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Domenica, 29 Maggio 2022
Fernando D'Aniello

Opinioni

Fernando D'Aniello

Collaboratore Today

Per la pace serve uno sforzo di fantasia a Berlino

Nel corso della settimana dedicata alla discussione parlamentare del bilancio, la ministra degli esteri Annalena Baebock è stata protagonista di uno scambio a distanza con Friedrich Merz, presidente della CDU e quindi portavoce della forza di opposizione più consistente al governo “semaforo”. Merz aveva polemizzato con l’azione della ministra a suo dire inefficace, rinfacciandole una politica “femminista” che non tiene conto dei veri problemi di questa nuova fase. Il solito Merz, si potrebbe obiettare, certamente un politico capace ma spesso vittima di se stesso e di un passato del suo partito che non vuole passare.

Giustamente, la ministra è tornata sulla questione e ha ricordato come sia stato il femminismo, dopo i fatti di Srebrenica, a riuscire a fare in modo che le violenze sistematiche ai danni delle donne nelle aree di guerre venissero considerate crimini di guerra.

Ma la ministra non si è limitata a questa polemica. Ha promesso una strategia “duplice” che assicuri azioni immediate e un progetto di lungo periodo per la sicurezza del paese. Ha quindi annunciato ulteriori risorse, un miliardo di euro, per aiutare l’Ucraina. Sulle armi: “Non sono orgogliosa dell’invio di armi, tutti ci saremmo augurati che non ci fosse una guerra e non fosse necessario inviare armi, ma è quello che dobbiamo fare oggi per aiutare l’Ucraina” Proseguendo, ha anche mostrato sicurezza nel promettere e difendere quelle necessarie per la difesa, tra cui il famoso investimento di cento miliardi di euro per l’esercito promesso da Scholz: un punto particolarmente delicato poco digeribile da molti dei suoi compagni di partito, quei Verdi che nascono come partito pacifista negli anni Ottanta.

Certo, il partito ne ha fatto di strada: basta ricordare il congresso straordinario del 1999 convocato per assumere una decisione sulla guerra in Kosovo, con l’allora ministro degli esteri, Joschka Fischer, sempre dei Verdi, a favore dell’intervento militare e costretto a tenere il suo discorso letteralmente difeso dalla polizia.

Questa volta la situazione è certamente diversa, perché le immagini che arrivano dall’Ucraina hanno certamente compattato il paese, come pure dimostrano le oceaniche manifestazioni di queste settimane a Berlino, sebbene non manchino tentativi di coagulare un’opposizione sul tema delle spese militari, per le quali sarà necessario rinunciare a qualcosa di quanto promesso nel patto di coalizione: “Ad esempio bisogna chiedersi se sono ancora realistici gli inetrventi per adeguare le pensioni”, ha buttato lì Lars Feld, consigliere del ministro delle finanze Christian Lindner. 

Non è la prima volta che Annalena Baerbock viene attaccata per il suo stile e, in particolare, per una visione delle relazioni internazionali accusata di essere eccessivamente idealista, priva quindi del necessario realismo che pure sarebbe indispensabile in questi frangenti. È un’accusa che è stata più volte ripetuta anche nel corso della campagna elettorale ma a mio avviso non coglie minimamente il segno e che dimostra come la CDU non abbia ancora iniziato quel processo di riforma interna per superare la batosta elettorale del 2021.

Cosa manca, dunque, alla politica tedesca, non solo alle proposte della ministra degli esteri ma in generale all’azione di tutto il governo? Credo che sino ad oggi il governo tedesco abbia giocato molto bene le carte che aveva a disposizione, reagendo (quasi) sempre in modo appropriato. E il cambiamento di 180 gradi annunciato da Scholz è qualcosa di reale e che viene condotto sempre sotto un tetto “europeo”: non è un’iniziativa unilaterale tedesca ma il tentativo di dare all’Unione europea ulteriori poteri e competenze, anche sul piano militare, cosa che richiederà inevitabilmente un accordo politico.

Tuttavia, rispetto alla guerra in Ucraina, Berlino sembra rassegnata al ruolo di semplice osservatore. Baerbock ha fatto un intervento, come capita anche ai suoi colleghi, pieno di giudizi chiari e posizioni molto ben formulate: la guerra è “contraria al diritto internazionale”, ci sono “crimini di guerra”, la responsabilità è interamente di Putin. Tutto giusto e certamente corretto. Ma basta a delineare una politica estera? La sensazione – ma mi auguro di essere smentito dai fatti – è che dopo un mese di guerra a Berlino ancora non abbiano un’idea chiara su come la guerra possa e debba essere conclusa.

Certo, le sanzioni alla Russia come pure l’aiuto alla resistenza ucraina sono fondamentali e, tuttavia, essendo anche chiara ed evidente la linea rossa che si sono dati Europa e Stati Uniti, vale a dire evitare un allargamento del conflitto, da sole si rivelano nel lungo periodo insufficienti, perché spera nel collasso delle forze russe e nel loro ritiro. Magari nella fine della presidenza Putin. Una speranza appunto.

L’ambasciatore Wolfgang Ischinger, fino a quest’anno responsabile della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, ha ammonito dal formulare queste “speranze”, che rischiano di allontanare anche una soluzione rapida. Nelle prime settimane di guerra, sempre Ischinger suggeriva una mediazione del Presidente finlandese, Sauli Niinistö, essendo il suo paese neutrale, non membro della Nato, quindi super partes, e potendo vantare anche un buon rapporto con Putin. Questa potrebbe certamente essere una soluzione. Ma oggi, dopo oltre un mese di combattimenti, credo che l’argomento in base al quale i paesi europei non possano avviare un’azione diplomatica perché ormai già parte del conflitto, sia superato.

La Germania, insieme ad altri paesi dell’Unione europea e in particolare Francia e Polonia, dovrebbe farsi carico di un’azione finalizzata a far sedere a un tavolo la Russia insieme all’Ucraina, farse referente per individuare una soluzione che metta termine alla guerra e che certamente tenga conto della sovranità dell’Ucraina che i suoi cittadini hanno sino ad oggi coraggiosamente e con successo difesa. Non sarebbe proprio questo sforzo di unire la dimensione ideale della ricerca della pace in Europa, che Baerbock certamente rappresenta, con la faticosa pratica della trattativa e della diplomazia l’esempio più evidente di una nuova strategia della politica estera della Germania e dell’Europa? Uno sforzo di fantasia anche per creare le condizioni di una vera trattativa che metta fine al conflitto.

Mi auguro che, in silenzio, la diplomazia tedesca sia già al lavoro per questa soluzione. Se riuscisse, sarebbe la dimostrazione che la politica estera femminista di Annalena Baerbock non si limita a far arrabbiare i conservatori, ma è qualcosa che funziona davvero.

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