Tensioni tra America e Iran: come è iniziato il "conflitto" per il controllo dell'Iraq

L'assassinio di Qassem Soleimani ha cambiato le regole del gioco nel delicato equilibrio mediorientale: la genesi di una tensione decennale che gli accordi di Obama sul nucleare iraniano avevano solo sopito

Il generale Soleimani a Teheran con il leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei e il leader politico sciita iracheno Muqutada al-Sadr (Foto Ansa)

L'accordo sul nucleare è l'ago della bilancia che negli ultimi anni ha definito la qualità dei rapporti fra Stati Uniti e Iran, mai così tesi come ora, dopo l'uccisione in un attacco Usa del generale iraniano Soleimani

Tutto ruota intorno al controllo dell'Iraq, paese cruciale per gli equilibri regionali del Medio Oriente per la sua posizione e ricchezza di petrolio. 

Dopo le due guerre del Golfo e la caduta del regime di Saddam Hussein, le truppe statunitensi lasciano l’Iraq nel 2011 lasciando il paese nelle mani del governo di Nouri al Maliki, complice di scelte politiche settarie che finisco per emarginare la comunità sunnita e favorire l'insorgere della milizia jihadista poi nota come Stato Islamico. L'Isis di quel Al Baghdadi solo recentemente ucciso ma capace di cambiare gli equilibri regionali per un decennio. 

Il nuovo premier iracheno Al Abadi tenta una riconciliazione nazionale contando sull'aiuto di una Coalizione internazionale contro lo Stato islamico guidata dagli Usa. 

Proprio per combattere le "milizie straniere" nascono in Iraq le Unità di mobilitazione popolare, o Hashd al-Shaabi, che rispondono all'appello del 13 giugno del 2014 dell'ayatollah Ali al-Sistani: la guida spirituale dall'iran sciita invoca il jihad degli sciiti contro lo Stato Islamico (Isis), che pochi giorni prima aveva conquistato la città di Mosul.

Della nuova milizia fanno parte 40 gruppi paramilitari prevalentemente sciiti e contano circa 80mila uomini. Il loro ruolo è stato decisivo nella sconfitta militare dello Stato Islamico in Iraq, tanto che il primo luglio del 2019 il nuovo primo ministro iracheno Adel Abdul-Mahdi ha emesso un decreto che integra ulteriormente le Forze di mobilitazione popolare nelle forze armate del paese. Ma già da un anno ai combattenti di Hashd al-Sha'abi venivano concessi molti degli stessi diritti dei membri dell'esercito, compresi stipendi equivalenti.

Un modo anche per controllare le milizie come chiesto nel maggio precedente dal segretario di Stato americano Mike Pompeo ai leader iracheni. Ma le milizie sciite sono state duramente contestate anche dall'Arabia Saudita, che ha chiesto più volte lo smantellamento del gruppo.

Venti di guerra tra Usa e Iran: la genesi delle tensioni

Nel frattempo deflagra il caso del nucleare iraniano: il presidente Trump annuncia di voler abbandonare l'accordo negoziato da Barack Obama, e ripristinare le sanzioni contro Teheran. 

Se le milizie sciite sono state decisive per la sconfitta dell'Isis, diventano un’ingombrante presenza per il governo iracheno, poiché in gran parte rispondono direttamente all’Iran e a Soleimani: il generale che da un trentennio ha gestito le operazioni all'estero di Teheran e proprio la mano lunga dell'Iran ha fornito alle Unità di mobilitazione popolare armi e munizioni fin dai primi giorni della guerra all'Isis.

Se ne accorse l'ex premier iracheno al-Abadi che pagò l'appoggio alle sanzioni Usa contro l’Iran con una rivolta nelle province sciite del sud dell’Iraq. Si contarono centinaia di morti.

Il nuovo governo non potrà nascere senza il benestare dell'Iran: e così a Beirut nel settembre del 2018 viene scelto Adel Abdul Mahdi, già leader del Consiglio supremo per la rivoluzione islamica in Iraq. A quella riunione partecipava anche Soleimani, insieme al leader di Hezbollah Hassan Nasrallah e i leader sciiti iracheni Moqtada al Sadr e Hadi al Ameri.

La situazione precipita quando l'Iran ha ricominciato ad arricchire l'uranio e in Medioriente si sono moltiplicati gli episodi di tensione.

A giugno 2019 un drone americano è stato abbattuto dalle forze iraniane mentre sorvolava lo stretto di Hormuz.

Tre mesi dopo viene attaccata una delle più grandi raffinerie saudite: un raid partito dallo Yemen, ma - secondo gli Stati Uniti- orchestrato da Teheran.

A dicembre quando una pioggia di missili ha colpito alcune basi americane nel nord dell'Iraq. Nella zona di Kirkuk muore un contractor statunitense. L'aviazione americana stavolta risponde con un attacco a basi di Kataib Hezbollah, milizie filo-iraniane in Iraq e in Siria. Muoiono 25 persone. Basta per infiammare Baghdad dove migliaia di sostenitori filoiraniani il 30 dicembre assaltano l'ambasciata americana. Una zona apparentemente inviolabile ma non per i paramilitari di Soleimani che riescono a entrare nel perimetro della sede diplomatica e a dar fuoco a una guardiola.

Fra loro c'era anche Abu Madhi Muhandis, l'uomo di Teheran a Baghdad, vice delle brigate Hezbollah, ucciso insieme con Soleimani nel raid "puntivo" ordinanto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Chi era Qassem Soleimani, uomo chiave dell'Iran in Medio Oriente

"La decisione del presidente Trump ha salvato molte vite umane" ed è stata presa "sulla base di valutazioni di intelligence". Così il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha spiegato alla Cnn le motivazioni del raid che ha ucciso a Baghdad il comandante iraniano Qassam Soleimani. 

raid usa in iran-2

Pompeo ha ribadito che Soleimani stava "lavorando attivamente" su un "imminente" attacco nella regione, in cui erano a rischio "decine se non centinaia" di vite americane.

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