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Martedì, 23 Aprile 2024

L'editoriale

Maria Cafagna

Editorialista

Nei commenti al post della polizia c’è tutta la solitudine delle donne vittime di violenza

All’indomani del terribile femminicidio di Giulia Cecchettin, l’account ufficiale della Polizia di Stato ha pubblicato un post con alcuni versi di una poesia della scrittrice Cristina Torres: “Se domani sono io, se domani non torno, mamma, distruggi tutto. Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima”. La poesia di Torres era circolata molto sui social anche grazie alle dure parole usate dalla sorella di Giulia, Elena Cecchettin e qualche sprovveduto o qualche sprovveduta social media manager avrà pensato - o avrà eseguito l’ordine - di accodarsi a quel flusso per racimolare qualche like, peccato che questa sventurata scelta comunicativa abbia avuto due effetti.

"Ho detto che mi molestavano, mi avete preso in giro"

Il primo, più evidente e più scontato, è aver fatto fare una brutta figura alla Polizia di Stato che, in un momento del genere avrebbe fatto bene a non “comportarsi" come un account qualsiasi. Il secondo effetto, molto meno prevedibile, è che migliaia di donne hanno lasciato le loro testimonianze sotto quel post: migliaia di storie, migliaia di esperienze terribili, migliaia di racconti agghiaccianti di donne che hanno fatto quello che viene detto loro di fare, denunciare, ma che in tutta risposta hanno ricevuto inviti a fare pace e persino a non sporgere denuncia per non rovinare la vita all’abusante di turno: “Mentre mio padre stava picchiando mia madre - ha scritto un’utente - siete rimasti dietro la porta di casa e non siete mai intervenuti”; Emanuela scrive: “Ma se mi avete presa in giro quando ho detto che mi seguivano e molestavano sotto casa? Mentre piangevo per la paura di scendere con i miei cani per settimane! Mi avete detto di vestirmi da maschio!”; una ragazza scrive che alla sua richiesta d’aiuto le è stato risposto: “Se non ti mette le mani addosso non possiamo fare nulla, neanche richiamarlo”; Alessia racconta: “A me è stato risposto che era solo geloso perché uscivo con un altro mentre mostravo i messaggi minatori che duravano da anni”.

"Se domani non torno", la poesia dopo il delitto di Giulia Cecchettin è virale

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La misoginia pervade anche le istituzioni

All’inizio alcuni commenti sono stati cancellati, ma col tempo ne sono arrivati talmente tanti che è stato impossibile arginare la marea di testimonianze. Scrive oggi Massimo Gramellini sul Corriere: “Di sicuro esisteranno tantissime vittime salvate dalla polizia, e si sa che sui social scrive in prevalenza chi ha qualcosa da ridire e non chi ha qualcuno da ringraziare. Eppure, il quadro che emerge da questa Spoon River delle sopravvissute ci ricorda che, dietro la lista di quelle che hanno perso la vita, ce n’è un’altra ancora più lunga di donne che hanno subìto violenza senza venire assistite e addirittura credute. Nemmeno da chi sarebbe pagato per farlo”. Grazie a quella che Gramellini chiama la Spoon River delle sopravvissute, tutta la stampa italiana si è accorta di un fenomeno che le associazioni e le attiviste denunciano da anni, ovvero la misoginia sistemica che ha come sua espressione più grave e preoccupante il femminicidio, ma che pervade ogni aspetto della società, dal lavoro alle relazioni, dalla cultura allo sport senza risparmiare le istituzioni.

In occasione della giornata internazionale per il contrasto della violenza maschile del 2022, la commissione parlamentare contro il femminicidio ha pubblicato un’indagine che delineava un quadro preoccupante: il 63% delle donne uccise negli anni presi in esame dallo studio (2017 e 2018) non aveva parlato con nessuno della violenza subita e solo il 15% aveva sporto denuncia. Ma il dato più allarmante è che in magistratura solo lo 0,4% ha frequentato corsi di formazione sul tema della violenza di genere e l’80% è donna. A margine della presentazione dello studio, la senatrice Valeria Valente ha dichiarato: «Siamo immersi in stereotipi e pregiudizi così radicati che facciamo fatica a riconoscerli, noi come tutti gli operatori della giustizia. Lo dico dopo che la commissione ha esaminato 2.000 fascicoli, fatto 200 audizioni, 117 sedute, 58 uffici di presidenza, approvato 13 relazioni e la legge sulle statistiche di genere, fondamentale per avere dati certi».

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Il DDL Roccella? Un passo in avanti, ma non stanzia un euro per la formazione di polizia e operatori 

Questi dati ci dicono non solo che le donne faticano a denunciare ma anche che forze dell’ordine e personale giudiziario spesso non hanno la sensibilità e le competenze necessarie per poter raccogliere le loro richieste d’aiuto. Il DDL Roccella rappresenta un piccolo passo in avanti ma non ha stanziato un euro per la formazione di polizia, carabinieri, operatori sanitari e personale giudiziario.

È per questo motivo che Elena Cecchettin ha parlato di “omicidio di Stato” riferendosi al femminicidio di sua sorella. Se è innegabile ormai che Filippo Turetta è stato l’assassino di Giulia è altrettanto innegabile che l’Italia ha voltato le spalle a lei e alle altre donne vittime di violenza: non c’è un aspetto del nostro vivere civile che sia immune dal patriarcato, non c’è ambito che possa dirsi veramente libero dal maschilismo, non c’è uomo che non abbia goduto del privilegio dato dal suo genere in uno Stato che fatica ad accettare e a inglobare nuovi modelli di mascolinità, di famiglia, di relazioni.

Lo dice la cronaca, lo dicono i dati, da oggi lo dicono anche le migliaia di commenti sotto quel post della Polizia di Stato.

Nei commenti al post della polizia c’è tutta la solitudine delle donne vittime di violenza

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