rotate-mobile
Giovedì, 29 Febbraio 2024

Charlotte Matteini

Opinionista

In Italia 300mila bambini costretti a lavorare. A qualcuno interessa?

In Italia, si stima ci siano 336.000 minorenni tra i 7 e i 15 anni che lavorano, nonostante nel nostro Paese esista il reato di sfruttamento minorile ormai da decenni. Un fenomeno allarmante quello che viene rilevato dalla recente indagine “Non è un gioco” realizzata da Save The Children, diffusa a dieci anni dall’ultima analisi sempre condotta dalla Ong, le cui proporzioni sembrano essere ben peggiorate rispetto al recente passato. A contribuire a render ancor più fosco il quadro generale è anche un altro elemento: Save the Children da anni indaga su questo fenomeno - potenzialmente sottostimato - senza poter contare su dati e strumenti forniti dalle autorità, perché in Italia ancora oggi, nel 2023, non esiste una rilevazione sistematica in grado di definirne chiaramente i contorni. In sostanza, lo Stato non ha realmente il polso della situazione rispetto a un fenomeno che rischia di compromettere le vite di bambini e adolescenti sin dalla più tenera età, soprattutto in un Paese dove l’ascensore sociale è ormai rotto da tempo.  

Conseguenza del lavoro minorile è infatti l’aumento della dispersione scolastica e dalle indagini condotte da Save The Children emerge chiaramente che l’incidenza del fenomeno è particolarmente legata anche al livello di istruzione dei genitori: la percentuale di genitori senza alcun titolo di studio o con la licenza elementare o media è significativamente più alta tra gli adolescenti che hanno avuto esperienze di lavoro. Anche in questo caso, traducendo in parole povere, significa che in questo Paese la povertà e l’esclusione si trasmettono per via intergenerazionale. Altro che “se vuoi, puoi” come amano ripetere i fautori di una meritocrazia cieca che non tiene conto dei diversi fattori di partenza che hanno a disposizione individui diversi, che crescono in posti diversi, ricevono educazioni diverse e in molti casi non hanno la stessa opportunità di poter coltivare i propri talenti visto che, magari, sono spinti ad andare a lavorare da giovanissimi e costretti ad abbandonare la scuola troppo presto. 

La dispersione scolastica

A volte sui giornali e in tv si sentono imprenditori dichiarare che la mancanza di personale in determinati settori potrebbe risolversi abbassando il limite di età che impedisce ai minori di 16 anni di lavorare. È un pensiero purtroppo ancora troppo comune – probabilmente retaggio dei ruggenti anni ’50 e ’60 – che un bambino o un pre-adolescente possano e debbano lavorare, anziché impegnare il loro tempo nello studio o in altre attività decisamente più adatte alla loro età. "Quando ero bambino io, lavoravo per 10mila lire a settimana e non sono morto". Quante volte avete letto commenti simili sui social, soprattutto sotto a quegli articoli che puntano il dito contro i giovani che non hanno voglia di lavorare? Ecco, ciò di cui non tengono conto le persone che ragionano in questa maniera sono i danni che un approccio del genere può generare: i minori forzati a lavorare in maniera continuativa o saltuaria rischiano di compromettere non solo la propria carriera scolastica, ma anche il proprio futuro da adulti. Dai dati si evince infatti che la percentuale di minori bocciata durante la scuola secondaria di I o di II grado è quasi doppia tra chi ha lavorato prima dei 16 anni rispetto a chi non ha mai lavorato e più che doppia è invece la percentuale di minori che hanno interrotto temporaneamente la scuola secondaria di I o II grado, rispetto ai loro coetanei che non hanno lavorato. Tradotto: il lavoro minorile contribuisce ad aumentare la dispersione scolastica, altro fenomeno che in Italia continua a essere fin troppo persistente con un’incidenza pari al 12,7% contro una media Ue del 9,7%. Come se non bastasse, un precedente rapporto di Save The Children datato 2014 poneva in luce un altro dato drammatico: il 66% degli adolescenti coinvolti nel circuito penale aveva svolto attività lavorative prima dei 16 anni.  

Un fenomeno allarmante

Quello dello sfruttamento minorile è un fenomeno allarmante di cui nessuno si sta davvero preoccupando a livello istituzionale e politico. Un convitato di pietra con cui nessuno vuole fare i conti, perché fare i conti significherebbe aumentare significativamente gli investimenti in scuola e istruzione e aumentare i fondi per permettere controlli più capillari nelle attività commerciali per sanzionare chi commette questo reato. Dunque andare contro una buona fetta di elettorato che non lo considera come un problema da risolvere e che considera il lavorare da piccoli come una meravigliosa palestra per la vita che tanto ha forgiato le generazioni precedenti. Insomma, sarebbe come combattere contro i mulini a vento. E nessuno ha l’intenzione di fare la figura del Don Chisciotte.   

Si parla di

In Italia 300mila bambini costretti a lavorare. A qualcuno interessa?

Today è in caricamento