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Sabato, 28 Maggio 2022
il ritorno al passato / Cina

Xi Jinping come Mao? Cosa vuol dire che in Cina tornano i libretti rossi

Sono diversi gli esempi di espressioni di lealtà che si sono intensificati in vista del Congresso nazionale, quando il presidente cinese Xi riceverà un terzo mandato

All’indomani del massacro di Piazza Tiananmen di Pechino, nel giugno del 1989, i cinesi si sono svegliati consapevoli di vivere un cambiamento epocale e storico. Tra maggio e giugno di più di 30 anni fa, studenti, intellettuali e giovani manifestanti erano giunti nella capitale da tutto il paese per contestare le riforme economiche e commemorare la morte di Hu Yaobang, il leader riformista e segretario del Partito comunista cineseo, che aveva denunciato le violenze durante il decennio della Rivoluzione culturale (1966-1976). I manifestanti erano raccolti nella grande piazza della capitale cinese per chiedere una maggiore tutela della libertà di stampa e la fine dell’autoritarismo di un Partito che faticavano a riconoscere.

La paura del Partito di perdere il controllo del paese si è trasformata in una violenta repressione dell’esercito cinese che ha portato a migliaia di morti, anche se il governo cinese ha riconosciuto il decesso di 300 persone. All’indomani di quel massacro, che Pechino definisce “incidente”, è stato siglato un patto non scritto tra opinione pubblica e Partito: la garanzia del benessere economico in cambio della rinuncia ad alcune libertà personali. Per quanto difficile da accettare per noi, il “patto sociale” è alla base della fiducia verso il Partito, che ha permesso alla Cina di diventare l’attuale potenza economica, tecnologica, sociale e geopolitica mondiale.

Verso il XX Congresso del Partito

Ma quando la leadership cinese si avvicina a un anniversario importante come il Congresso del Partito, si discute sulla continuità che un presidente ha avuto con suoi i predecessori. La guida forte e determinata dall’attuale presidente Xi Jinping garantisce – al momento – la tenuta del Partito nonostante i tumulti esterni, come la guerra in Ucraina, e difficoltà interne, come la disastrosa gestione del lockdown in alcune città cinesi dove si è registrata una recrudescenza di casi di Covid-19.

Il presidente Xi ha fatto della strategia “Zero Covid” una politica di bandiera che, difficilmente, verrà messa in discussione. Nella sua difficoltà, Pechino non abbandona quell'atteggiamento tipicamente cinese di non perdere la faccia e, quindi, la credibilità internazionale. Il concetto di mianzi (largamente inteso come reputazione), non è fondamentale solo nella società cinese, ma anche nelle relazioni internazionali della Cina. Pechino ha infatti elogiato in più occasioni l’efficacia della politica Zero Covid mentre il mondo si chiudeva a riccio per combattere la diffusione del virus. E così sui media statali, come sui social network, è prevalso l’imperativo – attraverso la censura - di non mettere in dubbia la politica promossa e difesa da Xi.

E questo nonostante i cittadini di Shanghai stiano affrontando da almeno cinque settimane serie difficoltà nell’approvigionamento di cibo e medicinali e siano obbligati a entrare in un Covid center in attesa di negativizzarsi dal virus.

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E questo è divenuto evidente soprattutto con l’avvicinarsi del XX Congresso del Partito Cinese – fissato il prossimo autunno, che vedrà con ogni probabilità la conferma per un terzo mandato di Xi. Una possibilità che il presidente cinese si è assicurato con la votazione nel XIX Congresso nel 2018, quando quasi la totalità dei 3000 membri ha votato a favore dell’emendamento alla Costituzione proposto dallo stesso Xi, secondo il quale l’incarico del Presidente, e del vice-Presidente, non sarà più limitato a due mandati.

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In un solo colpo è stato cancellato un provvedimento introdotto nel 1982 da Deng Xiaoping, successore di Mao Zedong. Il limite del doppio mandato aveva lo scopo di impedire il ripetersi dell’accentramento di potere verificatosi durante i tempi di Mao, caratterizzati dal culto della personalità e dallo studio del pensiero del leader cinese.

Il "libretto rosso" di Xi

La continuità dell’attuale presidente cinese con il padre della Rivoluzione Culturale, Mao, si esprime anche nella decisione autocratica di introdurre il “pensiero di Xi Jinping” nei programmi scolastici e universitari. E diversi sono gli esempi di espressioni di lealtà che si sono intensificati in vista del Congresso nazionale. Xi Jinping il 22 aprile ha ricevuto all’unanimità la nomina a delegato della provincia del Guangxi per il XX Congresso. Nella regione autonoma affacciata sul Mar cinese meridionale e confinante con il Vietnam il voto è stato accolto con un entusiasmo che rievoca i momenti dell’epoca maoista.

A favore di fotocamera i cittadini del Guangxi, a partire dai funzionari locali del Partito, si sono fatti ritrarre durante la lettura di un libretto rosso dal titolo: "Il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era". Sulla scia lasciata dalle "Citazione dalle opere del presidente Mao", che conteneva i discorsi del fondatore della Repubblica popolare cinese diffuse e recitate dai cittadini cinesi tra gli anni 60 e 70 del 900, l’attuale testo mira a diffondere la propaganda politica del presidente Xi per rafforzare il suo ruolo di leader.

Il successo dell’antologia delle citazioni di Mao fu determinato dalla diffusione e ostentazione del testo in qualsiasi contesto: non importava leggerlo e conoscerne i contenuti, ma esibirlo. Le attuali espressioni di obbedienza assomigliano alla "danza della fedeltà" del periodo maoista, quando i ballerini afferravano le copie del “libro rosso” di Mao mentre danzavano a ritmo di musica patriottica. Allora come oggi i cittadini si fanno ritrarre mentre studiano il pensiero di Xi.  

danza della fedeltà maoista-2

La censura di "Voices of April"

Ma non solo sui libri di testo. Il contributo ideologico dell’attuale presidente cinese si deve diffondere sui social network, luogo dove vengono messe in atto misure – draconiane – per difenderlo. In questo contesto propaganda e censura sono legate a doppio filo per garantire la tenuta della stabilità sociale, funzionale al rispetto di quel “patto sociale” siglato a cavallo tra gli anni 80 e 90 del nuovo secolo.

Questo assioma, però, è messo attualmente in discussione a causa della disastrosa gestione deI lockdown di Shanghai, che sta cambiando il modo in cui i cinesi guardano al proprio governo. "Voices of April", un video pubblicato su WeChat la sera del 22 aprile e diventato subito virale (qui una traduzione in italiano realizzata da China Files), ha dato voce a rabbia e paure del popolo di Shanghai, che hanno criticato la strategia zero Covid. La diffusione è stata capillare e ha superato anche i limiti umani e tecnologici imposti dalla macchina censoria cinese.

In "Voices of April", i cittadini cinesi – non solo quelli di Shanghai – è raccolta l’espressione di un malcontento nei confronti di Xi. Immediata la repressione del governo cinese che non ammette la possibilità di criticare la politica voluta dal suo presidente, già pronto a presentarsi al XX Congresso come vincitore della guerra contro il coronavirus.

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