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Martedì, 28 Maggio 2024
La polveriera / Serbia

Targhe e urne boicottate: come si è arrivati all'escalation degli scontri in Kosovo

Da due anni le tensioni si sono acuite nel piccolo Paese balcanico, stretto tra le pressioni di Belgrado e le mediazioni dell'Ue. Sotto gli scontri etnici si annida un deficit di democrazia

"Il Kosovo è il cuore della Serbia". Ha firmato così il tennista Novak Djokovic, sullo schermo di una telecamera, il suo appoggio ai serbi del Kosovo, artefici di gravi scontri in quattro comuni per impedire l'insediamento dei neo-eletti sindaci di origine albanese nel nord del Paese. Il messaggio termina con la frase "Stop alla violenza!", che suona in contraddizione col reale intento dello sportivo. Approfittando del palcoscenico del Roland Garros, durante il quale ha battuto sulla terra rossa l'americano Alexander Kovacevic, il tennista serbo ha espresso un sostegno di lusso al mancato riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo da parte del governo di Belgrado. Nonostante la popolarità di cui gode in tutti i Balcani, con questa mossa Nole perderà non pochi consensi.

Sindaci minacciati

Il messaggio arriva dopo che le violenze interetniche sono riesplose il 26 maggio nel più giovane dei Paesi balcanici, con esponenti della maggioranza serba che hanno tentato di impedire l'insediamento dei nuovi sindaci di etnia albanese pronti ad insediarsi nei comuni di Zubin Potok, Zvečan, Leposavić e Kosovska Mitrovica. Alle elezioni la comunità di origine serba aveva deciso di non partecipare, salvo poi contestarne l'esito. Dal momento dell'indipendenza del piccolo Stato balcanico le tensioni nell'area non si sono mai sopite, ma per la prima volta da anni è stato necessario l'intervento delle forze armato della Nato, impegnate a disperdere la folla. Secondo fonti locali gli scontri hanno visto una decina di feriti tra i cittadini e 52 tra i militari (secondo altre fonti 45), di cui quattordici sono italiani e tre di loro sono in condizioni gravi (ma non in pericolo di vita nel momento in cui scriviamo).

Indipendenza a metà

La disgregazione della Yugoslavia del generale Tito ha partorito numerosi figli. Il Kosovo è quello rimasto orfano, essendo considerato uno Stato "a riconoscimento limitato". Nonostante abbia dichiarato la sua indipendenza dalla Serbia nel 2008, Belgrado non cessa di voler imporre la sua patria potestà sulla regione a maggioranza etnica albanese. Da questo conflitto a basso voltaggio deriva la decisione di numerosi Stati, in primis Russia e Cina, di non identificare l'area come una Repubblica pienamente sovrana. Presso le Nazioni Unite, solo 101 Paesi su 193 hanno riconosciuto la sua indipendenza, e nell'ambito della stessa Unione europea ci sono varie defezioni al riguardo. Vi si oppongono: Grecia, Cipro, Romania, Slovacchia e Spagna. Si tratta di Paesi con questioni territoriali irrisolte (o di recente risoluzione) e/o forti movimenti indipendentisti interni, come nel caso della Catalogna. Da qui derivano anche le difficoltà per Pristina di ottenere uno status a pieno titolo come candidato all'adesione all'Unione europea.

Il monito della Nato

"Esortiamo Belgrado e Pristina a impegnarsi nel dialogo guidato dall’Ue per ridurre le tensioni e come unica via per la pace e la normalizzazione”, ha precisato un comunicato diffuso dalla missione militare internazionale Kosovo Force, guidata dal generale italiano Michele Ristuccia. Le forze militari del Patto Atlantico, presenti nella zona sin dal 1999, hanno specificato inoltre di aver aumentato la loro presenza nei quattro comuni del Kosovo settentrionale "a seguito degli ultimi sviluppi nell'area". La Kfor ha accusato i manifestanti di aver "provocato la situazione", attaccando la polizia e le stesse forze militari, di aver scritto simboli serbi e russi provocatori sui veicoli delle forze dell'ordine presenti, di aver danneggiato pneumatici e veicoli in generale, con un veicolo andato a fuoco, oltre a sirene d'allarme a tutto volume. Sono inoltre state sparate bombe molotov, ordigni esplosivi e colpi di arma da fuoco. Riavvolgiamo il nastro per provare a capirne di più.

Elezioni "abbandonate"

La partecipazione al voto di Aprile nei quattro comuni scenario degli scontri era stata irrisoria, pari ad appena il 3,47%, a causa del boicottaggio del voto da parte della comunità serba del Kosovo, che nell'area settentrionale costituisce la maggioranza. Ciò nonostante Albin Kurti, alla guida del governo kosovaro, ha deciso di garantire l’ingresso nei municipi ai sindaci, facendo intervenire le forze speciali di polizia. Ne è derivato un violento scontro per impedire l'insediamento degli eletti di etnia kosovaro-albanese. La giornata è stata solo l'apice di un'escalation che ha visto coinvolti in questi mesi gli esponenti di Lista Srpska, il partito serbo-kosovaro vicino ad Aleksandar Vučić, il presidente serbo in bilico tra sostegno all'Ue e quello a Vladimir Putin.

Targhe infuocate

A riaccendere la miccia nell'area nel 2021 c'è stata la "crisi delle targhe": il governo guidato da Kurti aveva tentato di imporre il cambio provvisorio delle targhe ai veicoli serbi in entrata in Kosovo. Belgrado a sua volta immatricolava e re-immatricolava auto con le denominazioni delle città del Kosovo. Da qui un lungo blocco dei passaggi di frontiera nel nord del Paese: da un lato le forze speciali della polizia kosovara dall'altro le unità dell'esercito serbo. Dopo una soluzione momentanea grazie all'intermediazione dell'Ue, il problema si è riproposto nell'estate del 2022, con la minoranza serbo-kosovara che ha creato blocchi stradali e barricate. Era scesa in campo anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, durante la sua visita a settembre scorso nei Balcani occidentali in preparazione del summit tra i Paesi dell'area e l'Ue. "La cooperazione è l'unica strada possibile”, aveva detto la von der Leyen, "sottolineando come la diplomazia e il dialogo promosso dalle istituzioni europee fosse "l'unica piattaforma in grado di risolvere l'attuale conflitto".

Intermediazioni

Nel tempo gli sforzi di Bruxelles di normalizzare i rapporti tra Pristina e Belgrado si sono progressivamente intensificati. In questo frangente si sono susseguiti vari vertici con l'intermediazione di Josep Borrell, capo degli affari esteri dell'esecutivo europeo, e Miroslav Lajcak il rappresentante speciale dell'Ue per i rapporti tra Belgrado e Pristina. All'inizio di novembre 2022 la battaglia sulle targhe ha provocato le dimissioni di massa dei serbo-kosovari dalle istituzioni nei comuni nel nord del Paese, inclusi gli agenti di polizia. A fine novembre del 2022, sempre grazie all'intermediazione dell'Ue, era stato raggiunto un nuovo accordo che faceva supporre un allentarsi delle tensioni. Borrell aveva garantito come Serbia e Kosovo avessero concordato di "concentrarsi pienamente, con urgenza, sulla proposta di normalizzazione delle loro relazioni". A spingere per questa soluzione c'erano soprattutto Francia e Germania, oltre che sullo sfondo gli Stati Uniti. Nel frattempo però le dimissioni degli amministratori locali avevano fatto scattare le elezioni anticipate in quattro comuni del Kosovo del Nord, programmate inizialmente a dicembre ma poi svoltesi il 23 aprile, con la diserzione alle urne sia del principale partito Lista Srpska che della popolazione di origine serba. Un'occasione che il presidente Kurti non si è lasciato sfuggire.

Cambio di prospettiva

La memoria delle persecuzioni subite dagli albanesi del Kosovo da parte delle truppe di Slobodan Milosevic è ancora viva, ma Pristina è chiamata ad un'assunzione di responsabilità maggiore a 15 anni dall'indipendenza. Dopo le elezioni e prima dell'insediamento, in una nota congiunta le ambasciate di Francia, Germania, Italia, Regno unito, Stati uniti e Unione europea presenti in Kosovo si sono espresse così: "Ribadiamo la nostra dichiarazione del 26 maggio che condanna la decisione del Kosovo di forzare l’accesso agli edifici comunali nel nord del Kosovo nonostante i nostri ripetuti appelli alla moderazione". Nel documento si chiede anche ai sindaci eletti di "dare prova di moderazione e agire immediatamente per dimostrare il loro impegno e la loro responsabilità nel rappresentare e servire tutti i membri delle loro comunità". Seguiva un generico "mettiamo in guardia tutte le parti contro altre minacce o azioni che potrebbero avere un impatto su un ambiente sicuro e protetto, compresa la libertà di movimento, e che potrebbero infiammare le tensioni o promuovere conflitti". I diplomatici, evitando di citare in modo diretto gli esponenti di Lista Srpska, si sono concentrati più in un rimprovero diretto al governo di Kurti per la gestione delle elezioni, che in un monito nei confronti della minoranza serba autrice degli scontri.

La lunga ombra di Belgrado

Per capire quanto sia forte l'influenza di Belgrado in Kosovo, bisogna guardare ai conflitti interni alla stessa minoranza serba. A dicembre il presidente serbo Vučić aveva minacciato di boicottare un importante vertice a Tirana a causa della nomina da parte del governo di Pristina di Nenad Rašić come ministro per le Comunità e il ritorno dei profughi. Rašić è un politico di origine serba, che dopo l'adesione a varie formazioni politiche, ha fondato il Partito Democratico Progressista (Pdp) di cui è l'unico parlamentare eletto. Nel Kosovo del Nord il Pdp è di fatto l'unico concorrente (con una percentuale però irrisoria di voti) di Lista Srpska, il cui leader, Goran Rakić, è da considerarsi un emissario di fatto di Vučić. Rašić è invece ostile all'attuale governo di Belgrado, viene considerato un "politico moderato" (con diversi guai giudiziari alle spalle) e gode della fiducia del presidente Kurti. La questione non si limita al Kosovo, vista la pressante influenza anche sui partiti politici pro-Serbia del Montenegro, altro Stato che nel 2006 decise di staccarsi e dichiararsi indipendente da Belgrado a seguito di un referendum. Seppur con meno incisività anche l'Albania aveva alzato il livello delle tensioni, quando nel 2021 il primo ministro albanese Edi Rama aveva detto che voterebbe a favore dell'unificazione tra l’Albania e il Kosovo in caso di un futuro referendum sulla questione. Kurti in quel caso aveva però tirato i remi in barca, spiegando che un referendum fa parte di un lungo processo che sarebbe andato oltre il controllo del suo governo.

Oltre i nazionalismi

Le relazioni tra kosovari non vanno quindi lette solo con la lente degli scontri etnici. In un'intervista al portale BalcaniCaucaso Tatjana Lazarević, caporedattrice del portale Kossev di Mitrovica nord, ha evidenziato le manovre di potere interno sottostanti l'escalation. "Sono stati proprio i rappresentanti della Srpska Lista a spingere i serbi del nord ad entrare a far parte del sistema kosovaro a seguito delle elezioni del 2013, cercando poi ad ogni tornata elettorale di costringere i serbi a votare per la Srpska Lista", ha ricostruito la giornalista. "Nei dieci anni di potere questo partito, con l’appoggio del governo di Belgrado, grazie anche ad una collaborazione con le istituzioni di Pristina – collaborazione venuta meno con l’arrivo di Albin Kurti al potere – è riuscito a creare un meccanismo di controllo delle assunzioni e dei dipendenti pubblici, basato sull’assoggettamento e sul ricatto, indebolendo così il potenziale democratico e civico dei serbi del nord, ma anche di quelli che vivono a sud dell’Ibar (il principale fiume del Kosovo, ndr), relegandoli ad una posizione di dipendenza dalle autorità e dai vari centri di potere locale", ha affermato Lazarević. Gli scontri sarebbero quindi funzionali a detenere il potere, con "gruppi di privilegiati che non vedono nulla di problematico in questo crollo della democrazia e delle libertà, continuando a godere dei privilegi, soprattutto in termini di benefici finanziari e sociali". Nella notte un murale dedicato a Novak Djokovic è stato distrutto a Orahovac (o Rahovec), una città del Kosovo, nel Distretto di Prizren. L'opera faceva parte del progetto "Color in the Air", realizzato dall'organizzazione "Amici Di Decani", in collaborazione con l'artista Derox in luoghi dov'è presente popolazione di origine serba. Alcuni residenti della piccola cittadina in precedenza avevano dichiarato a Radio Goraždevac che vedevano Novak come il loro eroe.

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