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Giovedì, 22 Febbraio 2024

Gabriele D'Angelo

Giornalista RomaToday

Filippo Turetta e l’occasione di fare "mansplaining". Ma agli uomini

È successo di nuovo. Quello di Giulia Cecchettin e Filippo Turetta è un altro di quei casi che ti fanno vergognare di essere uomo. Ma è di nuovo, paradossalmente, anche un’occasione. L’occasione di provare a non lasciare un’altra volta l’indignazione, il commento, la reazione e l’azione “soltanto” alle donne. Di essere uomini, come amano dire i machi nostrani, di ammettere le responsabilità di ogni uomo di fronte a fatti di questo tipo. 

Il dibattito sulla morte di Giulia Cecchettin, in altre parole, può essere l’occasione di fare finalmente un po’ di sano mansplaining, ma agli uomini. Da uomo a uomo. Di spiegare a ogni uomo (e a ogni giornalista) che le vittime di femminicidio non sono angeli, non sono bambine che andavano protette, ma donne con lauree, carriere, nomi e cognomi. Di spiegare che si scrive “Giulia Cecchettin è stata uccisa”, e non solo “Giulia è morta”.

Di pretendere che sulle prime pagine dei giornali non ci siano solo editoriali o approfondimenti firmati da una donna. Che al bar, nelle redazioni, nei consigli di amministrazione o in parlamento la questione di genere non sia un argomento esclusivamente femminile. Di far passare il messaggio che il femminismo non è o quantomeno non può più essere “una roba da femmine”.

Di provare a dire basta a tutti gli episodi di maschilismo a cui noi uomini assistiamo ogni giorno da parte di altri uomini, parenti, amici, colleghi, giornalisti, politici, estranei. Di dire basta ai video di revenge porn che ci giriamo sui social (spesso ridendone), alla possessività, al controllo, al “non si può più dire niente”, all’uso spropositato di parole come “puttana”, “troia” o “mignotta”. Di darci un taglio con la minimizzazione, con la giustificazione, con il “se l’è cercata”, con il Giambrunesco “se non ti ubriachi il lupo lo eviti”.

Di dire basta al nostro stipendio che puntualmente è quasi sempre più alto di quello della collega. Alla tentazione irresistibile di spiegare a una donna come e quando dovrebbe essere madre, come e quando dovrebbe (o non dovrebbe) abortire, come dovrebbe vestirsi, truccarsi, perfino come difendersi o comportarsi in caso di stupro, violenze o molestie.

Il dibattito sul femminicidio di Giulia Cecchettin, insomma, è anche l’ennesima occasione per ribellarci. Per iniziare (davvero) a combattere gli uomini che ci fanno vergognare di essere uomini. Che non sono “mostri”, ma appunto uomini. Come noi.

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