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Giovedì, 18 Aprile 2024

Fascismo e perdono

Fabrizio Gatti

Direttore editoriale per gli approfondimenti

Perché Ignazio La Russa è un pericolo per Giorgia Meloni

Giorgia Meloni, per i noti precedenti politici, ha superato con qualche critica uno dei suoi primi esami da capo del governo: il Giorno della Memoria che ogni anno, il 27 gennaio, commemora in tutto il mondo le vittime dell'Olocausto. I critici osservano che la premier, nel messaggio ufficiale, ha sì citato “il deliberato piano nazista di persecuzione e sterminio del popolo ebraico” – sono parole sue – e il “male che ha toccato in profondità anche la nostra nazione, con l'infamia delle leggi razziali del 1938”: ma l'accusano di non aver ricordato che quel male e quel piano erano voluti e condivisi dal fascismo che dominava in Italia. Così la polemica ha oscurato le dichiarazioni del presidente del Senato, Ignazio La Russa, che invece avrebbero meritato più attenzione. Perché rivelano un contesto culturale che, all'estero e in particolare in Europa e negli Stati Uniti, potrebbe danneggiare l'immagine del governo italiano e di tutto il nostro Paese.

Il fondatore di Fratelli d'Italia, in una breve intervista al podcast Polis dell'agenzia Ansa, parla infatti della sua proposta di scegliere un'ulteriore giornata per ricordare “la drammatica e terribile istituzione delle leggi razziali”. E, verso la conclusione, dice testualmente: “Io credo che, se si vuole, sia giusto ricordare che l'Italia ha da farsi perdonare, e ce l'ha il regime fascista, la promulgazione di quelle leggi odiose che furono le leggi razziali”.

I discepoli di Mussolini

Messa così sembra che la complicità del regime di Benito Mussolini al genocidio di ebrei, rom e altre minoranze sia un errore storicamente perdonabile. E che magari, una volta ammesse le responsabilità di fronte alla Shoah, i discepoli del fascismo di allora e di oggi potrebbero essere tranquillamente accolti nella società: cioè che, senza le leggi razziali, il Partito nazionale fascista sarebbe comunque stato un partito come tutti gli altri. Come se potesse esistere una sorta di fascismo democratico.

Il presidente del Senato, seconda carica più importante dopo il capo dello Stato, non ha mai rinnegato l'osservanza della sua famiglia. Dal padre, tra i fondatori del Movimento sociale italiano, alle sue rivendicazioni più recenti quando, a fine 2022 poco prima di Capodanno, dice al Corriere della Sera: “Io rispetto le leggi, i valori costituzionali, in aula sono imparziale e super partes. Ho le mie idee. Non le rinnego. E ho il diritto di celebrare la figura di mio padre, con orgoglio e senso di appartenenza ad un partito dove, a lungo, ho militato anch'io”.

Siamo tutti testimoni

Se contassimo gli ex stalinisti passati per il Parlamento ed entrati anche in qualche governo di centrosinistra, faremmo forse pari e patta. Ma non è questo il punto. L'errore in cui cade La Russa è considerare ancora oggi il fascismo al di sopra dei suoi crimini. Il presidente del Senato forse dimentica che il peccato di cui farsi perdonare, con l'eventuale istituzione di una giornata in ricordo delle leggi razziali, non è ciò che il regime di Mussolini ha commesso, ma proprio l'essenza fascista di quel regime: dispotico, violento, repressivo contro minoranze e oppositori. Date quelle premesse, le leggi razziali sono una delle inevitabili conseguenze. Il peccato contro l'umanità è infatti il fascismo in sé e, proprio per questo, è imperdonabile. Così come lo sono il nazismo e lo stalinismo.

Giorgia Meloni ha da poco superato i cento giorni a Palazzo Chigi ed è ancora sotto osservazione speciale da parte della comunità internazionale. Anche a causa del suo passato politico. Ecco perché le dichiarazioni di Ignazio La Russa potrebbero essere pericolose per la reputazione del governo. “Mi ricordo qualche giorno prima del 27 gennaio – ha raccontato davanti agli studenti di un liceo scientifico a Roma, Sami Modiano, 92 anni, sopravvissuto al campo di sterminio di Aushwitz-Birkenau e testimone dell'Olocausto italiano –. Ho dovuto fare la marcia della morte, come hanno fatto molti. Ero un ragazzo di 14 anni... E poi, come ho detto sempre, sono uscito vivo, ma sono uscito vivo chiedendomi il perché. E, grazie a Dio, dopo tanti anni, ho capito che dovevo essere un testimone per raccontare quello che è stato”. Quando la generazione che ha vissuto l'orrore non sarà più con noi, toccherà a chi rimane testimoniare. E la differenza tra una destra post-fascista e una destra moderna e democratica parte proprio da qui. Altro che perdono.

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