Mercoledì, 17 Luglio 2024
Abusi di potere / Israele

Cnn inchioda Israele: i militari hanno ucciso deliberatamente la giornalista di Al Jazeera

Secondo la ricostruzione effettuata dall'emittente televisiva statunitense, i militari avrebbero sparato di proposito su un gruppo di reporter, ammazzando Shireen Abu Akleh

Non è stato un incidente, né un proiettile vagante. Ad uccidere la reporter palestinese-americana Shireen Abu Akleh sarebbe stato l'esercito israeliano in maniera deliberata. Lo rivela una nuova ricostruzione della Cnn. I video ottenuti dall'emittente televisiva statunitense, confermati dalle testimonianze di otto testimoni oculari, di un analista audio forense e di un esperto di esplosivi, suggeriscono che la reporter di Al Jazeera sia stata uccisa in un attacco mirato delle forze israeliane. Secondo i testimoni, l’11 maggio, i militari avrebbero deliberatamente sparato su un gruppo di giornalisti.

L’analisi della Cnn

In un video del cameraman di Al Jazeera Majdi Banura si vede il momento in cui la giornalista, 51 anni, è stata colpita da un proiettile alla testa vicino all'ingresso del campo profughi di Jenin, dove stava coprendo un attacco israeliano insieme ad altri colleghi. "Non appena è caduta, non ho capito che le avessero sparato… Sentivo il rumore dei proiettili, ma non capivo che i militari israeliani stavano venendo verso di noi. Non capivo", ha dichiarato alla Cnn la giornalista palestinese Shatha Hanaysha. Quando Abu Akleh è stata colpita da un proiettile, Hanaysha ha raccontato di essere rimasta sotto shock, incapace di capire cosa stesse succedendo, pensando che la sua collega fosse solo inciampata.

L'inchiesta della Cnn offre ora nuove prove sul fatto che non ci fossero combattimenti attivi, o militanti palestinesi, vicino alla giornalista nei momenti precedenti la sua morte. Salim Awad, 27 anni, il residente del campo di Jenin che ha girato un video di 16 minuti, ha dichiarato alla tv che non c'erano persone armate o scontri nell'area e che non si aspettava spari a causa della presenza di giornalisti nella zona. "Non c'è stato alcun conflitto o scontro. Eravamo una decina di persone, più o meno, che ridevano e scherzavano con i giornalisti. Non avevamo paura di nulla. Non ci aspettavamo che accadesse qualcosa, perché quando abbiamo visto i giornalisti in giro, abbiamo pensato che fosse una zona sicura", ha dichiarato.

Il giovane ha detto che la sparatoria è iniziata circa sette minuti dopo il suo arrivo sulla scena. Il video mostra il momento in cui sono stati sparati dei colpi contro i quattro giornalisti - Abu Akleh, Hanaysha, Mujahid al-Saadi e il produttore di Al Jazeera Ali al-Samoudi, che è stato ferito - mentre camminavano, alle 06:30, verso Jenin, dove vivono circa 345mila persone, 11.400 delle quali un un campo profughi. Molti si stavano recando al lavoro o a scuola e la strada era relativamente tranquilla. La Cnn ha esaminato un totale di 11 video che mostrano la scena e il convoglio militare israeliano da diverse angolazioni, prima, durante e dopo l'uccisione di Abu Akleh. 

La ricostruzione dei fatti

Shireen Abu Akleh era una nota giornalista di Al Jazeera. Ha lavorato come reporter in Israele e nei territori palestinesi per più di 20 anni. Aveva 51 anni ed è stata colpita alla testa mentre si recava a fare un servizio sugli scontri tra l'esercito israeliano e i miliziani palestinesi nella Cisgiordania occupata. Indossava un casco e un giubbotto antiproiettile ed era stata identificata come giornalista. Si è trattato, secondo le parole dei suoi colleghi, di un "omicidio a sangue freddo" da parte dell'esercito israeliano.

"Eravamo quattro giornalisti, indossavamo tutti un gilet e un elmetto", ha dichiarato la reporter palestinese Shatha Hanaysha, che era con Abu Akleh al momento dell'attacco. "L'esercito di occupazione non ha smesso di sparare, anche dopo che lei era già caduta. Non sono riuscito a portarla via da lì a causa della sparatoria. L'esercito ha continuato a sparare per uccidere", ha aggiunto Hanaysha, convinta che i giornalisti fossero un "obiettivo" militare.

Il suo omicidio ha causato un’ondata di sdegno e di condanne da parte di gran parte della comunità internazionale. L'ufficio per i Diritti umani delle Nazioni Unite si è detto "sconvolto" dalla morte della giornalista, e ha chiesto chiede un'indagine indipendente. "I nostri servizi sono sul campo per verificare i fatti", si legge in un tweet, che chiedeva che finisse "l'impunità" e "un'indagine indipendente e trasparente sull'omicidio". Anche gli Stati Uniti, solitamente molto clementi con Israele, avevano chiesto un’indagine indipendente, definendo la morte della reporter “un affronto alla libertà dei media”. "Abbiamo il cuore spezzato e condanniamo con forza l'uccisione della giornalista americana Shireen Abu Akleh in Cisgiordania", aveva scritto sul suo profilo Twitter il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Ned Price.

L'indagine, ha proseguito nel messaggio postato sul social network, "deve essere immediata e approfondita e i responsabili devono essere ritenuti responsabili". Ma le richieste sono rimaste inascoltate dal governo di Israele che ha deciso di non procedere con le indagini e non permettere la realizzazione di un’indagine indipendente. In un primo momento i portavoce ufficiali israeliani hanno affermato che i colpevoli erano uomini armati palestinesi. In seguito, hanno affermato che esisteva la possibilità che il proiettile fosse partito da uno dei suoi soldati, ma che questo non sembra essere colpevole di "attività criminali". Infine, nonostante le pressioni da parte della comunità internazionale, Tel Aviv ha deciso di rifiutarsi di autorizzare un'inchiesta indipendente e di archiviare l’indagine.A destare scalpore è stato anche quanto accadute anche dopo la morte della giornalista. Il giorno prima del funerale, la polizia ha preso d'assalto la casa dei parenti della giornalista, strappando le bandiere palestinesi e vietando i canti. Il giorno dopo le fore dell'ordine hanno addirittura caricato la folla che accompagnava la bara.

Gli agenti hanno lanciato gas e granate sonore, sparato proiettili di gomma e attaccato la folla con i manganelli. Hanno anche attaccato coloro che portavano la bara sulle spalle, che è quasi caduta a terra. Le immagini hanno fatto il giro del mondo. In un comunicato, la polizia ha giustificato l'azione sostenendo che "quando la bara stava per lasciare l'ospedale, sono state lanciate pietre contro gli agenti, che sono stati costretti a usare la polizia antisommossa". Josep Borrell, l’Alto Rappresentante dell'Ue per gli Affari esteri ha aspramente condannato il comportamento delle forze dell’ordine durante i funerali della donna, dichiarando che “permettere un addio pacifico e lasciare che le persone in lutto siano in pace, senza molestie e umiliazioni, è il minimo rispetto umano”.

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