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Martedì, 21 Maggio 2024

L'editoriale

Anna Dazzan

Giornalista

Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, anche con la pesca

Se proprio devo dirla tutta, l’ultima cosa di cui mi sono accorta incappando nell’ormai celeberrima pubblicità del noto supermercato, è proprio il nome dello stesso. Vado in ordine sparso, rispetto alle cose che ho pensato guardandola. Uno: brave attrici e bravo attore, non è mica scontato. Due: ahhhhh, le pesche pelose! Maddai, a chi piacciono?! Tre: chi ha pesato la pesca? E il sacchetto biodegradabile? E l’etichetta col prezzo?? Quattro: carrello pieno, casa grande, auto pulita… non sono io. Cinque: che fame. Dopodiché mi sono alzata e mi sono preparata un squisita cena svuotafrigo con le verdure recuperate grazie all’app antispreco che ritengo tipo la mia nuova Bibbia da quando mi ha fatto scoprire i negozi che a fine giornata danno via i cibi invenduti prima che vadano buttati. Niente, sarà che sono un caso strano, ma su di me le pubblicità non fanno molto effetto. Anzi. Ho pensato “carina”, ho pensato “ben fatta”, ma certo non mi ha fatto venir voglia di cambiare supermercato. Una riflessione sulla famiglia, però, l’ho fatta.

Sul divano accanto a me c’erano le mie due figlie, che han vissuto da bambine la separazione dei loro genitori. La grande ha sgomitato la più piccola e, alla scena finale della pesca, le ha detto “come facevamo noi!”. Io ho fatto la gnorri ma dentro, come logico aspettarsi, ho sentito pizzicare la crepa che vive in me ormai da quando io e loro padre abbiamo preso la decisione. Quasi nessun figlio accetta facilmente la separazione dei propri genitori, ma io ho imparato che ogni caso è diverso. Ce lo aveva detto bene Tolstoj già a suo tempo, che ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Ma mi permetto di aggiungere che vale anche per quelle felici. Anzi, per quelle non infelici, che la felicità mi pare un concetto di difficile realizzazione al giorno d’oggi e possiamo dire sia un perfetto esempio di utopia, un’ideale a cui tendere senza avere l’ambizione di raggiungerlo mai.

D’altronde è stata proprio la pubblicità a schiaffarci davanti agli occhi una quantità infinita di modelli diversi di famiglia. E noi a guardarli imbambolati non rendendoci conto che quello che facevamo davanti allo schermo era ed è sempre più avanti di qualsiasi rappresentazione che non può far altro che inseguire e cercare di replicare qualcosa che è già in essere, è già in divenire. Gli spot, da questo punto di vista, sono come la politica (almeno quella italiana), sempre indietro rispetto a quanto è in grado di fare la società civile.

La mia non è una famiglia felice, ma non è nemmeno infelice. Non è ricca, non è povera, non è piccola, non è grande, ma è un sacco di altre cose bellissime e importanti. Aggettivi che scegliamo noi che la abitiamo, che la viviamo. Definizioni che non stanno in nessun documento, che non ci attribuisce nessun altro che non siamo noi che ne facciamo parte. E questa che ci sta passando davanti gli occhi nelle ore di punta non è altro che una delle infinite rappresentazioni possibili, perché poi la verità la costruiamo noi ogni giorno, dentro le nostre case e i nostri cuori. Però se un singolo spot, per quanto ben fatto, è in grado di smuovere così tanto l’opinione pubblica sul senso che vogliamo dare alla famiglia e non ci fa riflettere – ad esempio – sul nostro potere d’acquisto in picchiata libera allora sì, posso dire che è davvero una pubblicità ben fatta perché, in fondo, sta riuscendo nell’intento di dirci come siamo, quando come siamo dovremmo poterlo decidere solo noi.

Esselunga sei tu - Di Orione Lambri

Vi spiego perché lo spot Esselunga non parla di famiglia di G. Pizzocolo 

Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, anche con la pesca

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