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Giovedì, 18 Aprile 2024
La repressione / Cina

Cosa dicono i "Xinjiang police files" sulla detenzione degli uiguri in Cina

La rivelazione più dura arriva dall’emittente britannica BBC, secondo cui i prigionieri uiguri nello Xinjiang "devono essere fucilati a vista" se tentano di fuggire dai campi di "rieducazione"

All’indomani dell'inizio della visita di Michelle Bachelet in Cina, la prima di un Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 2005, spuntano migliaia di foto e documenti riservati che rivelano l'ampiezza della persecuzione della minoranza islamica e di lingua turcofona degli uiguri nella regione nordoccidentale cinese dello Xinjiang. Un totale di 10 gigabytes di materiale inedito è stato pubblicato oggi 24 maggio da un consorzio di media internazionali che comprende BBC, Usa today, Le Monde, Der Spiegel e l'emittente pubblica tedesca Bayerischer Rundfunk, in un compendium di foto e documenti che prende il nome di Xinjiang police files. Si tratta di documenti hackerati dai server della polizia della regione nordoccidentali e passati al ricercatore tedesco Adrian Zenz che già in passato ha documentato la violazione dei diritti umani nei confronti di uiguri, kazaki e uzbeki, tutte minoranze etniche che risiedono nel Far West cinese.

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Le foto risalgono al 2018 e sono state scattate in uno dei campi di rieducazione di Teques, a ovest di Urumqi, il capoluogo dello Xinjiang: in un "campo di rieducazione" sono entrati almeno 2900 detenuti, tra uiguri, kazaki e uzbeki, costretti all’indottrinamento cinese e al processo di sinizzazione imposto dal governo di Pechino nella regione. Le immagini, pubblicate dai media internazionali, testimoniano il trattamento cruento a cui le minoranze islamiche sono sottoposte dal 2014, nonostante la Cina abbia respinto al mittente – Onu, Usa, Unione Europea e persino Papa Francesco – le accuse di violazioni dei diritti umani e di genocidio. Fra le foto pubblicate c'è un prigioniero costretto sulla "sedia della tigre", usata per gli interrogatori sotto tortura. In altre immagini si vede un uomo con mani e piedi legati e un cappuccio in testa, ma anche un prigioniero con segni di violenza sul petto e la schiena. E infine immagini di poliziotti in tenuta antisommossa che brandiscono manganelli davanti gli occhi di detenuti spaventati.

La rivelazione più dura arriva dall’emittente britannica BBC, secondo cui i prigionieri uiguri nella regione cinese dello Xinjiang "devono essere fucilati a vista" se tentano di fuggire dai campi di "rieducazione" dove, secondo gli attivisti dei diritti umani, è detenuto in modo arbitrario e senza processi giudiziari almeno un milione di persone. Secondo quanto riporta la BBC, le foto sarebbero reali e frutto del riconoscimento facciale, mentre dai fascicoli ufficiali della polizia è emerso un protocollo interno che "descrive l'uso di routine di ufficiali armati in tutte le aree dei campi, il posizionamento di mitragliatrici e fucili di precisione nelle torri di guardia e l'esistenza di una politica di sparatorie per chi cerca di scappare".

Chi sono gli uiguri?

Chi finisce in questi centri di “rieducazione”? Secondo le testimonianze fotografiche pubblicate dai media internazionali, il più giovane recluso ha solo 15 anni e il più anziano 73. Si tratta di uomini e donne, compresi bambini, che sono stati confinati nelle strutture a causa della loro religione. Stando a quanto denunciato in più occasioni dalle Nazioni Unite, oltre un milione di uiguri e persone appartenenti ad altre minoranze turcofone sono detenute arbitrariamente nei centri dello Xinjiang. Si tratta di prigioni a cielo aperto dove i carcerati ogni giorno si alzano intonando l’inno nazionale cinese, imparano la lingua cinese e promettono fedeltà al Partito Comunista.

Ma la violazione dei diritti umani si esplica con i lavori forzati (soprattutto per la raccolta del cotone, la lavorazione dei pomodori che arrivano anche sulle tavole italiane, e la produzione di componenti di pannelli solari) e sterilizzazioni di massa.

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I detenuti sono colpevoli di terrorismo religioso. Chi pratica il ramadan, indossa lo hijab, legge il Corano o ha atteggiamenti che rientrano nei “75 indicatori comportamentali di estremismo religioso” (come avere la barba lunga o astenersi dal bere alcol e fumare), ha molta probabilità di finire nei campi, senza ottenere una protezione. Il pretesto che ha dato il via a questa campagna di torture ai danni degli uiguri sono stati gli attentati terroristici che dal 2008 hanno colpito lo Xinjiang e diverse altre città della Cina, rivendicati dagli estremisti musulmani del Movimento Islamico del Turkistan Orientale (Etim), un gruppo terrorista di matrice islamica.

Il governo centrale ha attivato una macchina perniciosa per riconoscere tra i cittadini uiguri elementi  che possono minare la stabilità interna. Come raccontato da un rapporto shock della Human Rights Watch (Hrw), basato su un leak ottenuto nel 2018, Pechino utilizza tecnologie di ultima generazione, come big data, crediti sociali e polizia predittiva, per identificare gli uiguri da internare nei centri di rieducazione della regione cinese dello Xinjiang. Le minoranze etniche sono prese di mira dal governo centrale di Pechino perché rappresentano l’incarnazione di una indipendenza regionale e un movimento da anni ostile al potere centrale e alla penetrazione degli han, la maggioranza dei cinesi. Per questo, il Partito comunista cinese, da quando Xi Jinping è diventato presidente, vuole eliminare ogni moto che possa compromettere la stabilità sociale, economica e politica nel Paese.

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Il peso della visita di Bachelet

La visita dell’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani è al centro delle polemiche delle organizzazioni non governative. Secondo l’agenda ufficiale, Bachelet interverrà all’Università di Guangzhou, visiterà un centro di detenzione nello Xinjiang e incontrerà i funzionari della regione nordoccidentale cinese. Il tutto in totale “autonomia”, senza però essere seguita da una squadra di giornalisti internazionali, a cui è ormai impedito l’accesso nello Xinjiang. Era dal 2018 che l’Onu voleva entrare nella regione scomoda per Pechino. Solo adesso, però, Bachelet può fare luce nei prossimi sei giorni su quanto sta accadendo nello Xinjiang. E lo farà, rimanendo all’interno della “bolla anti-covid”, probabilmente una scelta di Pechino per evitare che Bachelet conosca la reale condizione degli uiguri.

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L’Alto Commissario ha chiarito però che non si tratta di un’”indagine”, ma di una visita per promuovere il rispetto dei diritti umani in Cina. Le autorità cinesi sostengono di non avere nulla da "nascondere" a Bachelet, dal momento che “è impossibile simulare una situazione stabile e pacifica nello Xinjiang”. Tradotto: non è in corso alcun genocidio in Xinjiang dove c’è, secondo la propaganda di Pechino, “una società prospera, con un'economia fiorente, dove la gente vive e lavora in pace e felicità”.

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, invece, spera che la visita dell'Alto Commissario possa "chiarire la disinformazione" sul suo Paese. Nonostante le rassicurazioni, non si placano le polemiche sul viaggio di Bechelet in Cina. Molte organizzazioni non governative temono che il tour dell’Alto Commissario possa promuovere la propaganda cinese sullo Xinjiang. Il ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock, riprendendo le informazioni shock contenute nei Xinjiang Police Files, ha chiesto oggi al suo omologo cinese Wang spiegazioni trasparenti rispetto alle accuse di persecuzione e internamento di massa di persone della regione dello Xinjiang. Appelli che finiranno ancora nel vuoto. E la verità sulle minoranze etniche nello Xinjiang continuerà a essere coperta da Pechino.

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