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Mercoledì, 24 Aprile 2024

Serena Console

Giornalista

Se i complottisti del Covid ora piacciono agli Usa (per litigare con la Cina)

Prima la guerra commerciale lanciata da Donald Trump, Huawei e la sicurezza informatica, poi l'inchiesta sull'origine sul Covid. E ancora: gli istituto Confucio, Taiwan, i semiconduttori, i palloni-spia, il bando a TikTok e il presunto sostegno alla Russia nella guerra in Ucraina. La lista dei punti di scontro tra Washington e Pechino è lunga ma sembra non conoscere (ancora) un punto finale. E questo nonostante i tentativi di dialogo di entrambi i paesi che svaniscono puntualmente all'alba di un nuovo fronte di crisi.

Nel segno della continuità

Nel 2021, quando Joe Biden era pronto a insediarsi nella Casa Bianca (dopo la vittoria sul predecessore Donald Trump che è culminata con accuse di brogli elettorali da parte di quest'ultimo e l'attacco a Capitol Hill a Washington), gli analisti e i leader internazionali si erano chiesti quale indirizzo avrebbe dato il nuovo presidente Usa alla politica estera del paese e, in particolare, quale approccio avrebbe avuto con la seconda economia del mondo, la Cina.

Le speculazioni hanno avuto vita breve. Biden ha tradito le previsioni di chi vedeva un cambiamento di rotta dal suo predecessore. Chiariamoci. Il cambiamento c'è stato, ma è avvenuto principalmente nei toni e nella comunicazione: l'attuale inquilino della Casa Bianca ha abbandonato il violento intervento tramite i social network (ricordate i tweet ossessiona(n)ti di Trump in cui scrive ripetutamente "China!"?) per promuovere una diplomazia più pacata nel solco della continuità con la politica estera del suo predecessore.

Biden ha ripreso così in mano la strategia del "Pivot to Asia" di obamiana memoria, declinandola in alleanze e piattaforme securitarie ad ampio raggio con gli alleati asiatici per contrastare l'ascesa e assertività cinese nella regione. Poi è arrivata la guerra in Ucraina e l'attenzione dell'amministrazione americana è virata sulla Russia, ponendo in secondo piano lo scacchiere asiatico. 

Uno dei tweet dell'ex presidente Usa Donald Trump

Ancora Covid?

Lo scontro tra Pechino e Washington si gioca però su diversi campi. A distanza di tre anni dallo scoppio della pandemia di Covid-19 e dal primo focolaio a Wuhan, in Cina, tornano a risuonare le accuse incrociate tra le due superpotenze sull'origine del virus. Lo scorso 26 febbraio, il dipartimento dell'Energia statunitense ha affermato che la pandemia di Covid-19 molto probabilmente è nata da una fuga in un laboratorio cinese, secondo un rapporto di intelligence classificato recentemente fornito alla Casa Bianca e ai membri chiave del Congresso.

Il Covid è nato da un errore di un laboratorio in Cina? Arrivano nuove rivelazioni

A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato pochi giorno dopo (siamo al 28 febbraio) il direttore dell'FBI Christopher Wray, secondo cui il laboratorio da cui è fuggito il virus è "controllato dal governo cinese". In risposta, Pechino ha accusato Washington di "manipolazione politica". 

La teoria della fuga del virus dal laboratorio di Wuhan è emersa per la prima volta all'inizio della pandemia ed è stata promossa dall'allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Alcuni hanno persino suggerito che il virus sia stato progettato come possibile arma biologica. Molti (fortunatamente) hanno intravisto nelle accuse dell'amministrazione Trump la base per una tesi del complotto, dal momento che - come confermato da diversi scienziati - non esistono prove per avvalorarla.

Subito dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, Biden ha ordinato un rapporto sulle origini del Covid-19, per fare luce, anche, su come si sia diffuso il virus. L'ulteriore impegno è stato promulgato nel maggio 2021, quando l'attuale presidente Usa ha ordinato ai funzionari dell'intelligence di "raddoppiare" i loro sforzi per avere risposte a domande che sono ancore irrisolte.

A distanza di tre anni, la questione è ancora molto controversa. E le speranze riposte nell'indagine degli scienziati dell'Oms, che si sono recati in Cina facendo fronte a tante limitazioni e restrizioni volute dal governo di Pechino, hanno creato più domande che risposte. 

"Pechino sia onesta sull'origine della pandemia di Covid"

Le accuse di Washington hanno generato la dura risposta di Pechino. I wolf worrior (cioè i diplomatici cinesi dalla dura e tagliente linea comunicativa) hanno fatto fronte unito per promuovere ulteriori idee complottistiche. La Cina ha spinto un'altra tesi, suggerendo che il coronavirus sia entrato a Wuhan attraverso le spedizioni di pacchi di alimenti e di cibo congelato proveniente dagli Stati Uniti. Ci sono stati poi gli studi di alcuni virologi cinesi, rilanciati dal governo, che invece riconducono la nascita del virus ai pipistrelli di una remota zona della Cina. Al di là delle accuse incrociate, quella che prevale, al momento, è la teoria dell'"origine naturale", secondo cui il virus si è diffuso naturalmente dagli animali, senza il coinvolgimento di scienziati o laboratori. 

Il bando di TikTok

Mentre gli scienziati sono al lavoro per comprendere le origini del virus, distanziandosi dalle diverse teorie complottistiche, Washington e Pechino si scontrano anche sul tema della sicurezza dei dati degli utenti di TikTok, il social network cinese del gigante tecnologico ByteDance.

"Disinstallate TikTok, subito": l'avvertimento dell'Europa

Il governo statunitense, come chiesto dalla Commissione Europea, ha imposto ai dipendenti federali di cancellare l'app dai propri cellulari per tutelare quella mole di dati - sensibili e non - che potrebbe finire nelle mani del governo di Pechino. C'è da fare una precisazione. TikTok ha più volte smentito la sua connessione con il Partito comunista cinese, ma ha ammesso che i dati raccolti potrebbero finire sotto gli occhi dei suoi dipendenti cinesi. Ed è qui che scatta l'allarme, perché in Cina il confine tra azienda privata e intervento statale è molto sottile. A oggi, però, non ci sono prove che Pechino utilizzi i dati raccolti, ma nulla esclude che ciò non accada. 

Pechino aiuta Mosca nella guerra in Ucraina?

Poi la guerra in Ucraina e l'ambiguità di Pechino sul rapporto con Mosca fa storcere il naso alla Casa Bianca, che brandisce l'arma delle sanzioni (Pechino è stata attenta a tenersi lontana dalle sanzioni, rispettandole ma condannandole).

Il doppio gioco della Cina nella guerra in Ucraina

Gli Stati Uniti da settimane accusano il gigante asiatico di fornire armi al Cremlino. E sebbene non siano state presentate prove né dati, Washington - secondo quattro funzionari statunitensi citati dalla Reuters - ha avviato colloqui informali con gli alleati più stretti per sondare il terreno sulla possibilità di imporre sanzioni alla Cina, se quest'ultima dovesse fornire sostegno militare alla Russia.

Insomma, gli Usa stanno valutando l'ipotesi di colpire la Cina, nonostante al momento non ci siano prove ufficiali e concrete che confermino un ruolo di Pechino nel conflitto lanciato dal presidente russo Vladimir Putin. Siamo quindi nel campo delle ipotesi. Intendiamoci, però. Le accuse mosse da Washington - in considerazione di una comunicazione più pacata e ragionata dell'amministrazione Biden - probabilmente vengono validate da documenti secretati non ancora diffusi. E il Partito comunista cinese, tuttavia, alimenta supposizioni e illazioni a fronte di una campagna censoria e propagandistica interna ed esterna per ottenere benefici e successi in ambito politico ed economico. Ma tanto da Pechino quanto da Washington le teorie del complotto e la propaganda sono le armi utilizzate in un conflitto ad ampio raggio, dove l'unico imperativo è limitare l'influenza e l'ascesa del proprio rivale. 

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