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Venerdì, 20 Maggio 2022
Verso il voto / Pakistan

Cade il governo del Pakistan: un altro Paese con l'atomica ribolle

Le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti sono catastrofiche

Il Pakistan è nel caos politico. Il premier pakistano Imran Khan è stato destituito dal suo incarico lo scorso 9 aprile dopo un voto di sfiducia del parlamento, che ha visto 174 deputati a favore della sua destituzione, due in più rispetto alla maggioranza semplice dell’assemblea di 342 seggi. Il Pakistan - nazione dotata di armi nucleari e seconda al mondo per popolazione musulmana - ha lottato contro l'instabilità e colpi di stato militari sin dalla sua fondazione avvenuta 75 anni fa. Sebbene nessun primo ministro sia stato in grado di arrivare a fine legislatura, Khan è il primo a essere stato rimosso con un voto di sfiducia. La crisi politica che sta investendo il Pakistan, che confina con Afghanistan a ovest, India a est e Cina a nord, trova spiegazione proprio nel rapporto lacerato che Khan ha avuto nell’ultimo periodo con l’esercito e con l’Occidente. Quello che succede attualmente a Islamabad è la conseguenza di un allontanamento sempre più netto del Pakistan dagli Stati Uniti: Khan ha spinto il Paese a una dipendenza economica e strategica sempre più forte dalla Cina e a legami più stretti con la Russia.

Perché il voto di sfiducia?

Facciamo un passo indietro. Il tumulto politico è iniziato lo scorso 3 aprile, quando il primo ministro Khan ha sciolto il governo per ostacolare l’opposizione, che aveva presentato per la prima volta una mozione di sfiducia lo scorso 8 marzo. In una rocambolesca successione di eventi, la Corte Suprema lo scorso 7 aprile ha considerato illegale il tentativo di colpo di Stato del premier, indicando quindi all’esecutivo di votare entro il 9 aprile una mozione di sfiducia. I partiti di opposizione avevano chiesto un voto di sfiducia contro Khan a causa della crisi economica che sta investendo il Paese. Da più di tre anni l’inflazione galoppa sulle due cifre e Islamabad ha accumulato un enorme debito pubblico. La rupia e il mercato azionario sono in caduta libera. Le politiche populiste di Khan, come il taglio drastico dei prezzi del petrolio, hanno garantito il consenso dei suoi sostenitori ma ha portato il Paese a non ricevere un pacchetto di salvataggio di 6 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale.

Ma c’è anche la spaccatura con l’influente esercito pakistano, che è probabilmente l’istituzione più potente del Paese. Il punto non ritorno c’è stato quando Khan è intervenuto nel processo delle nomine dei vertici dell’esercito e dell’intelligence nazionale, che spetta comunque al capo del governo. Secondo report interni presentati nell’aula dell’Alta Corte del Pakistan, Khan avrebbe voluto rimuovere il potente capo dell’esercito nazionale, il generale Qamar Javed Bajwa, per nominare Faiz Hameed, ex capo dell’intelligence che avrebbe svolto un ruolo fondamentale nell’ascesa politica di Khan nel 2018. Khan ha quindi tentato di spianare la strada ad Hameed, che abbraccia posizioni e idee più vicine all’ex leader pakistano, per bilanciare la politica estera di Islamabad.

L’interesse verso Mosca

Le relazioni diplomatiche del Pakistan con gli ex alleati, in particolare con gli Stati Uniti, sono catastrofiche. Lo scorso 2 aprile il filo-occidentale capo dell’esercito pakistano Bajwa, nel tentativo di ricucire i rapporti con Washington, ha condannato l’invasione russa dell’Ucraina. Condanna non appoggiata da Khan. L’ex premier, infatti, è fortemente criticato per i suoi legami con il presidente russo Vladimir Putin: proprio nel giorno dell’invasione russa dell’Ucraina, Khan ha incontrato il leader del Cremlino.

Gli Stati Uniti, d’altronde, non accettano le accuse mosse dall’ex premier che ha denunciato di essere vittima di una subdola cospirazione straniera per mettere in discussione la sovranità pachistana. Il grido “al complotto” è stato lanciato da Khan per un cablogramma diplomatico che l’ambasciatore pakistano a Washington ha inviato a un funzionario del Dipartimento di Stato americano, in cui si discuteva che i politici dell'opposizione pakistana erano complici di una cospirazione guidata dagli Stati Uniti per rovesciare Khan.  Il Comitato per la sicurezza nazionale del Pakistan, che comprende rappresentanti politici e militari, ha esaminato il contenuto del cablogramma, dove ci sono passaggi “non diplomatici” e non si fa menzione di un regime change.

Verso il cambio di passo

Il Paese andrà a elezioni anticipate entro ottobre. Il parlamento Pakistan è in queste ore riunito per nominare un successore. Stando a quanto riporta il quotidiano Dawn, i due candidati per il ruolo di capo del governo sono Shehbaz Sharif, presidente di uno dei principali partiti di opposizione, Pakistan Muslim League (Nawaz) (Pml-N), e Shah Mahmood Qureshi, esponente del partito fondato e presieduto da Khan, il Pakistan Tehreek-e-Insaf (Pti). Salvo colpi di scena, la scelta ricadrà su Shehbaz Sharif, fratello dell’ex primo ministro Nawaz Sharif. Sharif, infatti, potrebbe cementare i rapporti con Pechino e New Delhi. Mentre l’India guarda con attenzione i movimenti interni al Pakistan, sperando nella nomina di un capo di governo meno populista del suo predecessore, la Cina non sobbalza di fronte ai tumulti politici, consapevole della tenuta dei rapporti commerciali e infrastrutturali.

Il caos politico permette comunque a Khan di rafforzare il suo sostegno politico e polarizzare l’opinione pubblica, alimentando lo spirito nazionalista e l’antiamericanismo. L’ex primo ministro ha fatto appello ai suoi sostenitori per manifestazioni pacifiche, che nelle ultime ore si sono tenute a Islamabad, Lahore, Karachi, Peshawar, Faisalabad, Quetta e molte altre città. Cortei e proteste sono state organizzate anche dalla nutrita diaspora pachistana in giro per il mondo, da Dubai a Londra. Khan ha partecipato alla manifestazione di Islamabad e ha condiviso un video della folla su Twitter, commentando: "Mai si è vista nella nostra storia una tale folla così spontanea e numerosa, uscire in strada per rifiutare il governo importato guidato da traditori (locali) e sostenuto dagli Stati Uniti".
Il sottotesto lanciato però dall’ex premier è chiaro: non sostenere Khan equivale a tradire il Paese.

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