rotate-mobile
Giovedì, 13 Giugno 2024

Il commento

Giovanni Pizzocolo

Giornalista Brescia

Europee ed estrema destra, alle urne vince sempre l'originale

A forza di inseguirli sul loro terreno, alle fine gli elettori hanno deciso di votare le versioni originali: alle elezioni europee, i veri vincitori sono stati i partiti di estrema destra. Non cambierà molto, in futuro, se non forse nel linguaggio e nelle etichette: qui, un pizzico di negazionismo sul global warming; là, qualche manciata di crudeltà contro i migranti; ovunque, la stessa retorica guerrafondaia (buffetti al proprio elettorato, in puro stile meloniano). Basti guardare alla debacle in Francia di Emmanuel Macron, il più sconsiderato e irresponsabile leader di fronte alla guerra in Ucraina, tra proposte di missili a lungo raggio, aerei da combattimento, addestratori e persino soldati europei da mandare sul fronte. E questo sarebbe un liberale moderato: com'è possibile credergli (ancora) quando parla? Dopo il trionfo del partito di Marine Le Pen, Rassemblement National, Macron ha annunciato le elezioni legislative anticipate, dicendo ai cittadini che la crescita dei nazionalisti "è un pericolo per l'Europa". Le sue proposte da Sturmtruppen sul conflitto ucraino, invece, annunciavano un mondo di pace e salvezza.

Stesso scenario in Germania, con la pesante sconfitta del cancelliere Olaf Scholz, che ha affrontato le elezioni come fossero un referendum sulla sua persona: i cittadini hanno espresso chiaramente la loro scarsa considerazione, mentre gli elettori socialdemocratici non hanno propriamente apprezzato il diretto sostegno al genocidio di Gaza e le violente repressioni contro ogni manifestazione pro Palestina (a proposito di finti partiti di sinistra). Con il 30% delle preferenze, a vincere è stata l'Unione cristiano-democratico e sociale (Cdu-Csu), il principale partito di opposizione, ma la Spd di Scholz è arrivata persino alle spalle dell'Afd, estremisti di destra saliti al 15,9%. Il parlamento traballa, le opposizioni incalzano il premier affinché si presenti al Bundestag per chiedere il voto di fiducia. Intanto, appena oltre il confine a sud, se possibile va ancora peggio: in Austria, il partito postnazista di Fpo è primo al 25,7%. Prossima fermata, per il leader Harald Vilimsky, sarà la cancelleria.

Al netto dell'astensione, alta in tutto il continente, l'unica grande nazione in cui un governo di centrosinistra ha tenuto è stata la Spagna: a vincere è stato sì il Partito Popolare (34%), ma senza sfondare, mentre Sanchez e il Psoe hanno resistito col 30,2% dei voti e i neofascisti di Vox sono ancora lontani al 9,6%. Sanchez si è dimostrato un leader progressista credibile, sia sul piano economico sia su quello politico: gli elettori del suo bacino elettorale (e non solo) l'hanno premiato, nonostante nel resto d'Europa stia soffiando forte il vento del nazionalismo.

E l'Italia? Vittoriosa – qui più che altrove – è stata l'astensione, ferma al 49,69%: per la prima volta nella storia, alle Europee è andato a votare meno di un italiano su due. Una classe politica imbarazzante e senza un briciolo di visione verso il futuro (e quindi di speranza), che ha perso di credibilità di fronte al suo stesso popolo. Nel complesso, Meloni non ha sbaragliato (anzi, ha perso voti rispetto alle Politiche), mentre il Pd è cresciuto incalzando FdI a 4 punti percentuali di distanza. La Lega continua nel suo inesorabile cupio dissolvi tenendo in sella un leader, Matteo Salvini, ormai buono solamente per le feste in spiaggia del Papeete, e forse nemmeno per quelle. Risultato oltre le aspettative per Alleanza Verdi e Sinistra, con le scelte chiare e coraggiose di Mimmo Lucano e Ilaria Salis.

Sebbene l'estrema destra sia avanzata spedita a passo d'oca, Ursula von der Leyen dovrebbe comunque ricevere la conferma per un secondo mandato alla guida della Commissione europea. Il Ppe si è infatti confermato la prima forza, ora bisogna vedere se otterrà il sostegno del consiglio e la fiducia del parlamento. I numeri sono dalla sua parte, tuttavia non sono escluse trame e manovre – anche nella sua stessa coalizione – per metterla da parte. Durante la campagna elettorale, von der Leyen ha soffiato forte sul vento della guerra, persino con un video propagandistico a metà strada tra Istituto Luce e John Rambo con la permanente, in cui sosteneva che "la Russia non si fermerà davanti a nulla", "attaccherà i nostri confini" e – per questo motivo – prometteva "maggiori capacità industriali di difesa", con progetti per un esercito comune. Tradotto, industria bellica e scontro senza fine col regime putiniano. Ecco, lei sarebbe la leader dell'European People's Party, il presunto argine ai nazionalismi di estrema destra. L'argine della guerra.

Alla fine, la valenza del voto europeo è stata quella di un grande sondaggio per capire da che parte tira il vento (già lo avevamo intuito, comunque). La linea sembra ben chiara, nel solco di un'Europa che, contro i suoi stessi interessi, si accoda al declinante impero statunitense facendo rombare la macchina da guerra, la quale, ovviamente, non può essere fermata da una chiamata alle urne; i giochi si decidono altrove, non in un seggio elettorale. Intanto, il popolo ha paura, presagisce l'estensione del conflitto Russia-Nato e, come al solito, si rifugia nei nazionalismi e nella xenofobia, convinto che chiudersi nel piccolo bunker della propria nazione possa servire a migliorare la situazione: così facendo, la casa comune europea, costruita sul sangue sparso dai fascismi, vira in modo netto verso il suo stesso, tetro passato. La storia sembra ripetersi, perché – la si conosca oppure no – è in quella direzione che la spinge l'attuale scontro tra superpotenze, con la loro propaganda e la loro economia bellica. La prossima tappa saranno le presidenziali per la Casa Bianca e la variante impazzita Donald Trump, ennesima pietra, forse tombale, sull'era del primato occidentale.

Europee ed estrema destra, alle urne vince sempre l'originale

Today è in caricamento