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Lunedì, 24 Giugno 2024

Il commento

Fabio Salamida

Giornalista

Sulla maternità surrogata serve una legge, non lezioncine

La maternità surrogata o – per essere più corretti – la gestazione per altri (Gpa) è prima di tutto una gigantesca questione etica. Sono un maschio eterosessuale italiano di 43 anni che non ha mai avuto figli e non ha alcuna intenzione di averne in futuro: la premessa è quantomai doverosa, perché la mia lente non può che deformare in qualche modo ciò che osservo e in questo caso un approccio assolutista rischia di essere l’equivalente – pur di segno opposto – delle agghiaccianti prese di posizione dei vari Simone Pillon, Fabio Rampelli, Federico Mollicone; persino di quella della Ministra della Famiglia, Eugenia Roccella, ex radicale che come altri ex radicali è oggi una delle voci più estreme della conservazione, una convinta sostenitrice di un ritorno a un modello di famiglia più simile a quella degli anni Cinquanta che a quella del presente e soprattutto del prossimo futuro.

La tesi dei detrattori

Ogni pensiero su temi etici non può che essere relativo, a meno che ad esprimerlo sia un religioso che blinda le sue certezze con la scorciatoia del dogma. Facciamo un po’ di ordine. La Gpa non riguarda solo le coppie omosessuali: in realtà la maggior parte delle persone che vi ricorrono sono eterosessuali che per vari motivi non possono avere figli. Quando si parla di questa pratica utilizzando l’espressione dispregiativa “utero in affitto”, lo si fa principalmente per discriminare le famiglie “non tradizionali”, per portare avanti l’idea che ciò che natura non permette non può essere accettato per legge. La tesi dei detrattori è che dei ricchi omosessuali, sfidando le leggi della natura, vadano a “comprare” figli all’estero scegliendo il colore degli occhi e dei capelli dei futuri nati; che per farlo sfruttino corpi di donne povere in cambio di soldi. Più che una tesi si tratta di una semplificazione buona per fomentare quelle che Umberto Eco definiva “legioni di imbecilli” contro delle minoranze: in alcuni casi, soprattutto nei Paesi nordici, le donne che portano avanti le gravidanze sono parenti e persino madri delle donne e degli uomini che ricorrono alla pratica; gli ovuli utilizzati per la fecondazione in vitro possono essere della donna che porterà in grembo il feto, della futura genitrice o di una donatrice: insomma, siamo di fronte a una quantità di variabili che spiegano quanto la questione sia complessa e quanto dovrebbe essere oggetto di discussione nei piani alti degli atenei, di tavole rotonde che mettano insieme le voci più autorevoli dell’antropologia, della medicina, della filosofia e persino della psicologia; non delle tavolate dei “bar sport” di tutta Italia, insomma.

Una legge che metta dei limiti

Sulla maternità surrogata serve una legge che ponga dei limiti, che fissi delle “colonne d’Ercole” ma tenga conto di un fatto fondamentale: l’evoluzione scientifica, anch’essa processo naturale, è incredibilmente veloce e persino quello che oggi è il grande fulcro della questione - lo sfruttamento del corpo della donna che porta avanti la gravidanza - potrebbe in un futuro non troppo lontano essere “rimpiazzato” da macchine incubatrici: non è più uno scenario da film di fantascienza, purtroppo. Sono molti i Paesi che oggi vietano la Gpa e l’Italia è tra questi, ma nessuna norma impedisce a un’italiana o a un italiano di andare a praticarla dove non è reato, magari in Portogallo, a due ore di volo; per questo c’è chi vorrebbe renderla “reato universale”: in realtà è un ennesimo slogan ma poco più, perché il diritto internazionale renderebbe impraticabile un’iniziativa in tal senso. Probabilmente l’approccio che andrebbe perseguito è molto simile a quello che - con tutti i suoi limiti - riguarda altre forme di sfruttamento del corpo. Pensiamo, ad esempio, alla prostituzione: c’è una profonda differenza tra le “sex worker” che scelgono liberamente di offrire delle prestazioni nel mondo virtuale o in quello reale e le giovanissime “schiave del sesso” costrette a popolare i marciapiedi delle strade statali o tante case vacanze delle città trasformate in bordelli; donne ridotte a strumenti di piacere di tanti insospettabili padri e nonni di perfette “famiglie tradizionali”. I grandi nodi da sciogliere, in una buona legge che regoli la Gpa, sono quindi essenzialmente due: la lotta alla mercificazione del corpo della donna e quella che con l’avanzamento della scienza potrebbe diventare una pericolosa “selezione della specie”. Di fronte a qualcosa di così titanico, quello che ci si chiede è se l’attuale classe politica sia adeguata ad affrontare la sfida: la risposta purtroppo sembra abbastanza scontata.

La via della discriminazione

Per colmare un vuoto normativo che non sanno colmare, perché probabilmente non hanno gli strumenti culturali necessari, i partiti al Governo hanno scelto la via della propaganda e della discriminazione, andando a colpire la registrazione all’anagrafe di bambini già nati e già inseriti in nuclei familiari esistenti: una scelta che ricalca lo stesso fallimentare approccio già visto sul fronte dei flussi migratori: creare un deterrente fittizio che non risolve nulla ma va a colpire degli esseri umani innocenti. Una politica illuminata, dopo aver normato la Gpa, dovrebbe poi promuovere con forza forme di genitorialità alternative alla procreazione: in un pianeta sovrappopolato in cui ogni 15 secondi un bambino muore per malnutrizione, rendere meno impossibili le adozioni per tutte le famiglie e per i single sarebbe un passo importante: visti i numeri spaventosi verrebbe meno anche l’anacronistico slogan “i bambini hanno bisogno di una mamma e di un papà”, perché i bambini bisognosi sono purtroppo molti di più delle famiglie, tradizionali e non, che potrebbero accoglierli e salvarli. Il problema è che spesso hanno colori che non garbano a chi dovrebbe legiferare in tal senso, ma questa è un’altra storia.

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