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Giovedì, 30 Maggio 2024
L'intervista

"Noi serbo-kosovari siamo esclusi da Pristina e ingannati da Belgrado"

Jovana Radosavljević lavora sui temi del dialogo e dei diritti delle minoranze. Spiega le origini del conflitto riesploso nel Kosovo del Nord, evidenziando le responsabilità anche della comunità internazionale

A fine maggio nel Kosovo del Nord sono riesplose le tensioni interetniche. Durante gli scontri sono state coinvolte anche le forze armate della Nato, con numerosi feriti anche tra i militari italiani. La vicenda ha messo in luce le difficoltà e le fragilità del processo di integrazione e dei rapporti tra la maggioranza di origini albanesi e quella di matrice serba nel piccolo Pese balcanico. Per capire meglio la situazione nell'area abbiamo intervistato Jovana Radovanjovic, responsabile dell'ong New Social Initiative, impegnata nel dialogo tra Pristina e Belgrado (che non ha mai riconosciuto ufficialmente il Kosovo) e sui diritti delle minoranze nel Paese. Jovana è nata e cresciuta con la famiglia nel Kosovo settentrionale,  e vive ora nella città di Mitrovica.

Come è cambiato il suo lavoro dopo gli scontri?

Nella mia organizzazione lavorano persone miste del Kosovo: serbi, albanesi e di altre etnie. Purtroppo dopo gli scontri ho consigliato ai miei colleghi del Sud di non venire in ufficio, ma di lavorare a distanza. Continueremo a farlo finché la situazione non si risolverà. In questa fase di ostilità credo che torneremo a lavorare da zero. Ancora una volta, invece di andare avanti, torneremo a qualche tempo fa. È davvero frustrante perché invece di vedere un progresso continuiamo a sperimentare contrasti etnici, l'ascesa del nazionalismo e delle voci radicali da ambo le parti con l'aumento di recriminazioni che indeboliscono gli accordi raggiunti e lasciano crescere l'animosità tra i gruppi etnici. È necessario gestire queste ultime tensioni, ma non si può farlo pensando di metterci una pietra sopra o di risolverle rapidamente ma solo pensando alle conseguenze a lungo termine.

Perché le tensioni sono esplose in quei quattro comuni del Kosovo settentrionale?

Nel nord del Kosovo i quattro comuni che lo compongono non facevano parte del Paese dal punto di vista istituzionale fino al 2013, quando è stato firmato l'Accordo di Bruxelles. Solo a quel punto è iniziato il processo di integrazione, che non è mai stato completato. La comunità locale dei serbi non ha mai voluto questa integrazione. Pur essendo stata costretta a partecipare al processo, nel tempo non l'ha mai veramente abbracciato. Preciso che, non solo nel Nord ma anche nel Sud del Kosovo, ci sono diverse istituzioni che operano in accordo con la Repubblica di Serbia e che forniscono servizi alla popolazione, dalla sanità all'istruzione, fino alle questioni amministrative, al sistema pensionistico, alle donazioni sociali e persino agli investimenti. La gente di qui vede Belgrado come la propria capitale.

Cosa è accaduto dopo l'inizio del processo di integrazione?

Noi della società civile avevamo espresso una forte opposizione politica contro questa decisione. Ma poi è stata concordata a Bruxelles, Belgrado si è impegnata a rispettarla ed è arrivato il partito Srpska Lista, che ha fatto pressione sulla gente di quest'area affinché restassero o si trasferisse qui da altrove. Nel frattempo l'opposizione è stata nascosta, cooptata o emarginata. Quindi non c'è pluralismo politico e non c'è opposizione. All'interno del partito stesso non c'è competizione né un modo democratico di decidere. L'unica inclusività proviene dalla società civile, ma le sue richieste sono prese in considerazione in modo molto limitato, perché gli attori chiave non sono interessati al nostro punto di vista.

L'Unione europea ha intensificato gli sforzi diplomatici per risolvere la cosiddetta "crisi delle targhe", ciò nonostante si è arrivati fino a questo punto. Perché?

Nell'ultimo anno c'è stato un aumento dell'attività diplomatica da parte dell'Ue e degli Stati Uniti per raggiungere un accordo tra Belgrado e Pristina, ma nel frattempo la realtà sul campo è completamente cambiata. A Pristina il presidente Albin Kurti, ha davvero modificato il tono e il comportamento del governo kosovaro nei confronti dei serbi del Kosovo del Nord, con un approccio molto populistico. Si è creata questa narrazione del Nord come di un centro criminale in cui la gente è controllata da delinquenti di Belgrado. Kurti punta all'estensione della sovranità delle istituzioni kosovaro-albanesi su quest'area. Tutto questo è stato fatto con un "approccio ostile" nei confronti della comunità locale, sia nella retorica che nelle azioni. D'altra parte, Belgrado continua a dire che questa situazione è solo provvisoria, temporanea, che le cose cambieranno a favore della comunità.

Da un lato quindi c'è l'approccio populistico di Albin Kurti e dall'altro Belgrado, che non considera queste regioni come parte della Serbia. È così?

Sì, in un certo senso sì. I serbo-kosovari di fatto sono anche cittadini della Serbia. Il governo di Belgrado ha fatto sì che la gente pensasse che questa dell'integrazione fosse una soluzione solo temporanea e che saremmo finiti in uno scenario più favorevole e in linea con le esigenze della gente, come la reintegrazione in Serbia. Anche per questo motivo i serbi in Kosovo non sentono di appartere al sistema kosovaro né sono disposti a integrarsi. Questo è il punto centrale su cui c'è una grande mancanza di comprensione.

Quali considera i principali "errori" commessi dall'attuale governo kosovaro?

Oltre alla retorica, Pristina ha preso una serie di decisioni molto problematiche, come il divieto dello svolgimento delle elezioni serbe sul territorio del Kosovo, che fino all'anno scorso si erano svolte con la facilitazione dell'Osce. Poi c'è stato il rifiuto di accettare la sentenza della Corte Costituzionale sul punto dell'Accordo di Bruxelles relativo alla formazione dell'Associazione dei comuni del Kosovo settentrionale. Infine il problema della pre-registrazione delle targhe, che in precedenza era filato liscio, dato che l'operazione veniva svolta in coordinamento tra Pristina e Belgrado. Questa volta Kurti ha deciso di farlo unilateralmente, coinvolgendo la polizia per attuare la decisione. Tutti questi elementi hanno infiammato la crisi. Nel frattempo si è creata una discordia tra le istituzioni centrali e quelle locali del Nord, in particolare la polizia centrale ha smesso di avere fiducia nel comando regionale del Nord, interferendo nel suo mandato. Quindi c'è stato un dispiegamento speciale della polizia kosovara nel Nord, militarizzando l'intera area.

Perché la comunità serba ha rifiutato di partecipare alle elezioni?

C'è sfiducia tra le istituzioni kosovare e la comunità locale. C'è un enorme senso di paura nei confronti della polizia. Sembra una guerra. Ci sono posti di blocco sulle strade con agenti di polizia pesantemente armati, corpi speciali che ti fermano, nessuno parla la tua lingua, ti picchiano, ti sparano. Tutto ciò alimenta l'opposizione tra la gente. Per la comunità serba questa è la linea rossa che non si può valicare. Nessun serbo ha partecipato, quindi le elezioni sono state legali ma non legittime.

Come si è arrivati agli scontri?

Il 26 maggio, quando il governo serbo ha organizzato una grande manifestazione (a sostegno del presidente Aleksandar Vučić, ndr), migliaia di persone della Srpska Lista si sono recate a Belgrado. Lo stesso giorno il governo del Kosovo ha deciso di far insediare i sindaci eletti tramite l'intervento della polizia kosovara, che ha preso il controllo degli edifici comunali. Gli incidenti sono avvenuti con gas lacrimogeni e violenze sul campo che avrebbero potuto essere evitate se il governo kosovaro avesse ascoltato i consigli della comunità internazionale. La comunità serbo-kosovara si è sentita frustrata e tradita anche da Belgrado perché ha pensato che ci fosse stato un accordo con Prisitina per far uscire le persone dal Kosovo settentrionale permettendo così ai sindaci albanesi di subentrare.

Come valuta il comportamento della comunità internazionale rispetto agli scontri?

La reazione è arrivata troppo tardi, tre giorni dopo le tensioni. Hanno protetto le strutture municipali solo lunedì (29 maggio, ndr), quando le proteste sono aumentate. Fortunatamente gli scontri tra la Kfor (l'unita della Nato operativa in Kosovo, ndr) e i manifestanti hanno evitato possibili scontri diretti tra chi protestava e le forze speciali della polizia kosovara, che probabilmente avrebbe provocato molte vittime e una realtà completamente nuova.

E successivamente ?

Da poco a Pristina e a Belgrado si è recato Gabriel Escobar (diplomatico degli Usa operativo nei Balcani, ndr) e ha espresso un chiaro messaggio al governo kosovaro: ha 48 ore di tempo per dichiarare la propria posizione sulle condizioni proposte. In primis la diminuzione dell'escalation della situazione; poi, lo svolgimento di nuove elezioni e, terza condizione, il ritorno al dialogo. Ci si aspetta che il governo kosovaro ceda a queste pressioni, anche se sembra abbia mantenuto una posizione molto rigida mettendo a repentaglio le relazioni con gli Stati Uniti e l'Unione Europea.

Come valuta l'amministrazione dell'area settentrionale da parte dei serbo-kosovari in questi anni?

I serbi del Kosovo non hanno mai avuto il potere di prendere decisioni né di uscire dal processo di integrazione. La vita politica della comunità serba in Kosovo riflette molto la vita politica di Belgrado. Se c'è un partito dominante in Serbia, come l'Sns ( il Partito progressista serbo, di cui faceva parte fino a pochi giorni il presidente Vučić, ndr), c'è un partito politico nel Nord del Kosovo collegato a quello. Il perenne conflitto ha creato un ambiente negativo per qualsiasi capacità di crescita per la comunità. E nel frattempo molte persone hanno lasciato il Paese. Di fatto siamo sempre stati soggetti a Pristina o a Belgrado.

Quale ruolo gioca la Chiesa serbo-ortodossa in questi scontri?

La Chiesa non ha avuto un ruolo nelle proteste. Se si vedono i messaggi dei sacerdoti dai monasteri si può notare un atteggiamento conciliante, ma il fatto che abbia un impatto molto forte sull'identità dei serbi-kosovari è vero al 100%. Per la Chiesa il Kosovo è una regione molto importante a causa del numero di monasteri presenti e delle aree del patrimonio religioso che vi hanno sede. L'influenza è molto forte, ma solo dal punto di vista del sentimento di identità, che in tutti i Balcani occidentali, non solo in Kosovo, purtroppo è molto legata alla religione.

Il processo di integrazione è iniziato dieci anni fa. C'è stata un'evoluzione?

Sì, fino al 2021, quando questo governo è salito al potere. Era molto lenta, ma stava avvenendo. Con l'azione di Kurti tutti i miglioramenti fatti negli ultimi dieci anni con il sostegno della comunità internazionale sono stati completamente annullati. Siamo di nuovo al punto di partenza e forse anche in condizioni peggiori per quanto riguarda le tensioni interetniche sul campo. Pristina ora vuole distruggere questo processo ed eventualmente ricostruirlo, ma alle sue condizioni. Il punto più delicato è l'Associazione dei comuni del Kosovo settentrionale, che sarà attuata perché è un obbligo del Kosovo e sarà fatta con Kurti o senza di lui.

Quali sono i suoi prossimi impegni rispetto al processo di pace?

Insieme ad altre persone della società civile, come medici, professori, artisti, avvocati, abbiamo scritto e firmato un appello per la pace destinato alla comunità internazionale con delle richieste per fermare questa crisi. Qui ci sono esseri umani veri, che hanno bisogni e preoccupazioni e vogliono essere ascoltati e avere fiducia. Abbiamo bisogno di una posizione politica da parte dei leader politici sia a Pristina che a Belgrado per impegnarsi nel dialogo. Questo è l'unico modo per vedere una società multietnica progredire e non regredire.

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