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Mercoledì, 1 Febbraio 2023

L'analisi

Mario Seminerio

Auto elettriche, una ricarica di costi

Volge al termine un anno molto accidentato sul cammino della grande trasformazione nella mobilità individuale, quella da veicoli con motore termico all’elettrico. Lo shock energetico causato dall’invasione russa dell’Ucraina pesa molto sulla transizione, aggiungendosi alla presa di coscienza che i minerali da cui ottenere le componenti dei veicoli elettrici, soprattutto le batterie, sono l’altra incognita dell’onerosa equazione.

Il maggior costo dell’elettricità, che non appare transitorio, sta mandando a monte i calcoli di convenienza del passaggio ai veicoli elettrici (EV). Una indagine del Wall Street Journal sulla situazione in Germania fornisce qualche numero sui costi di ricarica. Come noto, quest’ultima può avvenire presso l’abitazione del proprietario (avendone modo), oppure attraverso una rete di stazioni di ricarica, che sono l’infrastruttura imprescindibile per vincere l'”ansia da autonomia” che tende ad avviluppare i possessori di EV. Ovviamente, la caratteristica fondamentale delle stazioni di ricarica deve essere la rapidità dell’operazione, che è un rifornimento e come tale andrebbe svolto in tempi ragionevolmente brevi. In Germania, le stazioni di ricarica rapida di Tesla applicavano a settembre un prezzo di 0,71 euro a kilowattora, dopo parecchie revisioni al rialzo del costo di rifornimento elettrico. Con questo prezzo, calcola il Wall Street Journal, la Tesla Model 3 pagherebbe 18,46 euro a una stazione di ricarica rapida della società di Elon Musk, che le garantisce 100 miglia di autonomia (circa 160 chilometri). Sempre in Germania, una Honda Civic quattro porte con motore a combustione interna, il veicolo equivalente alla Model 3 nella classifica dell’agenzia statunitense di protezione dell’ambiente, costerebbe 18,31 euro di benzina per la stessa percorrenza. Ovviamente i prezzi variano ma la tendenza resta, e la persistenza dei maggiori costi dell’elettricità rispetto al livello ante guerra è destinato a cambiare i calcoli di convenienza. Dati i costi delle ricariche, l’indagine del WSJ evidenzia come già oggi, entro la gamma della stessa casa costruttrice, i modelli tradizionali a motore termico possono arrivare a costare meno dei corrispondenti EV.

Il costo della ricarica domestica resta vantaggioso ma, come detto, aiuta chi effettua viaggi brevi, che non necessitano quindi di soste alle colonnine di ricarica rapida. Ammesso di trovarle, e sempre che la loro introduzione resti economicamente sostenibile per i gestori. Altrimenti, sono guai seri. Soprattutto per i contribuenti. Perché? Un altro commento del WSJ spiega i motivi. La legge dello scorso anno sugli investimenti infrastrutturali, fortemente voluta dall’Amministrazione Biden, stanzia 7,5 miliardi di dollari in sovvenzioni agli stati per espandere la rete delle colonnine di ricarica. L’erogazione avviene sotto condizioni: ad esempio, il Dipartimento dei Trasporti richiede alle amministrazioni statali di costruire stazioni di ricarica ogni 50 miglia sulle autostrade interstatali ed entro un miglio dagli svincoli di uscita. Il problema è che la maggior parte delle reti elettriche statali al momento non reggerebbero il carico aggiuntivo, e richiederanno quindi costosi aggiornamenti di capacità, soprattutto nelle aree rurali. Riguardo quest’ultime, è intuitivo che il loro scarso traffico rischia di rendere antieconomiche le stazioni di ricarica. E in effetti già numerosi stati hanno segnalato al governo federale che in alcune località a basso traffico le colonnine di ricarica, sempre ipotizzando di operare su una rete elettrica dotata della necessaria capacità, potrebbero essere rapidamente abbandonate dai gestori privati, in assenza di un flusso costante di sovvenzioni pubbliche. Avremmo quindi, sulle colonnine di ricarica, aree definibili a “fallimento di mercato”. Quanto alle stazioni di ricarica pubbliche, il rischio è che le amministrazioni statali, spinte dai sussidi federali iniziali, non calcolino gli oneri successivi, relativi al mantenimento in esercizio. Trattandosi di una rivoluzione tecnologica, però, la domanda vera è un’altra: possono davvero tirarsi indietro nella realizzazione della rete di colonnine pubbliche? L’ansia da autonomia degli automobilisti a corto di corrente in zone a basso traffico si acuirebbe considerevolmente, rischiando di arrivare all’agognata colonnina e trovarla guasta e abbandonata anche se regolarmente indicata sulle mappe dei navigatori. La roulette elettrica, in pratica.

Ci sono poi ulteriori colli di bottiglia, legati alle condizioni di erogazione dei fondi pubblici. Ad esempio, i vincoli di “Buy American” nelle componenti delle stazioni di ricarica, che nel breve-medio termine si traducono in insufficiente capacità di offerta dei produttori statunitensi. Oppure le norme che impongono che installatori e manutentori delle stazioni di ricarica siano formati e certificati dall’Electric Vehicle Infrastructure Training Program, supportato dai sindacati. Servirà poi l’affermazione di standard di interoperabilità tra i gestori delle reti di ricarica, analogamente a quanto accade ad esempio per i bancomat nel settore bancario e per il roaming nella telefonia mobile. Un processo non rapidissimo, di solito. Nel 2019 è stato pubblicato un paper dell’Electric Power Research Institute, che compendia e illustra criticità e costi della non standardizzazione.

Da ultimo, ma non per questo meno importante, l’impatto climatico sulle infrastrutture di ricarica e sull’intera tecnologia dei veicoli elettrici e delle loro batterie. Le temperature rigide, anche quelle di un “normale” inverno, aumentano i tempi di ricarica e riducono l’autonomia dei veicoli elettrici. Secondo uno studio, alla temperatura di 32 gradi Fahrenheit (equivalente a zero gradi Celsius), una Tesla Model 3, che in condizioni normali teoriche percorrerebbe 282 miglia con una ricarica completa, scenderebbe a sole 173 miglia di autonomia. A 5 gradi Fahrenheit, equivalenti a 15 gradi Celsius sotto lo zero, gli EV in media raggiungono solo il 54% dell’autonomia teorica tra due ricariche. In sintesi, e sempre ricordando che le transizioni sono processi complessi e protratti, il rischio è che questa lo sia in modo particolarmente doloroso per i contribuenti. Come forse ricorderete, il processo è solo all’inizio.

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