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Venerdì, 27 Gennaio 2023
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Perché il "Made in China" non sarà più economico

Ci sono diverse motivazioni che legano gli investitori al gigante asiatico, ma ce ne sono comunque tante altre che li spingono ad allontanarsi dalla Cina

Da più di due anni, la Cina non è più la meta ambita delle multinazionali. La politica Zero Covid - recentemente abbandonata -, la sovvenzione statale alle imprese cinesi e la stretta di Pechino sulle big tech hanno spinto molti colossi a pensare di abbandonare la Repubblica popolare.

Da quando si è aperta ai capitali stranieri, grazie al programma di riforme economiche di Deng Xiaoping, la Cina ha ricoperto il ruolo di "fabbrica del mondo". Qualcosa è però cambiato due anni fa, quando il presidente Xi Jinping ha presentato una nuova veste per la seconda economia mondiale. 

La "Doppia circolazione"

Le parole d’ordine, adesso, sono "doppia circolazione", ossia mercato interno e autarchia tecnologica. Per non dipendere dalle imprese straniere, la Cina ha potenziato il proprio mercato interno. Una scelta che ha comportato una riorganizzazione della catena di approvvigionamento mondiale.

Ma c'è anche altro. La guerra commerciale con gli Usa iniziata durante la presidenza di Donald Trump, le pratiche commerciali 'sleali' cinesi condannate dall'Ue e infine la guerra russa in Ucraina hanno spinto molti produttori a rivalutare la delocalizzazione delle imprese dalla Cina a mercati più convenienti e sicuri, come quelli dei paesi del Sud-est asiatico. 

Anche se alcuni investitori hanno trasferito parte dei loro impianti di produzione fuori dalla Cina, sono stati l'arrivo della pandemia e della politica Zero Covid a far emergere l'importanza per gli investitori stranieri di non dipendere da un solo paese per soddisfare le proprie esigenze produttive. 

Si va verso un disaccoppiamento?

Le aziende straniere sono maggiormente preoccupate per gli scenari geopolitici. La tensione tra Washington e Pechino ha fatto nascere il timore di un decoupling, ossia il disaccoppiamento, tra le due maggiori economie del mondo, che comporta quindi una rilocalizzazione della produzione delle imprese statunitensi fuori dalla Cina in settori ritenuti strategici. 

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Gli effetti della guerra commerciale continuano a persistere. Il presidente Joe Biden non solo non ha revocato alcune delle tariffe elevate imposte da Trump alla Cina, ma lo scorso ottobre ha imposto controlli sulle esportazioni di chip e di attrezzature statunitensi alle fabbriche di proprietà cinese.

Le multinazionali abbandoneranno il mercato cinese?

Al momento è improbabile che la gran parte delle multinazionali abbandonino completamente il mercato cinese. Ci sono diverse motivazione che legano gli investitori al gigante asiatico, ma ce ne sono comunque tante altre che li spingono ad allontanarsi dalla Cina. Innanzitutto la "doppia circolazione" proposta da Xi ha portato il paese a diversificare le importazioni nel breve periodo e acquisire la piena autosufficienza tecnologica sul lungo termine: una scelta che ha messo alla porta i giganti stranieri. 

C'è poi la professionalizzazione della forza lavoro. In questo percorso pensato dal presidente della Repubblica popolare, i lavoratori hanno preteso quello che da tempo chiedevano: una maggiore paga e una carriera più adatta al percorso di studi, come nel caso degli ingegneri. Una richiesta che ha spinto diversi colossi tecnologici e dell'automotive a diversificare la catena di produzione e spostare il lavoro dove costa meno. India, Vietnam, Thailandia, Bangladesh e Malesia sono ora le principali destinazioni delle multinazionali che decidono di lasciare la Cina.

"China For China" 

Prima di abbandonare definitivamente il gigante asiatico, gli investitori stranieri adottano un'altra strategia: velocizzare la produzione in Cina di componentistica per le automobile da rivendere nel mercato cinese. Stando a quanto scrive il Financial Times, le aziende straniere anziché fare affidamento sulle fabbriche cinesi per produrre beni che alla fine vengono venduti altrove, stanno adottando la strategia "China for China", che ha lo scopo di rivolgersi a strutture di ricerca e sviluppo nel paese per realizzare prodotti da immettere nel vasto mercato cinese.

Questa decisione comporterebbe una riduzione della dipendenza dalle fabbriche cinesi, ma allo stesso tempo consentirebbe alle aziende straniere di mantenere intatta la catena di approvvigionamento locale e proteggere così i propri stabilimenti in Cina. Inoltre, i produttori considerano al momento dispendioso il processo di delocalizzazione in paesi del Sud est asiatico, poiché ancora dipendono da componentistiche prodotte in Cina. 

La riorganizzazione della catena di approvvigionamento è un processo complesso e richiede tempi lunghi: le case automobilistiche infatti raramente cambiano l'approvvigionamento dei componenti prima della fine del ciclo produttivo di un'automobile, che è dura circa sette anni.

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Il procedimento, inoltre, potrebbe anche rivelarsi costoso per un settore che opera già con margini ribassati per le ripercussioni economiche legate alla pandemia e alla guerra in Ucraina. La delocalizzazione dal gigante asiatico determinerà un aumento dei prezzi legati a una manodopera più costosa e un import dei materiali strategici. Un costo che peserà sui risparmi dei consumatori. 

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