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Mercoledì, 28 Febbraio 2024
Agricoltori "sordi e muti"

Gli ostaggi di Hamas di cui nessuno parla

Le fattorie israeliane, fondamentali per la vitalità economica dello Stato ebraico, per anni hanno impiegato lavoratori palestinesi e thailandesi. Ma dopo l'attacco terroristico del 7 ottobre guidato da Hamas e la guerra a Gaza, la maggior parte dei palestinesi è stata bandita da Israele e molti thailandesi spaventati hanno scelto di tornare a casa. Ma la loro vita in Israele non è stata sempre facile

L'attacco di Hamas ai kibbutz israeliani e la cattura dei loro residenti e della gente che ci lavora ha lasciato nel dolore due comunità, due mondi molto distanti: Israele e Thailandia. A dividerli c'è una distesa di terra lunga 7mila chilometri, battuta ogni anno da migliaia di thailandesi all'interno di un percorso previsto da un accordo bilaterale, che Tel Aviv ha firmato con Bangkok per avere agricoltori che potessero rimpiazzare la manodopera palestinese, ritenuta una potenziale minaccia. 

Le fattorie israeliane, fondamentali per la vitalità economica dello Stato ebraico, per anni hanno impiegato lavoratori palestinesi e thailandesi. Israele fa largo uso della manodopera dall'estero, tanto che nel settore agricolo sono impiegati circa 30mila lavoratori thailandesi (di cui 23mila con regolare documento e 7mila con visto scaduto), e altri 9mila palestinesi: un esercito che serve a fare lavori che gli israeliani non vogliono più fare, come piantare ortaggi e raccogliere frutta, mungere mucche e allevare api. Almeno era così prima del 7 ottobre. Durante la ferocia dei fondamentalisti usciti dalla Striscia di Gaza, 32 cittadini thailandesi sono stati uccisi dai terroristi di Hamas e altri 25 sono stati rapiti e portati a Gaza come ostaggi, aggiungendosi agli oltre 220 ostaggi di diverse nazionalità. 

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Dopo l'attacco terroristico del 7 ottobre guidato da Hamas e la guerra a Gaza, la maggior parte dei palestinesi è stata bandita da Israele, e molti thailandesi spaventati sono tornati a casa, con danni evidente nel settore agricolo israeliano. "L'agricoltura israeliana si trova nella più grande crisi dalla fondazione dello Stato nel 1948", ha affermato Yuval Lipkin, vicedirettore esecutivo del Ministero dell'Agricoltura, secondo cui almeno 15mila lavoratori hanno lasciato le aziende agricole all'indomani dello scoppio della guerra. Si tratta di uomini e donne che erano migrati in Israele per lavorare e mandare i soldi a casa e dare una migliore possibilità ai familiari, pur trovandosi ad affrontare condizioni di lavoro non sicure e talvolta senza accesso alle cure mediche.

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L'inizio della diaspora thailandese

La storia dei thailandesi che lavorano nei campi in Israele risale a decenni fa, quando il governo di Tel Aviv ha iniziato ad accogliere lavoratori migranti da impiegare nel settore agricolo a seguito della prima Intifada (la rivolta palestinese del 1987-93), dopo che i datori di lavoro cominciarono a perdere fiducia nei braccianti palestinesi. Con una decisione che si è rivelata strategica, l'agricoltura israeliana deve la sua manodopera principalmente alla Thailandia, sebbene ci siano anche alcune migliaia di agricoltori "tirocinanti" provenienti dall'Asia e dall'Africa, che rientrano nei progetti di studio-lavoro. In pochi anni, la comunità thailandese in Israele è diventata sempre più ricca, così come le loro storie fatte di sfruttamento, abusi e violazioni delle libertà personali che scandiscono le giornate lavorative dei braccianti thailandesi.

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La svolta migliorativa, o il tentativo di miglioramento, è arrivata con le pressioni degli Stati Uniti e delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani che, allarmati per le (poche) denunce, hanno portato a un progresso della condizione dei lavoratori migranti: il canale è stato formalizzato nel 2011 quando Tel Aviv e Bangkok hanno firmato la "Cooperazione thailandese-israeliana sulla collocazione dei lavoratori" (TIC), implementato nel 2013. Così, si è creato un corridoio per lavoratori thailandesi (che vengono impiegati solo nel settore agricolo), dove le agenzie interinali e l'Organizzazione internazionale per le migrazioni dell'Onu amministrano il meccanismo di reclutamento e gestione della forza lavoro thailandese.

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Certo, le condizioni sono migliorate per i quasi 30mila migranti thailandesi che devono però versare circa 2mila dollari per arrivare e lavorare legalmente per cinque anni nello Stato ebraico, nella speranza di guadagnare fino a cinque volte di più della paga giornaliera di circa 10 dollari che ricevono in Thailandia. Sulla carta il progetto non presenta criticità, ma queste purtroppo emergono quando si vanno ad analizzare le condizione quotidiane dei lavoratori thailandesi. Nonostante gli accordi, sono molti i casi di sfruttamento dei lavoratori, al limite dello schiavismo, come più volte denunciato da Human Rights Watch. L'ong che si occupa della tutela dei diritti umani ha denunciato, in un rapporto del 2015, che spesso i lavoratori vivono in alloggi di fortuna e inadeguati e ricevono salari significativamente inferiori alla paga minima legale, lavorando per lunghe ore oltre il massimo consentito dalla legge. Inoltre, secondo il rapporto, a molti lavoratori è stato negato il diritto di cambiare datore di lavoro.

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Avere tutte le carte in regola non garantisce una vita dignitosa. Pressati dai debiti per le spese di viaggio, i lavoratori thailandesi allungano la loro permanenza in Israele anche quando il loro visto quinquennale scade. Non si tratta di un singolo episodio: i thailandesi che sono entrati regolarmente in Israele sfruttano l'assenza del controllo delle autorità israeliane per entrare nella folta schiera dei 7mila immigrati non regolari. Ed essere irregolari significa anche perdere i diritti garantiti dalla legge e dagli accordi bilaterali. Nel mezzo c'è la lacuna enorme della differenza linguistica: pochi, se non pochissimi thailandesi, sono in grado di comprendere e parlare l'ebraico. Si è creata così nello Stato ebraico una comunità che è sorda e che non è in grado di parlare una lingua diversa da quella del Paese di origine. Poche organizzazioni fungono da anello di congiunzione tra la società israeliana e il mondo dei migranti thailandesi. È il caso di Kav LaOved, il gruppo israeliano che assiste i migranti thailandesi nella tutela dei diritti dei lavoratori e nella lingua. 

"Sordi e muti" in Israele

L'organizzazione israeliana ha messo in luce anche alcune criticità nell'assistenza sanitaria. Stando all'accordo bilaterale tra Tel Aviv e Bangkok, "Per ogni lavoratore, il datore è obbligato a stipulare un'assicurazione sanitaria che ha una copertura quasi totale", spiega a Today.it Miriam Anati del reparto di Outreach and Resource Development dell'organizzazione Kav LaOved. "Ma queste sono le specifiche contrattuali. Nella pratica, come indicato in un nostro report del 2021, i lavoratori migranti non hanno accesso ai servizi sanitari", precisa ancora Anati. Il problema, di nuovo, è legato alla lacuna linguistica che divide la società, come le assicurazioni sanitarie, dai thailandesi. A causa della carenza di traduttori in grado di parlare in thailandese, i migranti dal Paese del Sud Est asiatico non sanno a chi rivolgersi in caso di malattia. "Sono sicuramente accordi migliorabili, ma noi di Kav LaOved sosteniamo l'attuale intesa tra Israele e Thailandia che è perlomeno in grado di garantire diversi diritti ai lavoratori thailandesi. Diritti che non vengono invece riconosciuti per tutti gli altri migranti che non rientrano in un corridoio lavorativo che rientra in un accordo bilaterale", sostiene Anati. 

I migranti lavoratori, che arrivano in Israele da Paesi con cui Tel Aviv non ha stipulato alcuna intesa, come per esempio l'India, versano circa 25mila dollari ad agenzie di intermediazione per ottenere il visto di permanenza, il biglietto aereo e il contratto con il futuro datore di lavoro. "Questo comporta un indebitamento da parte dei lavoratori, che diventano vulnerabili di fronte a qualsiasi sopruso al loro arrivo in Israele", aggiunge Anati. "Una delle nostre condanne al governo israeliano è la mancanza di personale incaricato di verificare le violazioni o il rispetto dei diritti dei lavoratori immigrati". Lo Stato ebraico, quindi, non si attiva autonomamente a verificare le condizioni dei lavoratori e la presenza di violazioni dei diritti umani, ma aspetta che l'abuso venga denunciato. Difficilmente, però, il caso viene riportato alle autorità a causa della difficoltà linguistica che ogni giorno riscontrano i lavoratori stranieri. La denuncia, molto spesso, arriva da associazioni come Kav LaOved, che raccolgono testimonianze dirette dei lavoratori.

Sono molte le difficoltà che devono affrontare i lavoratori thailandesi in Israele, spiega a Today.it Zohar Shvarzberg, ricercatrice di "Aid for farm workers", associazione composta da attivisti e volontari che da diversi anni assicura supporto agli immigrati thailandesi. "I migranti agricoli provenienti dalla Thailandia affrontano una situazione molto difficile, poiché sono lontani dalle loro famiglie e parenti, svolgono lavori impegnativi per molte ore, a volte in condizioni difficili come il clima caldo o piovoso. Altre difficoltà che devono affrontare sono le violazioni salariali", afferma Shvarzberg che spiega come l'associazione abbia recentemente aperto un centralino multilingue gratuito in collaborazione con l'Università Bar-Ilan di Tel Aviv per fornire traduzioni dal thailandese all'inglese e all'ebraico. Non solo. C'è anche un sostegno mentale e psicologico offerto dall'università di Chulalongkorn in Thailandia, per i lavoratori sia in Israele che in Thailandia.

Restare per guadagnare: il pericolo dei thailandesi in Israele

L'attacco di Hamas ha così fatto emergere ulteriori contraddizioni e violazioni di diritti dei lavoratori stranieri. Molti migranti thailandesi impiegati nel settore agricolo, all'indomani dello scoppio della guerra tra miliziani terroristici e Israele, sono tornati nel Paese del Sud Est asiatico grazie ai voli speciali organizzati dall'ambasciata thailandese. Come spiega Shvarzberg, dopo l'inizio della guerra, circa 8900 lavoratori agricoli thailandesi sono tornati nel loro Paese. Ma in Israele ci sono circa 20mila lavoratori che sono rimasti in Israele trovando riparo in aree sicure del Paese, come il centro dello Stato ebraico. "Una volta completata l'evacuazione, i voli speciali (cioè quelli pagati dal governo thailandese) sono stati interrotti, ma chi vuole tornare può ancora imbarcarsi su uno dei voli regolari da Tel Aviv a Bangkok", precisa Shvarzberg che, alla domanda sugli ostaggi thailandesi nelle mani di Hamas, chiarisce: "Sappiamo dai media che il governo thailandese ha aperto i propri canali per negoziare e rilasciare i cittadini thailandesi catturati da Hamas".

Tuttavia, non tutti i thailandesi sono rimasti in Israele per scelta personale. "Alcuni datori di lavoro hanno trattenuto il passaporto ai thailandesi, impedendo loro di lasciare Israele - racconta Anati -. Stiamo parlando certamente di pochi casi, ma pur sempre significativi: in Israele è reato trattenere il passaporto del lavoratore straniero, che deve essere l'unico detentore del documento". 

Il piano segreto di Hamas 

Ci sono poi altri casi emblematici. Pur in un contesto di guerra, sono proprio i thailandesi che rinunciano a lasciare Israele per continuare a lavorare e guadagnare una cifra che possa coprire i debiti contratti. E così, per non perdere forza lavoro, il ministero dell'Agricoltura israeliano è intenzionato a estendere loro i visti di lavoro e dare loro un incentivo da 500 dollari al mese. L'offerta è allettante, se paragonata alla somma forfettaria di circa 1.800 dollari che il governo thailandese ha messo a disposizione per aiutare i thailandesi in fuga da Israele. 

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