Giovedì, 21 Ottobre 2021
Mondo Libia

Raid in Libia, una guerra che (anche) l'Italia ha progettato per mesi

Sollecitati da Tripoli, condotti per mano americana e con il pieno e progressivo coinvolgimento militare dell'intera coalizione, i primi raid sulla Libia catapultano l'Italia in prima linea nella guerra all'Isis. Ecco chi andrà in guerra contro gli uomini del Califfo

Dopo i primi raid da parte degli Stati Uniti su richiesta del governo guidato da Serraj, le incursioni dei caccia americani sul territorio libico saranno la regola per le prossime settimane. A cinque mesi dall'ultima bomba sganciata su Sabrata dopo mesi passati con incursioni mirate e ricognizioni con aerei spia per identificare le guarnigioni dello "Stato Islamico" in terra libica, sulla terra mai pacificata del dopo Gheddafi, per americani e alleati occidentali è arrivato il pretesto per intervenire con la mano pesante sulla testa di ponte di Daesh nel cuore del Mediterraneo.

Sollecitati da Tripoli, condotta per mano americana e con il pieno e progressivo coinvolgimento militare dell'intera coalizione, i primi raid sulla Libia catapultano l'Italia in prima linea nella guerra all'Isis.  "È un fatto molto positivo che gli americani abbiano deciso di intervenire in Libia - dice il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni - Il 90% dei migranti che arrivano in Italia, provengono dalla Libia e questo è il motivo per il quale ci interessa così tanto la stabilizzazione del Paese oltre che per la minaccia terroristica. Inoltre la Libia è potenzialmente ricchissima e ci interessa che torni a essere un Paese ricco di possibilità".

L'INTERVENTO ITALIANO. Dalla Farnesina una nota ufficiale ribadisce il sostegno italiano al Governo di Unità Nazionale "guidato dal Primo Ministro Fayez al Serraj e lo incoraggia dalla sua formazione a realizzare le iniziative necessarie per ridare stabilità e pace al popolo libico. L’Italia apprezza quindi gli sforzi che il Governo di Unità Nazionale e le forze a lui fedeli stanno conducendo per sconfiggere il terrorismo, in particolare l’operazione Bunyan al Marsous per liberare la città di Sirte da Daesh".

Ma l'appoggio dalle parole potrebbe trasformarsi in fatti. Il sostegno italiano a questa operazione si è concretizzato in forme diverse nel corso degli ultimi mesi, in particolare attraverso importanti operazioni umanitarie per la cura dei combattenti feriti e a beneficio delle strutture sanitarie del Paese. I nostri caccia potrebbero avere un ruolo operativo nelle operazioni come da accordi che il nostro paese ha stretto in sede internazionale. Undici caccia sono pronti per il decollo. E sull'apporto dell'Italia alla missione statunitense della coalizione in Libia "valuteremo se ci saranno richieste, se prenderemo delle decisioni ne informeremo il Parlamento", ha affermato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni intervendo a Uno Mattina. "La cosa che gli italiani devono sapere - ha detto il titolare della Farnesina - è che si tratta di interventi mirati contro le posizioni dello Stato islamico intorno a Sirte e che il governo libico, o meglio le forze che lo sostengono, ha raggiunto diversi obiettivi pagando anche un prezzo molto alto".

I caccia potranno levarsi in volo non dal ponte di una portaerei della Us Navy come accaduto ieri, ma le basi di Sigonella e Aviano saranno a disposizione per i raid: secondo gli accordi ogni operazione deve essere tempestivamente comunicata al Governo. Il numero e l'intensità delle prossime incursioni saranno commisurate alla resistenza delle milizie di Daesh, quasi mille i combattenti schierati oltre il Mediterraneo secondo le informazioni dell'intelligence.

UOMINI E MEZZI PER LA LIBIA. Le Nazioni Unite prevedono un impegno complessivo di 6.000-7.000 militari, con una partecipazione italiana fino a un massimo del 30% del totale. Un numero - hanno avvertito le fonti - che potrebbe variare con il consolidamento del governo Sarraj. La Brigata bersaglieri Garibaldi e il Reggimento paracadutisti Folgore, al momento, non sono operativi e potrebbero fornire parte del contingente. Possibile l'invio anche dei Carabinieri del Tuscania: in caso di richiesta di forze speciali in funzione anti-Isis, sarebbero utilizzate unità del Nono reggimento d'assalto paracadutisti Col Moschin e del Comando Subacquei e Incursori (Comsubin) della Marina militare.  L'assistenza aerea sarebbe garantita dai caccia Amx - quattro di questi velivoli sono già stati rischierati a Trapani, pronti a ogni evenienza -, e dagli aerei senza pilota Predator: alcuni esemplari sono fermi alla base di Sigonella, altri sono già impegnati in attività di sorveglianza e ricognizione al largo delle coste libiche per il contrasto ai trafficanti di esseri umani.

Ma la realtà è ben diversa. L'Italia "è già in guerra, almeno dal 2011". Ne è convinto Antonio Mazzeo giornalista da sempre impegnato sui temi della pace e della militarizzazione, che a febbraio scorso, intervistato proprio da Today.it, ha tracciato i confini di quello che appare come ben più di un supporto logistico.

"Stiamo assistendo all'apice di un'escalation progressiva iniziata nel 2011: da allora la situazione in Libia - e non solo - sta agitando il sonno dei siciliani. Sigonella in questi anni ha funzionato ininterrottamente: dalla Sicilia sono partiti veri e propri commando intervenuti in Nord Africa o in Niger e in Mali. Un vero e proprio "hub" impiegato dagli Stati Uniti per la movimentazione di uomini, mezzi e sistemi d'armi come i droni.

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