Venerdì, 19 Luglio 2024

La morte dell'ex premier

Fabio Salamida

Giornalista

Ma adesso non partiamo con la beatificazione

Come prevedibile, a poche ore dalla morte di Silvio Berlusconi, è già partito un improbabile processo di beatificazione, una riabilitazione che purtroppo ci porteremo avanti per un bel po’. È una riproposizione, neanche troppo originale, del vecchio adagio “ha fatto anche cose buone”, espressione spesso utilizzata da alcuni nostalgici e da un bel po’ di ignoranti e revisionisti storici per nascondere sotto il tappeto i crimini di Benito Mussolini.

No, Silvio Berlusconi non ha fatto anche cose buone, o almeno non ne ha fatte vestendo i panni dell’imprenditore. Soprattutto, non ne ha fatte vestendo quelli dell’uomo delle istituzioni: che poi nel privato fosse persona estremamente altruista, talvolta vittima di gente ingrata pronta ad approfittare della sua generosità, è fatto risaputo e persino ribadito nero su bianco nei fiumi di carte processuali a lui dedicate. E sarebbe ingiusto e irrispettoso della sua stessa memoria un ipocrita ricordo omertoso e assolutorio da parte di chi - e il sottoscritto è tra questi - in questi decenni ne ha sempre deplorato le gesta.

Un impero economico costruito nella Prima Repubblica

Il Berlusconi imprenditore è quello che grazie a politici conniventi, in particolare all’amico Bettino Craxi, ha concentrato su di sé un impero economico e mediatico che ha condizionato gli usi e i costumi di un intero Paese, indottrinando milioni di italiani alla televendita, allo sguardo volgare sul corpo della donna, al talk show urlato, alla battuta alla Pio e Amedeo, alla semplificazione da bar sport di questioni complesse. Un danno invisibile ma immenso, ormai incastonato nel codice genetico di un popolo reso più chiuso e più provinciale; un danno che paghiamo ogni giorno e che continueremo a pagare per molto tempo. Le sue televisioni sono state e sono il naturale megafono della coalizione di destra-centro da lui forgiata, che vede in Giorgia Meloni e Matteo Salvini una “seconda generazione” più estremista e radicale della prima.

A Silvio Berlusconi si deve il colpo di grazia alla credibilità delle istituzioni, quella credibilità che ancor prima della sua “discesa in campo” era già duramente compromessa dopo le inchieste giudiziarie e le collusioni tra gli uomini che avrebbero dovuto servire lo Stato e le mafie: il 26 gennaio del 1994, il proprietario del secondo gruppo industriale italiano parla al Paese con un videomessaggio a reti unificate (le sue…) annunciando l’occupazione dello spazio politico lasciato orfano da DC e PSI, partiti annientati da Tangentopoli. Imprenditore spregiudicato della “Milano da bere”, amico di quei potenti che che nel 1984 avevano sventato lo smantellamento del suo impero mediatico con due decreti, legalizzando ancor prima della controversa Legge Mammì del 1990 un pericoloso accentramento di concessioni televisive, cammina sulle ceneri della Prima Repubblica presentandosi come il non-politico, il campione che si è “fatto da solo”, l’uomo del fare, il “presidente operaio”: il “Cavaliere” che avrebbe mandato a casa per sempre i cosiddetti politici di professione. L’operazione riuscì: i politici di professione sono oggi una rarità e il livello sempre più infimo dei rappresentanti dei popolo è figlio di una stagione che iniziò con queste parole: “Da imprenditore, da cittadino e ora da cittadino che scende in campo senza nessuna timidezza ma con la determinazione e la serenità che la vita mi ha insegnato, vi dico che è possibile farla finita con una politica di chiacchiere incomprensibili, di stupide baruffe e di politica senza mestiere”. Dall’imprenditore all’uomo qualunque che entra nel Palazzo con una gara di click grazie al Movimento guidato da un comico, il passo è stato breve.

Il partito azienda

Forza Italia, la creatura politica forgiata a sua immagine e somiglianza, si presenta sin da subito come un non-partito, un non-movimento: è il logo su cui mettere la croce se si vuole votare Berlusconi contro i pericolosi comunisti, se si vuole votare Berlusconi per pagare meno tasse, se si vuole votare Berlusconi per condonare un abuso edilizio, se si vuole votare Berlusconi perché è un bell’uomo elegante (eh, già…), se si vuole votare Berlusconi perché “la politica fa schifo” e Berlusconi, appunto, non è un politico. E i milioni di italiani che per un ventennio hanno votato Silvio Berlusconi sono ormai lo zoccolo duro di un elettorato senza sogni ma con tanta rabbia in corpo, seguaci naturali di chi chiama le tasse “pizzo di Stato”. Con lui mezza Italia ha iniziato a votare per simpatia o per egoismo, perché mossa dai più bassi istinti primordiali o per semplice disinteresse verso la cosa pubblica. E chissà perché una parte di quel mondo intellettuale che nel ’68 sognò la rivoluzione, tra le fila di gruppi extraparlamentari come Lotta Continua, avallò e si fece megafono di tutto questo: al netto di tanti scritti autoassolutori, è una di quelle riflessioni che competerà agli storici.

Le ferite

Il suo potere, che si è esteso ben oltre i confini istituzionali, lascia ferite aperte e cicatrici indelebili, come quelle sulla pelle di chi fu torturato nel 2001 durante quelle giornate infami a Genova. Ferite e cicatrici che il suo lento e inesorabile declino non cancelleranno mai. Perché persino il motivo del suo declino, in fondo, mostrò il volto di un Paese ormai degenerato: la caduta di Berlusconi non avvenne per aver trascinato il Paese sull’orlo della bancarotta, per le leggi ad personam sulla giustizia, per i condoni o per le decine di figuracce in ambito internazionale (da quelle corna nella foto di gruppo durante un summit, a quel “La suggerirò per il ruolo di kapò” a Martin Schulz…); il suo consenso crollò per le sue debolezze nella sfera privata, per le “cene eleganti”, per le “olgettine” e per tutte quelle vicende che allontanarono da lui quello stesso elettorato bigotto che oggi ritroviamo sui social a sparare veleno contro immigrati e famiglie arcobaleno mentre pubblica foto di gattini, cagnolini e nipotini. Un pezzo di Italia che ci ricorda ogni giorno che Silvio Berlusconi non ha fatto anche cose buone.

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