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Lunedì, 22 Aprile 2024

Il galateo che torna utile

Donatella Polito

Giornalista

Ma "buon appetito" si può dire, sì o no?

Ma davvero dire "buon appetito" è sbagliato? E perché mai un augurio tanto affabile pronunciato a tavola potrebbe essere considerato inopportuno? Il dubbio coglierà di sorpresa chi ha sempre considerato ovvio dirlo prima di iniziare a mangiare, ma tant'è: "buon appetito non si dice" è una delle regole che svetta tra i pilastri delle maniere cortesi, con buona pace dei perplessi che si approcceranno alla lettura con comprensibile diffidenza. Comprensibile perché nel 2023 può stranire anche solo l'eventualità di una motivazione sottesa a un tale precetto; comprensibile perché pronunciare "buon appetito" davanti a un bel piatto fumante ed essere sicuri che qualcuno risponderà con analoga gentilezza "grazie, altrettanto", è una di quelle piccole grandi sicurezze che spiace anche solo mettere in discussione in questi tempi confusi. 

Perché si dice(va) "buon appetito"? Le origini 

Ma quando è nata l'usanza di dire "buon appetito"? Perché ci sarà stato pure un motivo per cui a qualcuno, un giorno, è balenato lo sghiribizzo di rivolgersi così ai commensali e introdurre la locuzione che oggi è consuetudine tanto diffusa. L'Accademia italiana del galateo toglie la curiosità raccontando come ai tempi dell'aristocrazia la tavola fosse un'occasione per conversare, creare alleanze e sinergie. Il cibo, pertanto, rappresentava solo un complemento del dialogo, una sorta di pretesto utile per raggiungere obiettivi che non erano certo quelli di riempire lo stomaco: la nobiltà non arrivava mai affamata a un incontro formale e sentirsi augurare di avere appetito era considerata più un'offesa che un modo per mettere a proprio agio gli ospiti. Chi, invece, desideroso di cibo lo era per davvero rientrava nella cerchia dei servi e dei contadini, invitati in certi periodi a partecipare a lauti banchetti in piazza da parte dei cosiddetti signori. Maura Sacher nel magazine Egnews spiega: "In tali circostanze è lecito ipotizzare che il maggiorente augurasse al popolino di ben godere del pasto offerto, cosicché l'espressione è rimasta legata al concetto di un favore elargito agli inferiori". Da qui, dunque, la supposta sconvenienza di riproporlo ancora adesso, convinti che si incappi ancora nel retaggio antico di volersi mostrare superiori ai commensali e - a questo punto - anche persuasi che gli stessi commensali siano a conoscenza dell'abitudine all'origine del modo di dire. 

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"Buon appetito" oggi

Ma queste tradizioni secolari sono davvero sufficienti per mettere al bando un'espressione ormai evocativa del piacere di godere di buon cibo insieme a qualcuno? Potrà mai esserci oggi quello che ancora augura "buon appetito" con la sottile intenzione di far valere una propria sedicente superiorità? L'ipotesi, francamente, appare improbabile. Come sempre, le norme che consigliano i criteri della buona creanza andrebbero calate nei contesti e valutate nell'ambito di un'evoluzione sociale che oggi più che mai - fortunatamente - va nella direzione di aggiungere sempre un posto a tavola che, se c'è un amico in più, è pure meglio. Anche se dice "buon appetito", "enjoy your meal", "bon appétit", "guten appetit" e così via.  Ed è da questa prospettiva che andrebbe ascoltato l'augurio che ancora fa stranire qualcuno, come un modo per scacciare l'imbarazzo quando nessuno dei presenti sa se iniziare a mangiare o no; come la sana, semplice e piacevole espressione a cui ricambiare con un grazie o con "buon pranzo" o "buona cena" che rappresentano valide alternative a quello che comunque resta un gesto di gentilezza. E se qualcuno fa notare che "buon appetito" non si dice, lo scortese è lui, a proposito di buone maniere.

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