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Martedì, 16 Aprile 2024

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Alessia Capasso

Ecco chi decide che mangeremo maiali a sei zampe

Progetti di maiali a sei zampe, polli abbattuti a bastonate, lavoratori in nero che nella notte trasportano carcasse di tacchini, politici favorevoli all'ingegneria genetica più spudorata. Non è la trama di un film distopico di Yorgos Lanthimos, ma alcune delle scene del film-documentario Food for profit (Cibo per il profitto), realizzato dalla giornalista Giulia Innocenzi e dal regista Paolo D'Ambrosi sul tema degli allevamenti intensivi, da poco uscito nelle sale della Penisola. Non ne scrivo, lo premetto, perché evitiate di mangiare l'agnello pasquale né per indurvi a diventare vegani. Gli onnivori come me sono quelli che più dovrebbero preoccuparsi. In gioco ci sono i nostri soldi e la nostra salute, oltre che l'etica.

Negli allevamenti intensivi in Italia, nel Polesine come nei pressi di Roma, così come in Germania, Spagna e Polonia, le telecamere mostrano le reali condizioni degli animali che arrivano sulle nostre tavole. Pavimenti sporchi e mai lavati per un anno, mucche distese nella loro urina malate di mastite e prive di cure, polli uccisi sbattendo le loro teste contro assi di metallo o schiacciati, solo perché non corrispondono alle misure "standard" fissate dall'industria della carne.

Fondi pubblici per strutture malsane

Il documentario mostra come gli allevamenti intensivi facciano terra bruciata anche nei territori in cui vengono installati. Nel film molti operatori lavorano in nero, privi di qualifica o sotto la minaccia del caporalato. Gli abitanti delle zone rurali sono i primi a rimetterci la salute, vivendo in territori super-inquinati dall'ammoniaca e dal metano emessi massicciamente da questi impianti. Con le case che perdono di valore e le persone che soffrono per odori nauseanti, queste strutture anziché generare reddito condiviso e comunità creano intorno a loro un deserto. Penseremmo ad eccezioni e "mele marce", ma quel modello di produzione e di business sembra destinato a generare più danni che benessere.

Bussando alle porte degli allevatori o delle industrie che lavorano le carni, Innocenzi e gli attivisti che la aiutano nell'indagine trovano davanti un muro di silenzio e minacce, che sconfinano in inseguimenti notturni. Perché i responsabili sarebbero tenuti invece a rispondere? L'atrocità degli allevamenti intensivi viene spesso generosamente finanziata dall'Unione europea con fondi pubblici tramite la Politica agricola comune. Una struttura di tipo intensivo arriva a ricevere anche 500mila euro l'anno. I prezzi delle fettine restano bassi, ma il conto finale è salatissimo. Tutta colpa di Bruxelles? Freniamo i cliché e diamo nome e cognome ai responsabili. Nel film compare Pekka Pesonen, segretario generale della Copa-Cogeca, l'ombrello sotto cui si riuniscono decine di sindacati agricoli europei tra cui gli italiani Confagricoltura e Coldiretti. Pesonen nega addirittura l'esistenza di "allevamenti intensivi" in Europa, ma i numeri dicono l'esatto contrario. In questi anni sono diminuite le piccole aziende agricole, mentre gli allevamenti sono diventati sempre più grandi e concentrati in poche mani.

Maiali a sei zampe

La politica ha la sua dose di responsabilità. In vari casi gli eurodeputati che si occupano di agricoltura sono loro stessi produttori che ottengono generosi fondi europei grazie alle leggi che approvano, come ammesso della parlamentare spagnola Clara Aguilera del gruppo dei socialisti. Un altro è il passaggio che mi ha fatto orrore: quando un falso lobbista (collaboratore del film) propone ad alcuni eurodeputati un progetto di nuove tecniche genomiche (gli Ogm di nuova generazione) per creare maiali a sei zampe, in modo da avere più prosciutti da un solo animale. Una provocazione che avrebbe dovuto generare indignazione. E invece. Un funzionario della Commissione europea suggerisce di sperimentare l'idea in Africa, facendola accettare ai cittadini con la scusa di dover combattere la fame nel mondo. Brividi.

Grazie ad una telecamera nascosta, si vede l'eurodeputato del Partito democratico Paolo De Castro, promotore di leggi per tutelare le Indicazioni geografiche tipiche, che non rigetta questa ipotesi di ingegneria genetica, lasciando intendere di essere disposto a promuoverla. De Castro, che siede tra i banchi dei Socialisti e democratici e per due volte è stato ministro dell'Agricoltura, è anche presidente di Filiera Italia, una fondazione che sostiene di difendere le eccellenze italiane dell'agroalimentare. Chissà se Elly Schlein condivide questa strana idea di eccellenza, ricca di maiali-Frankenstein, o se per lei quattro zampe bastano e avanzano.

Povere creature

Nella sua ultima versione, quella figlia del Green Deal, la Pac avrebbe dovuto porre un freno al proliferare di strutture intensive, con migliaia di animali stipati in spazi ridottissimi e antigienici. Nei campi si puntava a ridurre pesticidi e fertilizzanti chimici. Tra guerra in Ucraina e proteste degli agricoltori, l'Architettura verde della Pac è stata in gran parte smantellata. Hanno avuto la meglio i grandi produttori della zootecnia e dell'agricoltura intensiva, quella che produce mais, frumento e soia, spesso destinati ad alimentare gli animali anziché gli uomini. Inutile girarci intorno: impedire il proliferare di queste strutture dovrebbe essere una proposta politica prioritaria in qualunque programma elettorale. In una società attentissima agli animali da compagnia, avere più rispetto di quelli che mangiamo è fondamentale, anche per coloro che lavorano nel settore. Nell'industria della carne non sono le bestie ma gli uomini, con le loro crudeltà e folli esperimenti, a risultare delle "povere creature".

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