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Lunedì, 4 Marzo 2024

Contro l'inglese

Fabrizio Gatti

Direttore editoriale per gli approfondimenti

Grazie all'onorevole guarderemo TuTubo e i messaggi su Checcè

Meno male che il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, nato l'anno delle Olimpiadi a Roma e oggi deputato di Fratelli d'Italia, si è accorto che parliamo troppo inglese. E, giustamente, ci vuole sanzionare con centomila euro di multa affinché si possa fare di meglio. Oggi, in Europa, siamo infatti soltanto ventiseiesimi nella conoscenza della lingua straniera, secondo una classifica su trentacinque Stati pubblicata dalla British School. Ma, grazie alla proposta di legge dell'onorevole Rampelli, potremmo perfino progredire e diventare ultimi. Dietro a Bielorussia, Ucraina, Russia e Turchia, gli unici Paesi che per ora ci seguono. La regola per vincere è semplice: basta evitare l'uso, nella nostra vita di tutti i giorni, della lingua di William Shakespeare (scusate, Guglielmo Frullalancia). Così anche l'invadente YouTube sarà finalmente nazionalizzata nella nostrana TuTubo e WhatsApp, che è anche un gioco di parole con what's up, verrà orgogliosamente tradotta in Checcé.

Ancor più audace è stata la decisione del presidente dell'Autorità garante per la protezione dei dati personali, Pasquale Stanzione, 77 anni (foto sotto), che ha deciso di vietare in Italia l'accesso, l'uso e lo studio dell'avveniristica ChatGpt. Cos'è mai ChatGpt? È un modello di chatbot basato su intelligenza artificiale e apprendimento automatico. Ops, come traduciamo chatbot? Onorevole Rampelli, aiuto, lo traduca lei. Comunque, fatta la (proposta di) legge è già stato trovato l'inganno: un nostro connazionale ha inventato PizzaGpt, che promette di essere un clone dell'originale. Ma almeno è molto più allineato alle paturnie linguistiche dei Meloni-boys (spero di non dover pagare multe, ma ragazzi-meloni mi sembrava un pochino trash, volevo dire immondo).

PizzaGpt, il clone italiano

L'inventore del clone scrive anche di essere un software-engineer (ma potremmo mai tradurlo come ingegnere della merce morbida?) che vive all'estero e, appunto, ama la pizza. Nicola Porro, nel suo giornale di bordo sul web (che ignoranza avere usato per anni l'invereconda parola blog), sostiene che la scelta del garante dell'intimità – perché oltraggiare l'integerrimo incarico con l'ambigua oscenità di privacy? – è un danno per l'economia: “Si stima che il mercato globale dell’intelligenza artificiale raggiungerà i 190 miliardi di dollari entro il 2025, con un tasso di crescita annuo composto del 36,6 per cento tra il 2020 e il 2025”.

Il garante per la privacy, Pasquale Stanziione

Ma caro Porro, è giustissimo tirarsi fuori. Lo abbiamo fatto così tante volte in Italia, a cominciare dal defunto polo eco-tecnologico dell'auto ad Arese. Chissà chi se lo ricorda più. E ora che Rampelli minaccia sanzioni, meglio tenersi alla larga da termini eversivi come computer, information technology, account, back up, chip, client, directory, desktop, hard disk, export, royalties, price cap. E perfino l'irriverente Stem che racchiude in un colpo solo gli esotici termini di science, technology, engineering e mathematics. E come tollerare ancora il made in Italy?

Un milione di multa

Già così avrei abbondantemente superato il milione di multa. Poi, tornando alla decisione salvifica che ha messo al bando ChiacchierataGpt (cari onorevoli, è corretto così?), va ammesso che siamo effettivamente una nazione in cui l'intimità è rigorosamente rispettata. Vi chiamano forse a casa o sullo smartphone (accidenti, volevo dire telefono intelligente) a ogni ora del giorno e della sera per proporvi contratti del gas, della luce, del telefono, spacciandosi per ispettori, agenti, verificatori e vostri amici? Mai. Da noi queste cose non succedono. Nessuno in Italia vende dati sotto banco a chicchessia (potrebbe mai il volgare inglese raggiungere la perfezione fonetica della parola chicchessia?). La vera minaccia oggi è ChiacchierataGpt. Oltre, ovviamente, alla lingua internazionale.

Niente sesso con ChatGpt, ama Putin e Mussolini - di Fabrizio Gatti

Bisogna anche sentirsi rassicurati dal fatto che l'onorevole Rampelli non sia l'unico, isolato firmatario della suddetta legge. Ma che abbia trovato altri ventuno arditi come lui, a loro volta certi che – metaforicamente s'intende – sia ormai vicina l'ora delle decisioni irrevocabili: “Onorevoli colleghi! – è testualmente scritto nella proposta di legge – La lingua italiana rappresenta l'identità della nostra Nazione, il nostro elemento unificante e il nostro patrimonio immateriale più antico”.

Il regio decreto del 1933 che ancora oggi impone l'italiano nelle università

Ed ecco l'avveniristico articolo 6: “Negli istituti scolastici di ogni ordine e grado nonché nelle università pubbliche italiane le offerte formative non specificamente rivolte all’apprendimento delle lingue straniere devono essere in lingua italiana”. Cos'è infatti questa pagliacciata esterofila di voler insegnare le materie scientifiche in inglese? Che gli scienziati del Cern di Ginevra imparino finalmente la nostra lingua. Nel frattempo, gli studenti italiani si iscrivano pure alle università private, se credono così di potersi garantire qualche chance in più. La legge, infatti, riguarderebbe soltanto le facoltà pubbliche. E sì, chance si può usare, è francese.

Peccato dover dire, dopo 697 parole in rigoroso italiano (o quasi), che all'onorevole Rampelli sfugga un piccolo dettaglio: quello che chiede, in gran parte esiste già. Qualcuno, insomma, ci ha pensato prima di lui e dei suoi arditi colleghi parlamentari stipendiati da tutti noi. Era giovedì 31 agosto 1933 e Vittorio Emanuele III, per grazia di Dio e per volontà della nazione re d'Italia, firmava il regio decreto numero 1.592 (foto sopra). All'articolo 271 stabiliva questo: “La lingua italiana è la lingua ufficiale dell'insegnamento e degli esami in tutti gli stabilimenti universitari”. Novant'anni dopo è ancora in vigore tanto che nel 2018, dopo una sentenza del Consiglio di Stato, anche il Politecnico di Milano si è dovuto adeguare. È curioso che ben ventidue parlamentari, tra i quali ex esponenti del Fronte della gioventù e del Movimento sociale italiano, non se ne siano accorti. Anche perché, accanto alla firma del re, appare un cognome che ancora oggi a molti ispira nostalgia. Indovinate voi.

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