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Domenica, 14 Aprile 2024
tentativi di riavvicinamento

Seul e Tokyo, la fine di una lite che piaceva tanto alla Cina

Il conservatore Yoon è atterrato nella capitale nipponica per proporre al liberale Kishida un fronte unito su commercio e sicurezza, spinto dal cambiamento geopolitico nella regione asiatica

"La Cina conta sul fatto che Giappone e Corea del Sud si odiano a vicenda". Ma ora il gigante asiatico deve ricredersi sulle relazioni tra i principali alleati degli Stati Uniti in Asia orientale, confermando l'analisi di Victor Cha, ex direttore per gli affari asiatici del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca. La Cina non ha potuto fare a meno di osservare quanto accaduto durante la prima trasferta in 12 anni di un presidente sudcoreano a Tokyo per incontrare il premier nipponico. Perché quello andato in scena oggi 16 marzo è stato il primo faccia a faccia tra il sudcoreano Yoon Suk-yeol e il giapponese Fumio Kishida, dopo anni di tensioni alimentate dalle divergenze sulla memoria storica riguardanti l'occupazione coloniale della penisola coreana, e le controversie sui risarcimenti per i crimini di guerra commessi dall'esercito imperiale giapponese.

Il conservatore Yoon è atterrato nella capitale nipponica per proporre al liberale Kishida un fronte unito su commercio e sicurezza, spinto dal cambiamento geopolitico nella regione asiatica: le sfide poste dalla Cina e le continue minacce nucleari della Corea del Nord (l'ultimo lancio di un missile balistico intercontinentale è avvenuto poche ore prima che i leader dei due paesi si incontrassero a Tokyo).

Il presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol e il premier giapponese Fumio Kishida (Fonte: LaPresse)

Il peso del passato coloniale

Da quando è entrato in carica lo scorso anno, il presidente sudcoreano Yoon si è mosso per cercare un'intesa con il Giappone. Obiettivo: rinsaldare un rapporto che negli ultimi anni ha toccato il punto più basso a causa di una disputa di lunghissima data sul risarcimento dei sudcoreani che, durante l'occupazione giapponese della penisola coreana (1910-1945), furono costretti a lavorare nelle fabbriche giapponesi. La svolta è però arrivata la scorsa settimana, quando il ministro degli Esteri sudcoreano Park Jin ha presentato un nuovo piano per risolvere un litigio di lunga data. La soluzione pensata da Seul è semplice quanto controversa: a pagare i risarcimenti alla Fondazione per le vittime della mobilitazione forzata del Giappone imperiale non saranno le aziende giapponesi, ma le società sudcoreane (su base volontaria) che godono ancora dei benefici del trattato del 1965, secondo il quale il Giappone contribuì allo sviluppo del settore privato sudcoreano con milioni di dollari.

Ma la disputa tra i due paesi si è riaperta nel 2018, con una sentenza emessa dalla Corte suprema di Seul che aveva condannato due colossi giapponesi (Mitsubishi Heavy Industries e Nippon Steel) a risarcire le vittime sudcoreane costrette ai lavori forzati nelle loro aziende durante l'epoca coloniale. Le due società non accolsero la decisione dell'alta corte sudcoreana, spingendo all'apertura di un contenzioso commerciale tra Seul e Tokyo: quando il governo sudcoreano minacciò l'esproprio degli asset delle due aziende dal paese, l'esecutivo giapponese avviò una pesante controffensiva commerciale. L'allora governo giapponese guidato da Shinzo Abe decise di rimuovere la Corea del Sud dalla lista dei paesi privilegiati con cui intrattenere rapporti commerciali e di introdurre nuovi limiti all’export di alcune componenti chimiche indispensabili alla fabbricazione di microchip. In questo modo Tokyo colpì uno dei settori di punta dell’economia sudcoreana.

Nonostante i tentativi, tra Giappone e Corea del Sud rimane aperta la questione coloniale, specialmente sul caso delle "donne di conforto", le ragazze costrette a prostituirsi nei bordelli militari giapponesi durante l'epoca coloniale. Dopo anni di litigi, nel 2015 Tokyo e Seul giunsero a un accordo, considerato "finale e irreversibile". L'ex premier Abe (assassinato lo scorso luglio) si scusò per la prima volta per i reati commessi dall'esercito imperiale giapponese e accettò di versare circa 9 milioni di dollari in un fondo di compensazione per le vittime. Ma l'accordo non accontentò tutti: su spinta delle donne vittime di sfruttamento sessuale, la Corte distrettuale di Seul ha stabilito nel 2021 che il governo giapponese risarcisse con una somma pari a 75mila euro dodici donne di conforto, cinque ancora vive e le famiglie di altre sette decedute. Ma Tokyo non ha accolto la sentenza, considerando la disputa conclusa con l'accordo del 2015 e rifiutando di cadere sotto la giurisdizione di una corte di un altro paese.

Gli accordi e le risoluzioni siglate tra Tokyo e Seul hanno alimentato anche le critiche delle associazioni di ex lavoratori forzati e dall’opposizione politica in Corea del Sud, che puntano il dito contro il governo sudcoreano per essersi arreso diplomaticamente al Giappone. 

Fine di un litigio storico? 

Ed è a causa di questo teso contesto diplomatico che la visita di Yoon a Tokyo viene comunque interpretata come un ravvicinamento tra due paesi. E ciò avviene attraverso uno scambio di concessioni. Il Giappone cancellerà le restrizioni sulle esportazioni di apparecchiature per la produzione di microchip (anche se non ha precisato da quando questo provvedimento entrerà in vigore), mentre Seul ha confermato che ritirerà la denuncia all'Organizzazione mondiale del commercio contro i limiti all'export giapponese. Il premier giapponese e il presidente sudcoreano si sono accordati su una ripresa delle reciproche visite nei due paesi, e in modo più frequente: quella che in gergo colloquiale è stata definita dai media il nuovo avvio della "shuttle diplomacy". In questo contesto potrebbe rientrare il probabile invito di Yoon a partecipare al vertice del G7, che si terrà nella città giapponese di Hiroshima il prossimo maggio.  

Questo potrebbe essere quindi il momento decisivo per entrambi i paesi a mantenere attivo e conciliante il dialogo. La guerra in Ucraina, che causa carenze energetiche e problemi alla catena di approvvigionamento, le crescenti ambizioni della Cina e i test missilistici della Corea del Nord, che minacciano di alterare l'equilibrio di potere in Asia, spingono le due potenze a smettere di litigare. O se non altro, provarci.

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