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Giovedì, 23 Maggio 2024
Lo studio

In Europa la metà delle batterie per auto è a rischio

Secondo un'analisi di T&E, gli investimenti programmati per le nuove gigafactory sono al palo. In Italia, la capacità produttiva entro il 2030 potrebbe essere un quarto di quella ungherese

La corsa dell'Europa ad aumentare la produzione casalinga di batterie per auto elettriche e ridurre il più possibile la dipendenza dalla Cina è più che in salita. Oltre la metà degli investimenti programmati nell'Unione europea da qui al 2030 rischiano di subire ritardi, ridimensionamenti o peggio di venire cancellati. Come già successo con il progetto italiano di ItalVolt. È quanto denuncia in un'analisi la ong Transport & Environment (T&E), organizzazione impegnata nella promozione della mobilità sostenibile e della sicurezza stradale.

Secondo i progetti annunciati finora nei vari Paesi per la costruzione delle gigafactory (le grandi fabbriche di batterie agli ioni di litio), entro il 2030 l'Europa potrebbe raggiungere una capacità di produzione pari a 1,7 TWh, rendendosi meno dipendente dalla Cina e tenendo testa alla concorrenza degli Stati Uniti. Ma il 45% di questi investimenti sono oggi a rischio medio, e l'8% potrebbero venire ritirati, segnala T&E. Secondo l'ong, l'Ue "ha tutto il potenziale per rendersi autosufficiente nella produzione di celle dal 2026 e potrebbe produrre più della metà (56%) della sua domanda di catodi (i componenti più preziosi della batteria) entro il 2030, ma sono solo due gli impianti che, a oggi, li producono", si legge in una nota di T&E.

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Entro la fine di questo decennio, prosegue l'ong, l'Europa "potrebbe anche soddisfare tutto il suo fabbisogno di litio raffinato e assicurarsi tra l'8% e il 27% dei minerali per batterie grazie al riciclo". Ma "gli impianti di raffinazione del litio e quelli di riciclo hanno bisogno del sostegno finanziario tanto dell'Ue quanto degli Stati Membri, così da poter incrementare rapidamente la produzione". Ed è qui, nell'incertezza sugli investimenti pubblici da parte di Bruxelles e delle principali capitali europee che sta il nodo centrale della "sovranità" delle batterie. 

Quest'anno, la spinta maggiore allo sviluppo del settore è arrivata da Francia, Germania e Ungheria. In Francia, Acc ha avviato la produzione a Pas-de-Calais, mentre i lavori per l'impianto di Verkor a Dunkirk stanno procedendo in modo incoraggiante grazie ai sussidi governativi. Un ragionamento che vale per la fabbrica di Northvolt a Schleswig-Holstein, in Germania.

La capacità produttiva di batterie nei Paesi europei secondo gli investimenti annunciati, fonte T&E-2

Berlino prevede di ottenere una capacità produttiva di oltre 350 GWh entro il 2030, seguita dall'Ungheria con poco più di 200 GWh, Spagna (quasi 200) e Francia (intorno a 180). L'Italia resta indietro rispetto ai grandi Paesi Ue (oltre che a Budapest) con una capacità stimata di 48 GWh grazie agli impianti di Teverola (Faam, già operativa) e Termoli (Acc, in via di realizzazione). Secondo T&E, l'aspetto positivo della situazione italiana è che gli investimenti annunciati finora dovrebbero arrivare in porto entro la fine del decennio. Diverso invece il discorso per i leader attuali della corsa alle batterie, in particolare la Germania, la Spagna e l'Ungheria, dove quasi la metà dei progetti vive nell'incertezza.

Per superare questi rischi, sostiene  Carlo Tritto di T&E, "l'Ue deve fugare ogni incertezza sull'abbandono dei motori endotermici e fissare un obiettivo di elettrificazione del 100% delle flotte aziendali che possa assicurare un mercato alle batterie made in EU". Per Tritto, "le stesse considerazioni valgono per il nostro Paese, in cui il mercato dell'auto elettrica, a causa di nuovi incentivi annunciati da mesi e ancora non pervenuti, è in contrazione persino rispetto ai modesti volumi del 2023. Eppure l’Italia, con il più alto tasso di motorizzazione in Europa e uno dei parchi circolanti più vecchi, inquinanti e insicuri, necessita più di ogni altro stato membro un netto cambio di marcia. Anche per sostenere la produzione e tutelare l’occupazione", conclude.


 

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