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Domenica, 29 Gennaio 2023

Il commento

Fabio Salamida

Opinionista

La Finanziaria degli errori e degli orrori: ma non erano pronti?

No, non erano pronti. All’alba del 24 dicembre, le facce smunte e le occhiaie dei deputati che hanno passato la notte a votare mozioni e ordini del giorno raccontano meglio di ogni altra cosa il travagliato parto della prima Legge di Bilancio del Governo del signor Giorgia Meloni, che – ricordiamolo – si era presentata alle elezioni con lo slogan “pronti”. Una Finanziaria che sarà ricordata per la “lotta contro la povertà” intesa come “lotta contro i poveri”: un concetto ben riassunto nella scelta di togliere 900 milioni di euro a persone con bassa scolarizzazione e in età avanzata, per spostarli virtualmente nelle casse delle ricche società di calcio; ma soprattutto una Finanziaria che sarà ricordata per le clamorose retromarce (come quelle sulla soglia minima per l’obbligo di accettare pagamenti con il POS e lo stralcio delle cartelle esattoriali per le sanzioni amministrative e le multe fino a mille euro) e i tanti stop and go che ne hanno reso l’approvazione una vera e propria Via Crucis. “È come gli aerei quando c'è un po’ di turbolenza, l'importante è atterrare” ha detto il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, giustificando due errori su altrettante tabelle allegate alla Manovra: per correggerli i deputati hanno dovuto approvare due emendamenti dopo aver votato la fiducia sul documento, una procedura decisamente insolita ma inevitabile per scongiurare l’esercizio provvisorio. Rischiava di saltare l’acquisto da parte dello Stato di Villa Verdi, un’operazione su cui aveva messo la faccia il ministro Gennaro Sangiuliano: per rimediare, all’ultimo momento, sono stati spostati 20 milioni di euro dal fondo del Ministero dell’Economia a quello della Cultura.

Errori, tanti errori. Errori come quello sull’emendamento presentato da Maurizio Lupi (Noi Moderati) per costringere i percettori di Reddito di Cittadinanza ad accettare qualsiasi offerta di lavoro anche “non congrua”, ovvero anche sottopagata: probabilmente nelle skills dell’ex Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti dei governi Letta e Renzi, deputato da sei legislature, c’è sicuramente quella di riuscire a farsi eleggere fondando partitini con improbabili nomi e percentuali da prefisso telefonico, ma non c’è quella di saper scrivere correttamente testi normativi; il suo emendamento di fatto è nullo, perché quella parte della norma che disciplina il Reddito di Cittadinanza rimanda al Job Act, legge fortemente voluta da un esecutivo in cui lo stesso Lupi sedeva in Consiglio dei Ministri.

Errori, tanti errori. Errori come quello sull’emendamento da 450 milioni di euro per la riduzione del disavanzo dei comuni, che era stato portato a casa dal Pd: iniziativa senz’altro lodevole se non fosse priva di copertura finanziaria. È stato il più imponente dei 44 rilievi avanzati dalla Ragioneria dello Stato che ha rimandato al mittente il testo della Legge di Bilancio chiedendo correzioni, con conseguente allungamento dei tempi e tensioni all’interno della maggioranza, tensioni dovute alla rottura del già precario equilibrio sulle cosiddette “mance elettorali”, provvedimenti più o meno nascosti in ogni Finanziaria che i partiti e gli eletti si rivendono sui territori. Resta com’è anche il “bonus cultura” di 500 euro per i diciottenni: la modifica che inseriva due nuove card, legate al reddito e al merito, già al centro di feroci polemiche, non ha avuto l’ok dei tecnici perché non era scritta bene. A proposito di merito. E poi i famigerati cinghiali: la norma che consentirà – sotto il coordinamento di polizia regionale o provinciale – di cacciarli nelle aree urbane, inserita nel testo della Legge di Bilancio in zona Cesarini e a discussione in Commissione già conclusa, è rimasta malgrado la questione sia decisamente poco pertinente con la materia economica.

Così, all’alba di questa insolita vigilia di Natale, in molti si chiedono come mai, dopo dieci anni passati prevalentemente all’opposizione, le destre siano arrivate così impreparate al loro “appuntamento con la storia”. In realtà, per comprendere il difficile rapporto tra l’esecutivo di Giorgia Meloni e i conti da far quadrare, basterebbe un po’ di memoria storica. Il “fantasma” di Giulio Tremonti si aggira in questi giorni per il Transatlantico: il Presidente della Commissione Affari Esteri, che da Ministro dell’Economia non seppe gestire il passaggio da Lira e Euro e sfiorò il default nel 2011, arriva in bouvette con alcuni collaboratori e guarda la vetrina dei panini e dei tramezzini. Chissà se si rende conto che se non ci fosse stato lui quei panini e quei tramezzini oggi costerebbero la metà. No, non erano pronti. E probabilmente non lo saranno neanche la prossima volta.
 

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