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Sabato, 22 Gennaio 2022
La storia

Venduta a 9 anni dal padre per sfamare la famiglia in Afghanistan, Parwana ora è al sicuro

Una storia di povertà e disperazione nel paese precipitato in una profonda crisi umanitaria. Il caso di Parwana è solo la punta dell'iceberg e si moltiplicano le segnalazioni di spose bambine

È stata portata in salvo la piccola Parwana Malik, la bambina di 9 anni venduta dal padre a un uomo di 55 anni in Afghanistan per sfamare il resto della sua famiglia. La sua è una delle tante storie di disperazione che arrivano dall'Afghanistan, dove la situazione è peggiorata da quando a metà agosto i talebani sono tornati al potere.Oggi Parwana al sicuro insieme alla madre e ai fratelli, grazie all'intervento della ong statunitense Too Young to Wed (TYTW), che si batte per liberare e sostenere le spose bambine in Afghanistn, portandole insieme alle loro madri in case sicure.

Parwana, venduta a 9 anni dal padre per sfamare la famiglia 

La Cnn aveva documentato la vendita di Parwana in un reportage a inizio novembre. Parwana e la sua famiglia hanno vissuto per quattro anni in un campo per sfollati nella provincia nordoccidentale di Badghis, sopravvivendo grazie agli aiuti umanitari e ai pochi dollari al giorno guadagnati dal padre con piccoli lavoretti. Una situazione già gravemente compromessa e precipitata ad agosto dopo il ritorno dei talebani, con l'Afghanistan alle prese ora con una profonda crisi umanitaria. Alla fine di ottobre un uomo aveva consegnato al padre circa 2.200 dollari sotto forma di pecore, terreni e contanti, per portare via con sé la bambina. Suo padre Abdul aveva cercato in tutti modi di evitare di dover prendere questa decisione straziante, ma quel pagamento significava garantire la sopravvivenza al resto della sua famiglia, non potendosi più permettersi di comprare da mangiare.

Il reportage della Cnn ha suscitato una profonda eco, tanto da spingere l'uomo che aveva comprato Parwana a nascondersi. Dopo circa due settimane, la bambina è stata restituita alla sua famiglia ma suo padre dovrà comunque dare indietro quanto gli era stato pagato. L'acquirente aveva promesso che avrebbe trattato bene la bambina, ma questo non è avvenuto. "Mi trattavano male, imprecavano contro di me. Mi facevano svegliare presto e lavorare", ha raccontato la piccola. Gli attivisti della ong hanno portato Parwana, la madre e i fratelli in una casa sicura a Herat. È la prima volta che la bambina ha la possibilità di vivere in una vera e propria abitazione, dopo quattro anni di vita da sfollata in una tenda. "Mi hanno dato una nuova vita", ha detto la bambina, ringraziando i suoi salvatori. La bambina vorrebbe andare a scuola e diventare un medico: "Vorrei studiare per aiutare la mia gente". Per il momento lei, la madre e i fratelli resteranno lì durante l'inverno, poi si vedrà di trovare loro una sistemazione migliore e definitiva. Il padre è rimasto nel campo sfollati, perché deve cercare di trovare i soldi per saldare il suo debito con l'uomo che ha comprato Parwana, avendo usato quel denaro per ripagare i suoi debiti. Abdul ha dato il permesso a TYTW di portare via la sua famiglia e spera presto di poter raggiungere i suoi cari.

Sempre più bambine vendute nell'Afghanistan in crisi umanitaria 

Il caso di Parwana non è che la punta dlel'iceberg. "Le ragazze afgane stanno merce di scambio per il cibo", ha detto Mahbouba Seraj, attivista per i diritti delle donne che gestisce un centro di accoglienza per donne e ragazze a Kabul. I matrimoni con minori sotto i 15 anni sono ufficialmente vietati nel paese. Nonostante ciò, queste unioni sono stati portate avanti per anni, soprattutto nelle zone rurali, e da agosto sono aumentate le segnalazioni di famiglie costrette a vendere i propri figli per sfamarsi. Alcune spose bambine, costrette a sposarsi giovanissime, muoiono poi di parto perché i loro corpi non sono ancora in grado di sostenere la gravidanza e la nascita del bambino.  "La comunità internazionale sta voltando le spalle mentre il Paese vacilla sul precipizio di una catastrofe provocata dall'uomo", ha dichiarato Dominik Stillhart, direttore delle operazioni per il Comitato internazionale della Croce Rossa.

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