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Lunedì, 4 Marzo 2024
La polemica / Tunisia

Il presidente tunisino contro i migranti africani: "Un rischio per le nostre radici islamiche"

Le parole di Saied rivolte ai cristiani degli Stati subsahariani giunti nel Paese. Sullo sfondo, la grave crisi economica, sociale e politica di Tunisi

I migranti che arrivano dall’Africa sono un pericolo per la nostra nazione e ne mettono a rischio l’identità. A dirlo non è stato un sovranista europeo, ma il presidente di un Paese aficano, il leader tunisino Kais Saied. "C'è un piano criminale per cambiare la composizione demografica del Paese", ha affermato martedì scorso, usando un linguaggio caro ai fautori della teoria della 'grande sostituzione'. Solo che per Saied il problema è inverso a quello dei complottisti europei (e statunitensi): nel caso della Tunisia il presunto rischio arriva dai migranti subsahariani di religione cristiana, che minerebbero le radici arabe e islamiche dello Stato maghrebino.

"Orde di migranti"

In occasione di un consiglio di sicurezza nazionale sul tema dell'immigrazione, il presidente tunisino ha parlato di "orde di immigrati clandestini" che sarebbero fonte fonte di “violenze, crimini e atti inaccettabili”. Dietro questo flusso, si celerebbe un pericoloso piano di destabilizzazione del Paese: "Alcuni individui hanno ricevuto grandi somme di denaro per dare la residenza ai migranti subsahariani", ha detto. Il piano consisterebbe nel "fare della Tunisia solo un Paese dell'Africa e non un membro del mondo arabo e islamico". Nella stessa giornata, Fatma Mseddi, deputata recentemente eletta, ha pubblicato la foto di un uomo di colore presentandolo ironicamente come il "futuro governatore di Sfax", alludendo alla città nell'est del Paese dove si concentra la più grande comunità di migranti.

Che la Tunisia faccia fronte a un numero ingente di migranti subsahariani è pacifico: secondo le ong locali, ci sono tra i 30 e 50mila profughi nel Paese. Come sottolineato da Kenza Ben Azouz, la loro presenza è stata tollerata perché rappresentano una forza lavoro a basso costo di cui tutti "beneficiano e spesso abusano". Le violenze, così come la situazione economica del Paese e la complessità delle procedure di regolarizzazione, sono tutti motivi per cui molte persone decidono poi di abbandonare la Tunisia e andare in Europa. Tunisi, anche grazie a lauti finanziamenti italiani e Ue, ha rafforzato il contrasto ai trafficanti. Ma nonostante ciò, il Paese continua a essere fonte di emigrazione verso l'Italia, e non solo di migranti subshariani: dei 100mila richiedenti asulo arrivati sulle coste italiane nel 2022, ben 16mila erano cittadini tunisini, il gruppo nazionale più ampio.

La crisi economica

La ragione per cui partono i tunisini è la grave crisi economica e politica che attraversa da tempo il Paese: da mesi scarseggiano beni di prima necessità come il petrolio, lo zucchero, il latte e il burro. Il tasso di inflazione viaggia ormai sulla doppia cifra e la disoccupazione giovanile è in sensibile crescita. Le difficoltà economiche sono così acute che il governo di Tunisi sta negoziando un prestito col Fondo monetario internazionale. In tutto questo, Saied sta cercando di reprimere il dissenso, anche dei sindacati che in un primo momento avevano appoggiato l'ascesa dell'attuale presidente. 

La retorica di Saied sui migranti sembra un modo per distogliere l'attenzione dalle vere cause della crisi. Una strategia che in parte sta funzionando: il Partito nazionalista tunisino sta facendo proseliti nel nome dell'odio all'immigrato (cristiano). Un asilo nido per bambini subsahariani a Tunisi, aperto illegalmente per aiutare i genitori che lavorano, ha chiuso i battenti. "Ho troppa paura di violenze contro i bambini o di attacchi contro di noi", ha spiegato la responsabile della struttura.

I toni di Saied sembrano però piacere alle destra europea. Eric Zemmour, presidente del partito francese di ultradestra Reconquête, ha salutato le invettive del presidente tunisino con un post su Twitter: "Gli stessi Paesi del Maghreb cominciano a lanciare l'allarme di fronte all'impennata migratoria", ha scritto.

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