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Sabato, 26 Novembre 2022

Il commento

Antonio Piccirilli

Giornalista

Un consiglio non richiesto al Pd: come diventare un partito di sinistra

Il congresso è alle porte e a sinistra tiene banco l'annoso dibattito sul futuro del Pd. Un partito in crisi, anzi no, "a un bivio" dice quasi all'unisono la classe dirigente dem: perché non è in discussione che il Pd debba ritrovare una sua identità e "aprire una fase nuova" oppure, se volete, "una fase costituente della nuova sinistra", ma per farlo (altra frase molto gettonata) "deve capire innanzitutto chi vuole rappresentare", ripartendo (non c'è bisogno di dirlo) dalle periferie e da quei ceti sociali che troppo spesso ha dimenticato.

D'altra parte una cosa è indubbia ripetono allo sfinimento i dirigenti (ma anche gli attivisti): il Pd ha smarrito da molto tempo la "connessione sentimentale" con la sua gente. Non c'è scelta, dunque: per sopravvivere bisogna cambiare. Sì, ma come? Beh, intanto rimettendo al centro del dibattito "la questione sociale" che però, si badi bene, non può che andare di pari passo con quella ambientale. Tutto si tiene. Di sicuro il Pd dovrebbe "aprirsi alla società civile" e ai "nuovi movimenti che animano la società", magari candidando anche qualche operaio come sembra suggerire Gianni Cuperlo, senza però, fa notare Gualtieri, smettere di dare una prospettiva "a tante forze moderate, civili e produttive che non si riconoscono nelle posizioni estremiste di Meloni e Salvini". 

Ma non è neppure un'idea peregrina quella di ripensare il sistema da capo, a partire dalle sue fondamenta perché, sostiene invece Andrea Orlando, "solo in Italia la discussione sul modello di sviluppo è considerata un tabù" e d'altra parte "è ormai evidente" che "il modello economico attuale va riformato".  

Ebbene, in attesa che questi nodi vengano finalmente sciolti nel congresso prossimo venturo, mi permetto - nel mio piccolo - di fare qualche riflessione terra-terra sugli obiettivi (minimi) che dovrebbe porsi il Pd, ben consapevole che si tratta di ragionamenti fin troppo spiccioli per essere anche solo presi in considerazione a largo del Nazareno. L'idea, forse rivoluzionaria, è quella di iniziare a difendere i redditi bassi non solo a parole, ma coi fatti. 

Perché il Pd difende ancora il superbonus?

Punto uno: il superbonus. Senza voler citare le perplessità (eufemismo) espresse dall'ex premier Draghi, basterà dire che ormai perfino a destra si sono accorti dei limiti di questa misura, peraltro già costata alle casse dello Stato 55 miliardi di euro (circa sei volte il costo annuale del reddito di cittadinanza, solo per dare un'idea). 

Già diversi mesi fa il leghista Giorgetti, attuale ministro dell'Economia, era stato tranchant: "Diamo soldi ai miliardari per ristrutturare le loro quinte case delle vacanze. Ride tutto il mondo". E così ormai la pensano anche Salvini e Meloni. Per il primo "chi ha qualche milione di euro può sistemarsi casa anche da solo", mentre la presidente del consiglio, citando i dati del ministero dell'Economia, ha detto che "il beneficio è andato prevalentemente a favore dei redditi medio alti". 

Un problema, quello di favorire i ricchi, che evidentemente il Pd non si pone oggi e tantomeno si è posto in passato quando ha approvato la misura ai tempi del Conte II. Che vuoi che sia se qualche decina di miliardi viene regalata a chi è già benestante? Ciò che conta, potrebbero arguire dalle parti del Nazareno, è che se le famiglie consumano di meno si riduce anche l'inquinamento. Vero. Se non fosse che grazie al superbonus è stato ristrutturato poco più del 2% del nostro patrimonio edilizio con benefici minimi per l'ambiente. Facendo un calcolo a spanne, per efficientare anche solo la metà degli immobili esistenti in Italia (ragioniamo per assurdo) la spesa supererebbe di slancio i mille miliardi. 

La riforma dell'Irpef e il silenzio dei dem

Punto due: la riforma dell'Irpef. Qualche lettore ricorderà che a beneficiare del restyling delle aliquote, provvedimento varato con la finanziaria del 2022, erano stati soprattutto i contribuenti con redditi lordi superiori a 40mila euro. Letta all'epoca aveva chiesto di "partire dai ceti medio-bassi", ma poi evidentemente deve averci ripensato perché non risulta che il Pd abbia fatto una battaglia per dirottare altrove quelle risorse.

Posto che non è uno scandalo spendere sette miliardi per abbassare le aliquote ai redditi medi (non parliamo certo di nababbi), l'obiezione è la seguente: perché un partito che dovrebbe rappresentare la sinistra non ha scelto invece di farsi rappresentante dei ceti più deboli?

Non volendo essere populisti anticipiamo alcune possibili osservazioni: sì, è vero, i redditi medio-bassi avevano già ricevuto il famoso "bonus Renzi" poi rafforzato da Conte. E sì, è di nuovo vero, l'imposizione fiscale sulle fasce di reddito poi beneficiate dal taglio era, anzi è, piuttosto elevata. Ma ciò non toglie che per un partito di sinistra sarebbe stato ben più logico chiedere (ad esempio) di utilizzare quelle risorse per abbassare il cuneo fiscale a favore dei lavoratori a basso reddito. In altre parole, ciò che vogliamo modestamente suggerire è che il Pd dovrebbe avere il coraggio di fare una scelta di campo: non solo sui diritti o sull'ambiente, ma anche quando si redistribuiscono le risorse. 

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