono proprio i principi di politica estera cinese a fare leva sui capi di Stato e di governo africani: rispetto della sovranità e integrità territoriale, non interferenza negli affari interni e cooperazione win-win. Musica per le orecchie dei governanti africani. 

Il profumo del petrolio nigerino 

Negli ultimi due decenni, il gigante asiatico ha investito miliardi di dollari nella nazione nel cuore del Sahel, con lo scopo di fare incetta delle sue risorse naturali. L'uranio, innanzitutto. Ma anche, soprattutto, il petrolio. La China National Petroleum Corporation e la China National Nuclear Corporation, di proprietà statale cinese, hanno investito rispettivamente 4,6 miliardi di dollari e 480 milioni di dollari nelle industrie del petrolio e dell'uranio del Paese africano. 

È stato proprio grazie anche agli investimenti della Cina che il Niger è divenuto un attore principale nell'export di petrolio nel mondo. Un passaggio reso possibile dall'intervento della PetroChina, una delle più grandi compagnie petrolifere cinesi che fa parte del gruppo statale China National Petroleum Corporation.

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Il Niger è diventato un produttore di petrolio nel 2011, dopo l'apertura del giacimento Agadem, frutto di una joint venture tra il governo nigerino e PetroChina. Negli anni precedenti, precisamente nel 2008, la PetroChina aveva stipulato un accordo con il governo del Paese africano per sviluppare il giacimento di petrolio Agadem, situato a circa 1.600 chilometri a est della capitale Niamey, con riserve stimate di 650 milioni di barili.

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Ovviamente PetroChina ha contribuito al miglioramento e perfezionamento anche della raffineria Soraz (situata a 460 chilometri di distanza nella città meridionale di Zinder), di cui detiene una partecipazione del 60 per cento (la quota restante è nelle mani del governo di Niamey), che è in grado di rifornire il mercato nazionale di carburante grazie a una produzione di 20mila barili al giorno. E ancora nel 2019, il colosso petrolifero cinese ha stipulato un accordo con il Niger per la costruzione di un oleodotto di 2mila chilometri tra il giacimento di Agadem e la città portuale di Cotonou, in Benin. Si tratta della pipeline più lunga in Africa, progettata per facilitare il commercio internazionale di greggio. 

Un ulteriore sviluppo nell'industria petrolifera è arrivato lo scorso maggio, quando la major statale cinese del petrolio e del gas Sinopec ha stipulato un memorandum d'intesa con il governo nigerino, aprendo la strada a un'ulteriore e potenziale cooperazione tra Pechino e Niamey nel settore del petrolio e del gas.

La corsa all'uranio

Oltre al petrolio c'è l'uranio, la cui industria nazionale fornisce circa il 5 cento del minerale di più alta qualità al mondo, secondo la World Nuclear Association.

Una qualità su cui Pechino non poteva non mettere le mani. La corsa all'uranio è iniziata nel 2007, quando la società statale China National Nuclear Corporation ha avviato una joint venture con il governo nigerino per aprire e sviluppare la miniera di uranio di Azelik, nel centro del Paese. Si tratta di un investimento fruttuoso per il colosso cinese, che possiede il 37,2 per cento delle azioni (il 33 per cento è nelle mani del governo di Niamey, mentre il 24,8 per cento è di proprietà dell'entità di investimento cinese, Zxjoy Invest). La miniera di Azelik è diventata produttiva alla fine del 2010, ma è stata ufficialmente chiusa nel 2017, in attesa di sviluppi più positivi del prezzo mondiale dell'uranio. Tuttavia, il mercato dell'uranio sembra essere più florido rispetto a nove anni fa e il governo nigerino, così come il colosso cinese, valuta la riapertura dell'attività della miniera di Azelik.

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La Cina non ha concentrato la sua attenzione solo sull'industria petrolifera o mineraria. Tanto che all'inizio del mese di luglio, l'ambasciatore cinese in Niger, Jiang Feng, ha incontrato il presidente Bazoum per confermare l'impegno della Cina di costruire un parco industriale nella capitale Niamey, con lo scopo di spingere lo sviluppo di settori come l'agroalimentare, la produzione e l'estrazione mineraria, e quello immobiliare. 

Ma con il colpo di Stato, tutti gli affari cinesi sono a rischio. Perché l'instabilità prolungata e i conflitti nel Sahel potrebbero avere un impatto sugli obiettivi strategici e sull'influenza della Cina in Africa, spingendo Pechino a rivalutare il suo impegno e la sua presenza nel continente. Per questo il gigante asiatico, continuando a praticare il principio di non ingerenza degli affari interni, invoca alla calma e al ritorno della stabilità nel Paese africano. A prescindere dal ritorno del presidente Bazoum al potere. 

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