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Martedì, 21 Maggio 2024

La recensione

Chiara Tadini

Responsabile redazione

Il nuovo libro di Zerocalcare è un pugno nello stomaco

Ci ho messo un po' a leggere il nuovo libro di Zerocalcare 'No sleep till Shengal'. In realtà non è vero: ci ho messo solo un paio d'ore, come purtroppo mi succede con tutte le sue graphic novel. Ogni volta mi prometto "ne leggerò solo qualche pagina al giorno, così potrò godermelo di più". E invece poi, puntalmente, nel giro di qualche ora l'ho già divorato. Ma del resto stare male ancor prima di aver finito di leggere un libro perchè sai che a breve non potrai più leggerlo significa avere tra le mani un libro meraviglioso, no?

Comunque, dicevo: ci ho messo un po' a leggere l'ultimo fumetto di Zerocalcare, nel senso che mi sono trattenuta dall'iniziarlo per più di un mese, proprio perchè sapevo che, una volta iniziato, lo avrei finito molto velocemente. Il brivido dell'attesa, del sapere che c'era ancora qualcosa di Michele Rech che non avevo letto mi ha trattenuto dalla lettura fino a qualche giorno fa. Per questo motivo questo commento arriva un po' in ritardo rispetto alla data di uscita del libro (pubblicato lo scorso 4 ottobre), che nel frattempo è finito in cima alla classifica dei libri più venduti d'Italia. Non che questo successo non fosse previsto: la Bao Publishing, casa editrice del fumettista di Rebibbia, ha infatti pubblicato il libro con una tiratura da record di ben 234mila copie, la tiratura più grande della storia della casa editrice milanese. E alla pubblicazione ha fatto seguito (e sta continuando a farlo) una serie di presentazioni e incontri con l'autore in tutta Italia, che come sempre registrano il tutto esaurito e file interminabili per ottenere un "disegnetto" negli ormai celebri "firmadilli", i firma-copie con tanto di dedica grafica personalizzata.

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Eppure 'No sleep till Shengal', titolo che omaggia il celebre brano 'No sleep till Brooklyn' dei Beastie boys', non tratta un argomento "commerciale", anzi: l'autore nel 2021 ha accettato l'invito di recarsi nel nord dell'Iraq - a 7 anni di distanza dal viaggio che ha portato alla scrittura di 'Kobane Calling', forse la sua opera di maggior successo internazionale (e quantomeno utile, se non necessaria, per poter comprendere al meglio questo nuovo libro) - per creare un nuovo reportage narrativo e, soprattutto, per dare voce a chi non ne ha, a qualcosa che "fa poco notizia". O meglio, a qualcuno che fa poco notizia: la comunità degli Ezidi del Kurdistan iracheno, popolazione che per via della propria religione (non musulmana ma pre-islmanica) ha subìto negli anni vari attacchi, tra i quali il genocidio del 2014 da parte dell'Isis nel quale sono state uccise 5000 persone e rapite, violentate e vendute come schiave sessuali 6000 donne e bambine. Gli Ezidi successivamente, insieme ai Pkk Curdi (Partito dei lavoratori del Kurdistan), sono riusciti a re-impossessarsi della loro regione provando a organizzarsi sulla base del modello del confederalismo democratico, sistema di autogoverno creato proprio dai Curdi del Rojava e basato su princìpi quali la parità di genere, la convivenza tra tutti i popoli e la ricerca di nuove forme di democrazia. Un modello non accettato però dalla Turchia, che non vede di buon occhio chi si ispira al modello curdo del Pkk, nè dallo stato centrale iracheno, che vuole riprendere il controllo sul loro territorio. Nel 2020 Turchia, Iraq e Kurdistan iracheno hanno stretto l'accordo di Sinjar (nome arabo di Shengal) che impone lo scioglimento dell'autonomia degli Ezidi e il loro ritorno sotto il controllo del governo iracheno. Ma gli edizi, naturalmente, non sono d'accordo: "Vogliono tornare qui a comandare gli stessi che nel 2014 sono scappati e ci hanno fatto massacrare. Ma sapete chi non hanno consultato? Gli Ezidi. Noi non torneremo mai indietro".

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Nelle pagine di quello che è un vero e proprio diario di viaggio, Zerocalcare racconta la difficoltà dell'avventura in un Iraq estremamente frazionato, tra notti insonni, caldo soffocante e continui check-point che non riconoscevano l'autorità del posto di blocco precedente; tanto che, per dirla col suo linguaggio, l'autore e la comitiva con cui viaggiava sono stati "rimbalzati" tre volte prima di riuscire ad arrivare a Shengal - dove comunque sono riusciti a entrare solo spacciandosi per giornalisti e accettando di portare con loro due ufficiali/spie dei servizi iracheni, finendo addirittura in una caserma circondati dalle armi dove hanno dovuto consegnare i passaporti e i cellulari. In questo libro non troviamo personaggi storici come Secco (uno dei migliori amici di Zerocalcare) o Lady Cocca (la caricatura disneyana della mamma dell'autore) - è poco presente perfino l'Armadillo-coscienza - ma altri quali la testa di Cartesio, che instilla il dubbio sulla giustezza della causa ezida nel fumettista (il libro si apre proprio con un "Ma come c*zzo ci sono finito qua?"), George Pig, fratello della celebre Peppa ormai cresciuto e diventato un insolente trapper adolescente, il capo del check-point fan di Papa Francesco, il funzionario govenativo iracheno-alias l'attore Giancarlo Giannini e, naturalmente, l'immancabile bevanda crea-dipendenza, il chai.

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E' un libro senz'altro più cupo rispetto a 'Kobane Calling', in cui colpisce - ed è lo stesso fumettista romano a sottolinearlo - l'onnipresenza del massacro in ogni discorso degli Ezidi. "Come si può campare con la continua paura che possa accadere di nuovo?". Perchè sì, un massacro in quei territori lontani può accadere di nuovo da un momento all'altro. E gli Ezidi ne sono consapevoli. Per questo i giovani, che hanno vissuto il trauma del genocidio da bambini, combattono per organizzarsi e fare vedere che una vita a Shengal, "sotto a una cappa di dolore che nessun vento riesce a portare via", è possibile, per quanto difficile. Ed è impossibile, nella lettura, non percepire sulla propria pelle (d'oca) quell'orrore cristallizzato che aleggia in tutti i luoghi, in primis nella casa in cui l'Isis teneva rinchiuse le donne prigioniere.

Con questo libro Zerocalcare ha voluto lanciare, nel silenzio assordante dell'occidente, il grido di una popolazione che vive ogni giorno rischiando di sparire per sempre tra un cambio e l'altro degli assetti di potere, tra un bombardamento dei droni turchi e le minacce dell'Isis e del governo iracheno, riuscendo a portare alla conoscenza del pubblico quella stessa popolazione che si oppone allo strapotere di chi definisce "terrorismo" ogni tentativo di resistenza. Una popolazione in cui ci si può ancora definire "rivoluzionari" senza sembrare mitomani, ma che rischia di essere spazzata via nell'indifferenza più totale del resto del mondo. Cose difficili di cui parlare, ma proprio per questo è ancora più importante farlo. Perchè "è quando nessuno parla, quando nessuno guarda che succedono massacri".

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