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Domenica, 21 Aprile 2024
Un Paese lacerato / Ucraina

Zelensky sfratta i monaci ortodossi ancora legati alla chiesa russa

Centinaia di abitanti del Monastero delle Grotte di Kiev dovranno lasciare il luogo sacro che non ha accettato la scissione da Mosca, perché ritenuti possibili fiancheggiatori dell'esercito di Putin

La aspre divisioni causate tra russi e ucraini a causa dell'invasione ordinata da Vladimir Putin hanno investito anche i membri della religione ortodossa, con quelli ancora fedeli alla chiesa russa che sono stati cacciati dalle loro abitazioni nel principale luogo sacro di Kiev, sospettati di essere dei fiancheggiatori di Mosca.

Il Pechersk Lavra è un complesso di monasteri rupestri ortodossi che si trova nel cuore di Kiev. La sua storia risale al secolo XI, quando monaci e missionari ottennero il permesso di stabilirsi nelle grotte lungo le rive del fiume Dnipro dai governanti dell'allora Rus' di Kiev, una dinastia monarchica discendente dai Vichinghi. Da allora pian piano sono state costruite chiese, dormitori, scuole ed altri edifici religiosi per ospitare la comunità dei credenti in crescita, edifici che furono distrutti e ricostruite nelle varie guerre che sono scoppiate nella regione, e che hanno infine assunto la loro attuale forma barocca nel XVII e XVIII secolo. Adesso nel Pechersk Lavra, anche conosciuto come Monastero delle Grotte, vivono circa mille abitanti, tra monaci, novizi e teologi e fedeli della chiesa ortodossa russa che però dovranno abbandonare i suoi edifici, essendo stati sfrattati dal governo di Volodymyr Zelensky.

Per oltre 400 anni, l'unica chiesa ortodossa in Ucraina riconosciuta da Costantinopoli è stata la Chiesa ortodossa ucraina, allineata con il Patriarca di Mosca, sotto la cui autorità si trovava dal 1686. Ma dallo scoppio delle proteste del Maidan nel 2014, una parte dei prelati ha cominciato ad appoggiare i manifestanti che chiedevano le dimissioni del presidente filorusso Viktor Yanukovych, che alla fine fu costretto a lasciare il Paese. Nel 2019, dopo anni di pressioni, il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, la principale autorità per i 300 milioni di fedeli ortodossi nel mondo (una sorta di papa), ha concesso all'Ucraina il diritto all'indipendenza. È nata allora la Chiesa ortodossa di Ucraina, separata dalla Chiesa ortodossa ucraina, ancora legata al patriarca di Mosca. Il metropolita di Kiev di quest'ultima, Onufriy, condannò la divisione affermando che la sua chiesa era l'unica autentica in Ucraina, definendo gli altri scismatici.

Centinaia di parrocchie della nazione votarono per il passaggio, ma altre migliaia rimasero al Patriarca di Mosca, e così i principali siti storici in Ucraina, luogo di nascita dell'ortodossia dell'Europa orientale, sono ora controllati da sacerdoti di diverse affiliazioni. Con la crisi tra Russia e Ucraina che si è fatta sempre più intensa nel corso degli anni, dopo l'annessione della Crimea prima e soprattutto l'invasione su larga scala poi, sempre più fedeli hanno deciso di appoggiare la separazione: più di 1.236 comunità religiose e monasteri hanno ormai annunciato il passaggio dalla Chiesa ortodossa ucraina (Patriarcato di Mosca) alla Chiesa ortodossa dell'Ucraina. Solo il 4% circa dei fedeli ortodossi ora si identifica con il Patriarcato di Mosca, secondo uno studio del think tank dell'Istituto internazionale di sociologia di Kiev. Tra questi i monaci e sacerdoti del Pechersk Lavra, che però ora dovranno lasciare il Monastero.

Le espulsioni tecnicamente sono motivate dalla risoluzione di un accordo di 10 anni sull'uso gratuito di edifici religiosi che il monastero ha firmato nel 2013 con il governo, che accusa gli occupanti di irregolarità. Gli edifici sono infatti di proprietà pubblica da quanto, ai tempi dell'Unione Sovietica, nel 1961 Nikita Krushchev, allora leader del Partito Comunista, cacciò i monaci e trasformò il sito in un museo, cosa che parzialmente rimane ancora oggi. In realtà la scelta di cacciare i monaci è esclusivamente politica, in quanto sono sospettati di collaborare con gli invasori, nonostante già nel maggio scorso il metropolita Onufriy abbia condannato pubblicamente l'invasione, e abbia preso le distanze dal patriarca di Mosca, Kirill, che è un sostenitore dell'invasione e alleato di Putin. I servizi di sicurezza ucraini hanno dato via a circa 60 procedimenti penali contro religiosi filo-russi del Patriarcato di Mosca, molti dei quali sono sospettati di collaborazione con l'esercito invasore. Anche il Pechersk Lavr è stato oggetto di perquisizioni da parte dei militari.

"Solo pochi sacerdoti hanno effettivamente collaborato. Non è giusto dare la colpa a tutta la chiesa. C'erano anche collaboratori tra gli stessi servizi di sicurezza e altri organi pubblici, ma il governo ha scelto di attaccare la chiesa”, ha denunciato l'arcivescovo Iona. Ma il ministro della Cultura ucraino, Oleksandr Tkachenko, ha ordinato da tempo ai monaci della Chiesa ortodossa ucraina di abbandonare tutti i locali della Lavra, e oggi è l'ultimo giorno per farlo. Molti hanno lasciato già gli edifici, altri sono pronti a resistere, seppur in maniera pacifica. Tkachenko ha detto che se i monaci vogliono restare, devono solo trasferire la loro fedeltà alla Chiesa ortodossa dell'Ucraina, a cui ora sarà affidato il Monastero.

Il 78enne metropolita Onufriy ha lanciato diversi appelli al presidente Zelensky affinché fermi lo sgombero. "Abbiamo inviato lettere al governo, ma non abbiamo ricevuto risposta", ha detto al Times, spiegando di non aver dato indicazioni ai fedeli sul se devono arrendersi o resistere. "Ognuno prenderà la propria decisione, ma senza violenza", ha detto.

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