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Domenica, 25 Febbraio 2024

Alberto Berlini

Giornalista

Il "No, I don't" di Joe Biden che ha consegnato le donne afgane ai talebani

Nel giorno in cui i Talebani rientrano a Kabul franano le certezze di chi guardava a noi occidente come patria dei diritti fondamentali. Si sbagliavano gli afgani e le afgane che guardavano alle forze Nato non come forze occupanti ma come difensori di una idea illuministica della società. Avrebbero dovuto guardare una intervista che in piena campagna elettorale per le elezioni americane l'allora candidato democratico - poi eletto presidente - Joe Biden rilasciava all'emittente statunitense Cbs. Era il 23 febbraio quando a Biden era stato chiesto di commentare una sua affermazione risalente al 2010 quando difendeva la scelta del figlio di non voler mettere in pericolo la propria vita per prendere parte alla guerra in Afghanistan: "Non mando mio figlio lì a rischiare la vita per i diritti delle donne. Non funzionerà. Non è quello per cui siamo lì". Biden spiegava che vi sarebbero innumerevoli i posti nel mondo dove i diritti umani vengono violati e non è alla portata dell'America e delle forze armate "risolvere ogni singolo problema". Biden spiega che la discriminante per l'intervento militare statunitense si ferma a quando è in gioco "l'interesse dell'America o di uno dei paesi alleati". Tuttavia a domanda diretta di Margaret Brennan Joe Biden scandisce di non volersi assumere alcuna responsabilità nel caso i cui i talebani tornassero ad avere il controllo di Kabul portando alla perdita dei diritti delle donne. Così come spiega che gli Stati Uniti non dichiarano guerra alla Cina per quello che stanno facendo alla minoranza etnica degli uiguri costretti in campi di "rieducazione". 

M. Brennan: But then don't you bear some responsibility for the outcome if the Taliban ends up back in control and women end up losing the rights?

J. Biden: No I don't. Look, are you telling me that we should go into China because- go to war with China because what they're doing to the Uyghurs, a million Uyghurs, in the- out in the West in concentration camps? Is that what you're saying to me? [...] Do I bear responsibility? Zero responsibility. The responsibility I have is to protect America's na- national self-interest and not put our women and men in harm's way to try to solve every single problem in the world by use of force. 

Oggi quel "No I don't." scandito in modo così perentorio riecheggia come una risposta all'appello disperato di una adolescente afghana, una delle tante senza nome che raccontano il dramma di una popolazione abbandonata da chi aveva promesso di proteggere lo sforzo di uscire dal buio e denunciare. "Non contiamo perché siamo nati in Afghanistan - spiega una adolescente di cui il mondo non sa il nome, ma che tutti oggi hanno visto piangere in tv o sul proprio smartphone - Non posso fare a meno di piangere. A nessuno importa di noi. Moriremo lentamente nella storia. Non è ironico?"

Un appello che rischia di cadere nel vuoto. Perché a quel grido "We don't count because we were born in Afghanistan" oggi l'America non riesce a smarcarsi dal "No, Zero responsibility" detto da Biden ancor prima di diventare Presidente. Mentre oggi a migliaia sono in fuga dall'incertezza del domani e disperati affollano l'aeroporto di Kabul tra le raffiche di mitra degli ultimi soldati americani rimasti a Kabul a coprire la ritirata, costretti a sparare in area per allontanare le stesse persone che hanno difeso per 20 anni. E mentre si ripongono le bandiere sull'altare della realpolitik vengono sacrificati i diritti donne che da domani torneranno a rischiare di essere vittime di violenze; vengono sacrificati i diritti dei giornalisti che quelle violenze vorrebbero denunciare; vengono sacrificati i diritti di quelle minoranze la cui dignità rimane solo nei valori spacciati negli ultimi 20 anni dagli occidentali e che ora restano sepolti sotto la polvere di Kabul. 

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